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Senigallia

Violenza sessuale e riduzione in schiavitù, parlano i legali delle parti civili: «Giustizia è stata fatta»

32enne assolto per due dei tre capi d'imputazione, Liso e Paradisi soddisfatti a metà: «la sentenza poteva servire per altre ragazze»

I legali e le vittime del processo Predieri
Roberto Paradisi e Domenico Liso

SENIGALLIA – «Giustizia è stata fatta». È il commento che arriva dai legali delle parti civili Domenico Liso e Roberto Paradisi, e da una delle vittime degli abusi sessuali per cui è stato condannato un 32enne senigalliese, Alessandro Predieri. La sentenza condanna l’uomo a otto anni e sei mesi di reclusione: pronunciata due giorni fa in Corte di Assise ad Ancona, per i due avvocati rappresenta però una vittoria a metà. Così come per i genitori di un’altra vittima, i coniugi Sandra e Marco Bertolini, distrutti perché non è stato riconosciuto il capo d’imputazione forse più grave, la riduzione in schiavitù, condizione in cui secondo loro si trova ancora la loro figlia Jessica, oggi moglie di Predieri.

Il Pm Gubinelli aveva infatti chiesto che il tribunale si esprimesse anche sulla riduzione in schiavitù e sul terzo reato, l’induzione al suicidio: invece, per questi due capi d’imputazione è arrivata l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Per i due legali infatti, la sentenza della corte di Assise dorica manca di coraggio per non aver condannato l’uomo per la riduzione in schiavitù delle sue fidanzatine, quando erano minorenni: secondo l’accusa, gli atteggiamenti di Predieri avevano annullato totalmente la personalità delle ragazze. Dai rapporti sessuali sempre più estremi alla sottrazione del telefono perché non venissero sentiti i familiari, dal divieto di vestire in certi modi perché troppo osè fino al vivere per un anno chiusa in soffitta: comportamenti definiti «dalla portata devastante – spiega Liso – anche per una donna adulta, figuriamoci per una ragazzina di 16 anni».

I legali della difesa, gli avvocati Gilberto Gianni e Massimiliano Cornacchia, hanno precisato che «l’assoluzione in favore di Alessandro Predieri sia stata pronunciata con la formula liberatoria più ampia: perché il fatto non sussiste, ovverosia perché i fatti per i quali il nostro Assistito era stato accusato non si sono mai verificati, non sono mai accaduti».

Le vittime con i legali Roberto Paradisi e Domenico Liso

«Questa storia desta necessariamente incredulità – interviene Paradisi – per le modalità dei rapporti, per le circostanze, per le assurdità che abbiamo imparato a conoscere e abbiamo provato in sede dibattimentale. Leggeremo la sentenza: noi siamo certi di aver provato tutte le circostanze, anche quelle più incredibili, e non solo nei confronti di Alessia, ma anche di Jessica ed Elisa, mi riferisco ovviamente ai divieti, alle imposizioni, al saccheggio della vita, alle pretese economiche, le condizioni igieniche precarie o le infezioni derivanti dalla mancanza d’igiene. Tutte quelle regole assurde le abbiamo provate. Il problema è che abbiamo una normativa sulla riduzione in schiavitù che è molto lacunosa e i giudici non hanno ritenuto di incasellare nell’articolo 600 (del codice penale, Ndr) tutti questi fatti che noi abbiamo dimostrato con indizi gravi, precisi e concordanti. C’era l’occasione per fare giurisprudenza, sarebbe stata la prima volta in Italia».

Mentre gli avvocati di Predieri hanno già annunciato che ricorreranno in appello anche per far cadere le accuse di violenza sessuale, i legali delle vittime attenderanno invece di leggere le motivazioni della sentenza, che arriverà entro 90 giorni. «Ma noi ci aspettiamo da questa sentenza che venga detto a chiare lettere che la famiglia Bertolini è stata per oltre due anni infangata e calunniata, non solo da parte della figlia, anche dai testi che volevano demonizzare la famiglia Bertolini – ha dichiarato l’avvocato Paradisi. Due testimoni infatti sono finiti sotto indagine per falsa testimonianza. Quindi io mi aspetto che venga restituito l’onore a questa famiglia per bene».

Le famiglie Chiarenza e Bertolini

Distrutta la mamma Sandra Bertolini: «ho cercato di trattenere le lacrime per andare dritti all’obiettivo e salvare Jessica, ma evidentemente non è bastato, perché è stata costretta a dire cose orribili e spero che un giorno potremo riavere nostra figlia con noi. Ma questo è un supplizio che non auguro a nessuno».
Il marito Marco Bertolini ha voluto fare un plauso invece al coraggio di Alessia che ha denunciato e portato avanti la sua testimonianza, mentre altri si sono tirati indietro per paura e omertà: «abbiamo visto la solidarietà di tantissime persone, ma qualcuno ha perso l’occasione di usare questa storia per costruire qualcosa di buono. Noi nel nostro piccolo abbiamo perso questa battaglia di salvare Jessica, non possiamo fare più nulla per lei. Ma volevamo costruire qualcosa per le ragazze che vivono soggiogate da un amore malato: questa sentenza poteva servire per permettere di intervenire nei loro confronti».