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Senigallia

Tra storia e rivoluzione. Alessandro Marchesi racconta l’evoluzione del denim, icona fashion senza tempo

L’uomo “con le mani sempre sporche di blu”, a Serra De Conti ha stabilito la sede e il cuore della Compagnia del Denim. Ora con l'emergenza Covid-19 ha reagito facendo quadrato con amici, negozianti e clienti

SERRA DE CONTI – Indaco e guado per colorare di blu, il saper fare di artigiani autoctoni che da generazioni si tramandano le conoscenze laboratoriali del tessile e poi su tutti l’incessante ricerca, lo studio, l’intuito e la creatività di Alessandro Marchesi. L’imprenditore-artigiano che nel 1998 ha dato vita alla Compagnia del Denim è uno degli imprenditori che ha portato non solo il made in Italy, ma il made in Marche oltre i confini regionali e nazionali e oggi che la pandemia di Covid-19 ha messo a dura prova il tessuto economico-imprenditoriale, lui stringe i denti ed è al lavoro sulle strategie di ripresa.

L’uomo “con le mani sempre sporche di blu”, come lui stesso si racconta, a Serra De Conti ha stabilito il suo quartier generale, la sede e il cuore della Compagnia del Denim, fiore all’occhiello di un territorio che fa scuola nella produzione del denim e che per questo è conosciuto anche con l’appellativo di Jeans valley. Nel suo ufficio, in quello che a una prima occhiata ha più l’aria di essere un’esposizione permanente di jeans e capi unici che un classico ufficio, seduto dietro una scrivania in giacca blu, una folta chioma brizzolata e occhiali per apprezzare tutti i dettagli, racconta la sua storia, la storia della Compagnia del Denim, del suo gioiellino chiamato “Memory’s”, i progetti da potenziare e le sfide quotidiane, non ultima quella contro il Covid-19.

Alessandro Marchesi con un capo Memory’s

«Il denim ha una storia pazzesca, era chiamato “tela Genova”, e anche Garibaldi lo indossava per la Spedizione dei Mille. All’inizio – spiega Marchesi – era un tessuto utilizzato per rivestire i cassoni nei porti poi è stato adattato a capo d’abbigliamento da lavoro, e infine è diventato una vera e propria icona fashion. Oggi il mondo della moda è cambiato tantissimo, ma per me, per noi, lavorare qualcosa che ha una storia è un bell’input. Ora tutto quello che gira intorno al mondo della moda fa emergere meno l’autenticità del prodotto e il lavoro che c’è dietro, ma devo dire che si stanno aprendo filoni interessanti in cui si ricerca la qualità. Noi, anche se poi andiamo sulle vetrine più modaiole vicino ai brand alti, costruiamo prodotti ancora con la nostra autenticità». Ogni capo, per Marchesi, ha un suo vissuto «e lo racconta nelle pieghe, nelle cuciture e nelle sfumature di colore, il guado e l’indaco proprio perché tinture naturali rilasciano lentamente il colore e il jeans acquisisce la storia del proprietario che lo indossa, è una favola stupenda. Il denim è un tessuto vivo che vive insieme a chi lo indossa». È questo il concetto di autenticità e unicità dell’imprenditore. Il denim attraversa numerosi passaggi all’interno dei laboratori del distretto marchigiano, ci vogliono infatti almeno tre/quattro settimane perché la tela del rotolo blu diventi prodotto finito, in mezzo c’è il suo vissuto: l’idea di Marchesi, poi lo studio preparatorio del prototipo, il match tra tessuto e fit, le prove in lavanderia, e poi l’abbigliaggio, ovvero la scelta degli ornamenti dalla salpa (l’etichetta) ai bottoni, ai due rivetti nella tasca posteriore destra. «Noi continuiamo a innovare, anche se la tela resta quella, ogni anno diamo una sfaccettatura diversa al capo». Anche quest’anno.

