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Senigallia

«L’arte mi è venuta in soccorso»: intervista allo scrittore senigalliese Simone Pancotti

L'autore, che da anni convive con la sclerosi multipla, ci ha raccontato la sua storia e quella delle sue opere: «Credo fermamente che l'Arte in generale sia un'arma molto efficace contro le angosce del nostro tempo e possa fare veri miracoli»

Simone Pancotti
Simone Pancotti

SENIGALLIA – L’arte come cura dell’anima e del corpo contro la sclerosi multipla. Potrebbe essere questo l’incipit dell’autobiografia di Simone Pancotti, scrittore senigalliese residente a Marzocca che, negli ultimi due anni, ha pubblicato ben due romanzi, “Vite di carta” (2018) e “Il tocco immortale” (2019).

Simone, fin dall’adolescenza, ha dovuto convivere con una presenza ingombrante: un vero e proprio mostro che ha cercato di minare la sua esistenza. A salvarlo è stata però la sua vena artistica: proprio grazie alla scrittura infatti è riuscito a riprendersi ciò che il male aveva cercato di sottrargli: la gioia di vivere e la capacità di comunicare le sue mie emozioni più intime.

«Ogni volta che le dita digitano sulla tastiera del computer per dare vita a qualcosa di unico e irripetibile, ogni volta che la fantasia vola senza freni alla ricerca di nuove idee, io mi sento libero dalle catene in cui spesso la malattia mi imprigiona», ci racconta.

Simone Pancotti ad una delle tante presentazione dei suoi libri
Simone Pancotti ad una delle tante presentazione dei suoi libri


Quando hai scoperto la tua vena da scrittore? Che ruolo ha avuto la malattia nello sviluppo di questo tuo talento?
«La sclerosi multipla, malattia neurologica degenerativa con cui convivo da sedici anni, mi aveva tolto la capacità di comunicare gran parte delle mie emozioni e la scrittura mi è venuta in soccorso, senza che io la stessi realmente cercando. Ho iniziato a scrivere quasi per caso, buttando giù solo qualche piccolo pensiero, e l’ho fatto principalmente per me stesso, circa tre anni fa, perché sentivo il bisogno di esternare quello che avevo dentro, in qualche modo. Ero consumato dal malessere interiore, da un mostro invisibile che non riuscivo a domare e placare. In realtà, da grande lettore e divoratore di libri quale sono, avevo il sogno di poterne scrivere uno tutto mio, ma non credevo di esserne capace. Sembrava qualcosa di irrealizzabile, qualcosa di impossibile. Da un po’ di tempo avevo una serie di frammenti e fotogrammi che mi frullavano in testa e che poi ho unito assieme, notando con stupore che le parole uscivano da sole e che stavano componendo una vera e propria storia che poteva effettivamente dare vita a un romanzo, reale e concreto. Così è nato “Vite di carta”, la mia prima opera. Il sogno che diventa realtà. Il mio obiettivo era trasmettere il senso di vuoto e di disperazione che ho provato negli anni più bui, ma anche il desiderio di rinascere e di tornare il ragazzo allegro, positivo e ottimista che ero sempre stato, volevo diffondere un messaggio universale di speranza che potesse abbracciare la vita di tante persone. È stato un processo depurativo e terapeutico, durante il quale mi sono alleggerito di pesi enormi che mi avevano trascinato a fondo, e questo succede ogni volta che scrivo. Ho ricominciato di nuovo a vivere, a godermi le piccole cose, quelle che a volte diamo per scontate. Scrivere mi aiuta a scacciare i brutti pensieri ed è decisamente la cura migliore che potessi trovare per il mio animo a volte così tormentato. Mi permette di costruire un mondo solo mio, dove so che niente può farmi del male e dove sono unicamente io a decidere come vanno le cose e quali sono le regole da rispettare».

I due romanzi di Simone Pancotti
I due romanzi di Simone Pancotti

‘Vite di carta’ e ‘Il tocco immortale’ sono i tuoi primi romanzi: c’è un legame che in qualche modo li unisce?
«Questi due romanzi sono molto diversi tra loro, nel modo in cui si sviluppano gli eventi, nella caratterizzazione e nella evoluzione dei vari personaggi, e anche nell’ambientazione in cui si svolgono i fatti. ‘Vite di carta‘ si presenta lineare nella sequenzialità temporale. I protagonisti principali, Matteo e Giada, toccano il fondo delle proprie esistenze e poi riemergono dal buio, portando entrambi a compimento una completa rinascita. Il tutto viene narrato con un’inclinazione alla dolcezza e all’estrema sensibilità verso gli altri, nonostante la tragicità di alcuni episodi. Siamo in una città del Nord Italia, non meglio specificata.

Il tocco immortale‘, invece, presenta una doppia narrazione in cui il tempo presente si alterna a continui flashback, che spostano il racconto al passato. È un libro crudo, spietato, apparentemente disperato, a tratti feroce. Nikolaj e Yelena sono complici di una fuga verso la libertà in cui affronteranno gli aspetti più spregevoli dell’animo umano come la prepotenza, la sete di potere e di guadagno, l’egoismo, l’avidità. La storia si svolge principalmente in una città russa dalle sembianze apocalittiche che non sembra lasciare tempo e spazio a sentimenti positivi, tranne il legame fortissimo che si creerò tra di loro. Nonostante queste grandi differenze di base, c’è un tema di fondo che lega entrambi i romanzi, che è quello della speranza, intesa come possibilità concreta di vincere sulla cattiveria e sulla crudeltà dell’uomo. È molto evidente nel primo libro, più nascosto nel secondo, e in questo caso va dunque ricercato con attenzione al di là dei singoli avvenimenti, spesso molto cruenti. In “Vite di carta” la speranza emerge e prevale decisamente, il credere fermamente nella seconda occasione che tutti meritano vince su tutto e trionfa. Ne “Il tocco immortale”, invece, la speranza si concretizza nella possibilità effettiva di lasciare una impronta indelebile in questa vita, combattendo le ingiustizie. Quindi speranza come sinonimo di immortalità, come “regalo” lasciato a chi resta dalle persone che abbandonano per sempre la dimensione carnale e materiale per diventare puro spirito. Nessuna vita è inutile se lasciamo il mondo migliore di come lo abbiamo trovato».

