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Ancona

Vulvodinia, neuropatia del pudendo e fibromialgia: ad Ancona il presidio di Non Una Di Meno. «Vogliamo un sistema che si curi di noi»

Manifestazione in piazza Cavour per chiedere il riconoscimento da parte del Servizio sanitario nazionale di vulvodinia, neuropatia del pudendo e fibromialgia. Il capoluogo tra le 19 città italiane che hanno ospitato il presidio

Il presidio (foto di Jessica Pascucci)

ANCONA – Ancona è stata una delle 19 città italiane che ieri – 23 ottobre – ha ospitato il presidio Sensibile-Invisibile, organizzato dal movimento Non Una Di Meno, per avviare una conversazione sulle varie forme di dolore pelvico e rivendicare il riconoscimento da parte del servizio sanitario nazionale di vulvodinia, neuropatia del pudendo e fibromialgia.

Un disturbo, la vulvodinia, di cui soffre una donna su 7 e che si caratterizza per dolore, bruciore, prurito e dispareunia: in genere richiede una media di 4-5 anni per giungere a una diagnosi corretta, per la difficoltà di trovare i giusti specialisti. Nel frattempo la donna non riesce ad avere rapporti e spesso soffre anche solo per stare seduta su una sedia. Entra così in una spirale di vergogna legata a una cultura basata sull’assunto secondo cui “è normale che la donna soffra”, e sono molte quelle che finiscono per nascondere la propria sofferenza.

Le rappresentanti del movimento si sono date appuntamento in piazza Cavour per quella che hanno definito «una battaglia femminista a tutti gli effetti» dal momento che, come spiegano, «siamo di fronte, per l’ennesima volta, ad una forma di violenza istituzionale agita sui corpi delle donne». «Vogliamo tempo per prenderci cura di noi e vogliamo un sistema che si curi di noi», la richiesta partita dalla piazza.

Alcuni cartelloni del presidio (foto di Jessica Pascucci)

Al centro della manifestazione, vulvodinia, neuropatia del pudendo e fibromialgia, disturbi non riconosciuti dal sistema sanitario e che «subiscono un altissimo ritardo diagnostico» anche a causa di «una cultura che sopprime la nostra sessualità e la conoscenza del nostro corpo, che considera la ginecologia solo a scopo riproduttivo e che ancora ci accusa di problemi psicologici per ogni nostro dolore. Retaggio culturale di una tradizione medica patriarcale che ci ha definite prima “isteriche” e “pazze”, nel corso dell’Ottocento, e poi “frigide” nel Novecento, compromettendo il nostro diritto alla salute fisica e psicologica».

«Dobbiamo pretendere il riconoscimento di queste patologie e la costruzione di nuove tutele per chi ne soffre, anche modificando le strutture culturali e socio-politiche che ancora ci opprimono – spiegano -, che incidono sulle nostre possibilità di autodeterminazione, che costruiscono le rigide norme alla base delle relazioni sessuali ed affettive e che ci fanno sentire erroneamente “sbagliat*”».

Un momento del presidio (foto di Jessica Pascucci)

Obiettivo del presidio quello di rompere l’isolamento in cui si trovano le donne affette da questi disturbi: «Abbiamo bisogno di aiuto e sostegno perché facciamo i conti ogni giorno con il dolore. Abbiamo diritto alla felicità, nonostante l’esperienza della malattia. Non ci identifichiamo con le nostre malattie, e anzi vogliamo riaffermare il valore delle nostre vite. L’assenza del Servizio Sanitario Nazionale e dello Stato ci ha rubato tempo prezioso, energie spendibili altrove, spazio mentale meglio impiegabile, e questo perché tutto ricade sulle nostre spalle».

Tra le difficoltà che queste donne si trovano ad affrontare, oltre al dolore, c’è la ricerca di specialisti, i viaggi per raggiungerli, «il puzzle delle diagnosi e delle cure da mettere insieme in solitudine e autonomia perché non esiste un approccio integrato e multidisciplinare, il reperimento dei soldi necessari a curarci o a convivere il meglio possibile con la malattia».