Targhetta identificativa Two men

In un 2020 in cui la pandemia ha bloccato iniziative e messo in stand by diversi progetti Marchesi ha reagito facendo quadrato: «In questo periodo di emergenza noi abbiamo fatto sempre più squadra come team e anche con tutta la nostra rete di amici, negozianti, clienti, tanto che abbiamo lanciato una catena del denim per garantire una continuità lavorativa “#UnitiMaDistanti” sostenuta anche da personaggi del mondo dello spettacolo come Saturnino, Cristiana Capotondi, lo stesso sindaco Beppe Sala e questo ha rafforzato anche l’immagine che il cliente percepisce di noi. È vero che è un periodo difficile ma siamo stati molto vicini ai nostri negozianti, alla nostra rete di retail, perché era quello che ci sentivamo di fare, siamo tornati ad essere noi stessi, siamo tornati umani. Abbiamo trovato una soluzione ad hoc per ogni cliente e abbiamo lottato insieme. Ad oggi quello che si percepisce è che c’è una grande volontà di sostenere il Made in Italy, lo leggiamo anche nelle email e nei messaggi che ci scrivono i clienti e questo non può che farci piacere».

E il Made in Marche l’eclettico imprenditore, che nel 2006 ha lanciato il brand “Two women” e due anni dopo il “Two men”, lo esporta in Italia e nel mondo, «al livello europeo ci stiamo muovendo, siamo in Germania, Francia e altri Paesi del Nord, in Russia siamo entrati come prima jeanseria del Gum (il centro commerciale che ospita i marchi della moda e del lusso), e in America, ora però il mondo è bloccato». Un canale è stato aperto anche in Giappone grazie alla collaborazione con il marchio Backlash dello stilista Isamu Katayama conosciuto al Pitti.

Alessandro Marchesi e l’archivio “boyfriend”

Marchesi viaggia, dall’Africa all’America, in Francia, Russia e ogni viaggio è fonte di ispirazione: «Compro capi vecchi, usati, che finiscono nel mio archivio, mi servono per prendere spunto, per ricreare nuovi capi, magari un dettaglio, un lavaggio come nel caso di vecchi jeans con già una loro storia. Ogni capo è diverso dall’altro, piccoli dettagli ne disegnano l’unicità. In questo momento, per esempio, sto riproducendo i jeans “boyfriend” dei marinai del Vietnam, che spesso ricamavano il proprio nome nel capo». Ma nel suo archivio ci sono anche capi che gli sono stati regalati. «Ne ho alcuni di cui sono innamorato, c’è un giubbetto di un amico che dopo la guerra era andato a lavorare a Parigi come meccanico. Per lavorare aveva comprato al mercatino dei capi che erano stati usati dai militari, un giorno mi regalò un giacchetto usato da un militare e che poi lo aveva accompagnato per 30 inverni al lavoro, quel capo ha la doppia storia del militare che era un motociclista francese e quella del meccanico. Ci è rimasto poco di quello che era la pelle iniziale, c’è solo una gran storia che se uno riesce ad entrarci dentro con la testa lo capisce».

Partendo da qui, da questo amore per la sartoria militare, nel 2010 ha dato vita a Memory’s, una linea che «Per noi è una palestra, una start up dove tutte le pazzie, le cose più strane le andiamo a fare. È una filosofia di vita che tocca diversi ambiti di lifestyle, non è solo abbigliamento ma una filosofia improntata su un’economia circolare di recupero. Si tratta di prodotti che hanno già una loro storia, l’80% è dato da un surplus di capi militari destinati al macero ma che secondo noi hanno ancora una storia da raccontare con una nuova interpretazione in chiave, appunto, Memory’s. Noi li riqualifichiamo, li disinfettiamo, li ricondizioniamo, li personalizziamo con ricami, opere d’arte a seconda della capsule che lanciamo in quel momento. Si tratta di giacche, tute, pantaloni, camice, addirittura pigiami degli ospedali militari che sembrano abiti sartoriali per la costruzione, sono dell’esercito greco, polacco, rumeno, americano, russo, svizzero, credo che il mondo della militaria l’ho toccato un po’ tutto». E questi capi, una volta ricondizionati, vengono personalizzati. Sono tutti pezzi unici, alcuni sono impreziositi da dipinti pop dell’artista Afran: dal Cristo rasta a Jimi Hendrix. «È come indossare un’opera d’arte».

Alessandro Marchesi e i capi dipinti dall’artista Afran