Lo scrittore firma le copie del suo secondo libro
Lo scrittore firma le copie del suo secondo libro

Nei tuoi personaggi emerge sempre una certa fragilità e delicatezza: quanto c’è in loro di autobiografico?
«Sì, è vero. Nei miei personaggi compaiono spesso questi due lati del carattere, che mi appartengono decisamente, e che quindi mi viene più facile, quasi automatico, utilizzare e sondare nel profondo.
La fragilità soprattutto è uno stato d’animo che sento molto mio e che ho vissuto sulla mia pelle, e che vivo continuamente, sebbene con il tempo abbia imparato a combatterlo e a contrastarlo, senza farmi inghiottire e schiacciare. Questa particolare caratteristica psicologica mi dà l’opportunità di far evolvere i personaggi verso il miglioramento della loro condizione, verso una parziale o totale rinascita, come è successo a me in prima persona. Cerco sempre di caratterizzare i protagonisti delle mie storie e le varie situazioni caricandoli con un certo tipo di emozioni che vivo personalmente, di portare il mio vissuto all’interno della trama, mescolando piccole esperienze autobiografiche con la fantasia, che resta la base preponderante in tutto quello che scrivo».

Quanto è difficile imporsi oggi nel mondo dell’editoria per uno scrittore emergente come te? E che consiglio daresti a chi vorrebbe ripercorrere le tue orme?
«Quello dell’editoria è da sempre un mondo molto vasto e complesso, e lo è diventato ora anche di più con l’avvento del self publishing, che permette di pubblicare a chiunque lo voglia fare, anche senza un lavoro di editing o di revisione del testo alle spalle. Non è facile emergere, non basta il talento. Ci sono tanti bravi scrittori sulla piazza e si rischia di far parte di un enorme calderone, in cui poi alla fine è difficile scegliere. Oltre alla bravura nello scrivere, che comunque può migliorare e impreziosirsi nel tempo, e alla competenza nell’uso della nostra bellissima lingua, ci vogliono originalità, capacità di catturare il lettore, di coinvolgerlo e non annoiarlo, e ci vuole anche un po’ di fortuna, che non guasta mai. Secondo il mio personale parere e la mia esperienza, uno scrittore ha bisogno anche del supporto di una casa editrice valida che possa offrire tutti i servizi necessari per raggiungere un prodotto di buona qualità. L’unico consiglio che mi sento di dare a chi volesse cimentarsi nella scrittura è quello di credere sempre nelle proprie capacità e di non abbattersi al primo ostacolo o al primo giudizio negativo, di lottare sempre, senza sosta, con tutte le forze. Perché alla fine la tenacia e il talento vengono sempre ripagati».

Quali sono gli scrittori che ammiri di più?
«Nel corso della mia vita ho avuto l’opportunità di imbattermi in molti autori a cui devo qualcosa di importante, proprio a livello personale, e che mi hanno aiutato a ricomporre la mia esistenza che si stava sfaldando. Li ringrazierò sempre per tutte le ispirazioni e le idee che mi hanno fornito e per le emozioni che mi hanno regalato. Italo Calvino, che è stato il primo amore letterario ai tempi delle scuole medie. Dino Buzzati, che con il suo “Il deserto dei Tartari” mi ha completamente rapito e che rileggo sempre come se fosse la prima volta. Stefano Benni, con la sua magistrale ironia, Niccolò Ammaniti che mi emoziona sempre profondamente, Tiziano Terzani, che mi ha fatto scoprire la bellezza del viaggio e l’importanza della forza interiore. Ammiro molto anche Margaret Mazzantini e Susanna Tamaro. Ci sono poi alcuni scrittori stranieri che mi hanno segnato profondamente. Khaled Hosseini, Irvine Welsh, Takuji Ichicawa e alcuni classici intramontabili come George Orwell, Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad. Da ognuno di questi e da molti altri, che sarebbe impossibile nominare interamente, ho tratto tanti spunti per sviluppare un mio stile personale che spero possa essere riconoscibile nel tempo e ho carpito tanti segreti per diventare un bravo scrittore».

Simone Pancotti
Simone Pancotti

Stai preparando il terzo libro? Attingerà all’attualità presente e alla pandemia? Ci puoi svelare qualcosa?
«Sì, sto scrivendo il mio terzo romanzo. Per il momento il titolo è ancora top secret. Posso solo anticipare che, come sempre accade nei miei libri, ci saranno tanti colpi di scena. La pandemia ha sicuramente ispirato nel bene e nel male questo lavoro, mi ha offerto nuove sensazioni e possibili scenari e ambientazioni, quindi devo dire che, per quanto questo periodo sia stato difficile e doloroso, sono riuscito a trarne beneficio e a sfruttarlo nel modo migliore. Credo fermamente che l’Arte in generale sia un’arma molto efficace contro le angosce del nostro tempo e possa fare veri miracoli».