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Calcio a 5 con i rifugiati

Fabrizio Fulginei ha avuto un'idea: calcio a 5 con i rifugiati. Ed ecco che Jesi conquista un altro primato.

JESI – E’ nata su iniziativa dello jesino Fabrizio Fulginei la prima squadra di Calcio a 5 in provincia di Ancona, composta da rifugiati del Gus che partecipa al campionato del Csi. Per la città europea dello sport, questo è decisamente un altro primato di cui vantarsi. Abbiamo chiesto a Fabrizio, coordinatore della Polisportiva Extravaganti, come è nata l’idea: «Beneficiari del progetto sono i ragazzi del Gus che già partecipavano ad eventi sportivi nella zona. Si tratta di una quarantina di persone dai 18 ai 40 anni, richiedenti asilo o asilati, che vengono da circa dieci nazioni diverse. Per referto ne posso portare dodici ad ogni partita e con questi ho costituito la squadra. Volevo far fare a queste persone attività sportiva non più in maniera sporadica, da qui è nata l’idea e ci sta dando grandi soddisfazioni».

Collabora al progetto anche Hassan Boussaba, operatore Sprar, mentre ad allenarli c’è un altro jesino, Leonardo Mancini: «Ci alleniamo al campo Paolinelli due volte la settimana e ogni due sabati c’è la partita alla palestra Carbonari». La cosa che più colpisce è l’atteggiamento delle altre formazioni: «Quando si viene da una vita piena di problemi, penso al dover scappare dalla propria terra per via di una guerra o comunque perché costretti – continua Fabrizio – c’è un altro spirito nell’affrontare le cose. L’entusiasmo con cui i nostri ragazzi giocano è travolgente e spesso le altre squadre ci chiedono di passare del tempo in più con loro, magari organizzare un terzo tempo. Anche gli arbitri sono incuriositi, mi chiedono come è nata l’idea e sono piacevolmente stupiti dalla gioia che trasmettono questi ragazzi nel giocare. A noi non importa vincere o perdere, la vittoria te la porti nello spogliatoio quando hai trascorso due ore in compagnia, a fare sport, a divertirsi. Noi tutte le volte portiamo a casa questa esperienza, non ci interessa scalare la classifica, ci divertiamo e questo è quello che conta».

Alcuni di questi ragazzi, dopo che si è regolarizzata la situazione burocratica, lasciano la città e si trasferiscono altrove: «Oltre ai benefici dello sport c’è la serenità di aver trascorso qualche ora di divertimento e in compagnia: i rifugiati chiedono sempre di fare la foto prima del match, ma vogliono le squadre mischiate. Per loro è un momento di festa, un sollievo dai problemi».