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Pesaro

Maturità 2021, le novità dell’esame di Stato: intervista al Presidente dell’Anp Riccardo Rossini

Il dirigente del Liceo Scientifico Marconi di Pesaro e nuovo Presidente dell'Anp parla dell'esame di Stato 2021, della didattica a distanza e della scuola in tempi di pandemia

PESARO – La maturità ai tempi del Covid-19. Anche per l’anno scolastico 2021 l’esame finale delle scuole secondarie di secondo grado dovrà fare i conti con la pandemia.

Dopo il parere del CSPI, il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato nei giorni scorsi l’ordinanza ministeriale che regolamenterà l’esame di stato. La maturità 2021 rimane pressoché uguale rispetto al 2020. Previsto un maxi orale con la presentazione di un elaborato scritto che sarà discusso durante la prova. Di fatto poche le novità per la sessione che avrà inizio il prossimo 16 giugno alle ore 8.30.

L’esame prevede un colloquio orale, che partirà dalla discussione di un elaborato il cui argomento sarà assegnato a ciascun studente dai Consigli di classe entro il prossimo 30 aprile sulla base del percorso svolto e delle discipline caratterizzanti l’indirizzo di studi che sono state pubblicate insieme alle ordinanze. (A questo link l’elenco completo di tutte le scuole) L’elaborato dovrà poi essere trasmesso dal candidato entro il 31 maggio.

Dopo aver sentito l’opinione del Prof. Contadini (A questo link l’intervista) in merito alla DaD, prosegue il viaggio nel mondo della scuola di CentroPagina che ora interpella sull’esame di Stato che verrà il Preside Riccardo Rossini, dirigente scolastico del Liceo Scientifico Marconi di Pesaro e nuovo presidente dell’Anp (Associazione Nazionale dei dirigenti scolastici e delle alte professionalità della scuola) delle Marche.

Riccardo Rossini, presidente dell’Anp Marche

«Premetto che non sono d’accordo con questa modalità di esame di Stato che, di fatto, ricalca quella del 2020. Non la condivido perché semplificare la maturità significa implicitamente ammettere che il livello d’istruzione fornito dalla scuola in didattica digitale integrata non sia valido, cosa che non ritengo fondata. A venire meno sono stati sicuramente altri aspetti fondamentali quali quello sociale, quello inclusivo, quello esperienziale ma non la preparazione. Mi rammarico molto che i maturandi di quest’anno verranno etichettati come ‘quelli del Covid’ e non lo ritengo giusto. Lancio una provocazione: se la preparazione fornita con questi mezzi non è reputata valida allora, gli stessi studenti, dovranno avere degli esami universitari il prossimo anno ridotti o semplificati. Ribadisco, io avrei preferito un esame normale; oltretutto le commissioni sarebbero state tutte quante interne, avrebbero tarato e rimodulato l’esame in base a quanto fatto effettivamente in classe».

Rossini prende posizione anche sulla didattica a distanza tanto aspramente criticata da molti suoi colleghi: «Io non sono per la demonizzazione di questo strumento: ovviamente la didattica a distanza fatta male serve a poco o nulla ma la DDI fatta bene ha un suo motivo d’essere. Il problema al limite è a monte: quando si doveva investire in connessioni, banda larga, fibra ottica e strumentazioni atte a poter fare una DaD degna, si è preferito investire sui banchi a rotelle, sulle aule che ora sono vuote. Dal mio punto di vista è stato un errore che ho ribadito già in varie occasioni, anche all’ex Ministro dell’Istruzione quando venne in visita ad Ancona: ci ribadì che la visione del Governo era diversa e che la priorità era il ritorno in presenza in classe. Dobbiamo anzi dire grazie a questo strumento che, in un periodo come questo, ci ha permesso comunque di tenere un legame e una relazione, seppur a distanza, tra scuola e studenti. Sia chiaro – prosegue Rossini – questo non significa che ritengo che la didattica a distanza sia equipollente a quella in presenza ma ritengo che sia ingeneroso demonizzarla: ci ha permesso di fare cose che in altri tempi o periodi non sarebbero state neanche immaginabili».

E sul ritorno a scuola in classe in presenza chiesto a gran voce a gennaio riferisce: «Gli studenti avevano e hanno voglia e intenzione di tornare alla scuola in presenza e lo hanno sempre detto e manifestato. Noi, fin dall’inizio (Ndr: il 14 settembre) siamo andati sempre al 50% e questa probabilmente sarebbe stata la formula più giusta: garantire classi in presenza al 50% in modo da avere nello stesso luogo meno ragazzi possibile contemporaneamente: una rarefazione della presenza scolastica che permetteva realmente il distanziamento di due metri e che quindi abbassava della metà il rischio del contagio. Invece in molti sono rientrati al 100%; quando è scattata l’ordinanza del 50% molti istituti l’hanno interpretata dividendo a metà le scuole ma lasciando così in classe lo stesso numero di alunni. Al di là della retorica, della demagogia di questi mesi, le scuole sono luoghi di assembramento: i numeri dei contagi lo hanno dimostrato. Se fossimo stati più oggettivi e meno demagoghi avremmo visto che per abbattere il rischio di contagio la scuola si sarebbe dovuta muovere diversamente da quanto fatto».