Senigallia

Ucraina, Silvestri a Senigallia: «Non c’è un vaccino contro la guerra, bisogna mettersi a tavolino per una soluzione»

Il virologo, ospite del Lions Club di Senigallia, ha parlato dell'impatto del conflitto Russo-Ucraino e della pandemia di Covid. Ecco cosa ha detto

Guido Silvestri a Senigallia per l'evento organizzato dal Lions Club

ANCONA – «Mi dispiace vedere che dal punto di vista militare la scienza viene usata per distruggere invece che per guarire, per costruire, per aiutare. Questo mi fa molta tristezza». Sono le parole del professor Guido Silvestri, direttore del Dipartimento di Patologia generale e medicina di laboratorio della Emory University di Atlanta, a Senigallia, dove ha partecipato all’evento organizzato dal Lions Club locale alla Chiesa dei Cancelli, “L’Ottimismo della scienza”.

Il celebre virologo, nella sua città d’origine, a margine dell’appuntamento, si è concesso ai giornalisti con i quali ha parlato anche del conflitto in Ucraina, per il quale ha auspicato il raggiungimento di una «una soluzione, un compromesso» per risolvere i problemi.

«Non c’è un vaccino contro la guerra – ha aggiunto – non c’è una terapia, bisogna che le persone si mettano a tavolino e trovino una soluzione, speriamo presto». Sul possibile impatto dei profughi sulla pandemia nel nostro paese, ha spiegato che «la pandemia sta facendo il suo corso. Tutto è infinitamente più gestibile di quando non fosse due anni fa: abbiamo i vaccini, le terapie, c’è moltissima gente immune, anche per aver contratto l’infezione, un po’ in tutto il mondo, quindi si tratta di continuare a gestirla».

«Per carità – ha aggiunto – ci sarà anche qualche caso di infezione in più legato alla guerra, ma purtroppo non è quello il grosso problema, speriamo che chi di dovere faccia la sua parte e risolva questo “benedetto” problema».

Guido Silvestri (a destra) con Stefano Fabrizi alla Chiesa dei Cancelli a Senigallia

Toccando il tema della pandemia, il professor Silvestri ha rimarcato che grazie alle nuove cure cessa l’emergenza, ma non la pandemia. «Se tutte le persone fossero vaccinate, e, con gli antivirali di nuova generazione che cominciano a usarsi a livello di massa, non è che finisce l’infezione, finisce l’emergenza, diventa gestibile, come tanti altri problemi».

A tal proposito ha ricordato «abbiamo avuto una fase all’inizio del 2020, febbraio, marzo e aprile 2020, che non era gestibile, e per questo abbiamo dovuto ricorrere a lockdown, coprifuoco e zone rosse, che speriamo mai più di dover vedere nella nostra vita».

Sull’incremento dell’incidenza fa notare che «in realtà il numero dei posti in terapia (occupati, ndr) sono poco più di 500, non è poco, ma abbiamo avuto oltre 4mila persone in terapia intensiva» e se si va a guardare «molti di questi 500 sono non vaccinati».

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Commentando la cessazione dello stato d’emergenza Covid al 31 marzo, ha aggiunto: «Credo che la formula in questo momento sia vaccinazione-terapia-società aperta, naturalmente monitorando e studiando tutto quanto. Non c’è più motivo di chiamarla una situazione di emergenza».

«Occorre cercare di avere fiducia nella scienza e nella medicina – afferma riferendosi alla vaccinazione anti-Covid-, è come quando si va dal dentista per una otturazione, e ci fa una anestesia per una terapia canalare, non è che stiamo li a contestare il farmaco anestetico, o a chiederne un altro. Viviamo serenamente, pensando che il dentista fa il nostro bene, così lo stesso avviene per i vaccini».

«Credo – conclude – che si andrà nella direzione di una vaccinazione annuale, un po’ come per l’influenza, a inizio autunno. Bisognerà avere la forza di fare campagne stagionali».

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