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Osimo

Premio della fisarmonica a Castelfidardo, Stefano Bollani presenta il suo concerto

Il Pif si chiuderà con il poliedrico pianista Stefano Bollani accompagnato dalla fisarmonica di Antonello Salis in un concerto in cui passeranno da Bach ai Beatles, da Stravinskij ai ritmi brasiliani, con improvvise incursioni nel pop

Stefano Bollani
Stefano Bollani

CASTELFIDARDO – Il Premio internazionale della fisarmonica di Castelfidardo prosegue in grande. Oggi, 29 settembre, alle 18.30 all’auditorium San Francesco ci sarà l’inedito duo formato dalla lettone Ksenija Sidorova e Pietro Roffi, tra i più riconosciuti fisarmonicisti del presente, che darà vita a un emozionante rework de “Le variazioni Goldberg” di Bach. Alle 21.30 la passione carioca esploderà sul palco di piazza della Repubblica: direttamente dal Brasile, il fisarmonicista Mestrinho, stretto collaboratore di artisti del calibro di Gilberto Gil, trascinerà il pubblico in un coinvolgente live latin jazz. La giornata sarà scandita anche dalle audizioni degli oltre 200 concorrenti da 20 nazioni, in gara per conquistare il podio del concorso di fisarmonica più prestigioso al mondo. Il Pif si chiude sabato 2 ottobre alle 21.30 al parco delle Rimembranze con il poliedrico pianista Stefano Bollani accompagnato dalla fisarmonica di Antonello Salis in un concerto in cui passeranno da Bach ai Beatles, da Stravinskij ai ritmi brasiliani, con improvvise incursioni nel pop e nel repertorio italiano degli anni Quaranta. Lo spiega Bollani.

Qual è il suo rapporto con la musica?

«Sono contento innanzitutto perché è la prima volta che vengo al Festival della fisarmonica. Come fisarmonicista sono molto vago, l’ho suonata e la suono ogni tanto di nascosto, in qualche disco, anche quando ho un po’ di calma e posso rifare i passaggi perché non sono molto esperto. La mia passione per la musica è nata quando avevo cinque anni e volevo fare il cantante. Sono stato appoggiato al pianoforte perché un giorno potessi accompagnare la mia voce, dopodiché mi sono innamorato di questo strumento perché dà grande soddisfazione anche a casa. Da lì in poi non l’ho mai mollato».

Da cosa nasce il concerto?

«Il concerto nasce soprattutto grazie ad Antonello che suonerà la fisarmonica, la nostra presenza è “giustificata” in questo senso. Lo conosco da 24 anni, abbiamo suonato e inciso insieme tanto, lui ha fatto parte di un quintetto con me, “L’orchestra del Titanic”, proprio con la fisarmonica, e poi abbiamo fatto concerti a due pianoforti e pianoforte e fisarmonica. Per me è un genio. Non ci sono due persone più diverse di noi due a livello di formazione, io sono il bravo bambino che ha studiato in conservatorio, lui è l’autodidatta, e questo è meraviglioso perché poter incontrare uno che ragiona in maniera diversa dalla tua e trovare i punti di incontro è una soddisfazione. Il bello di suonare con lui è che non facciamo nemmeno la scaletta, quindi saremo sorpresi tutti e due. Abbiamo un repertorio comune al quale sappiamo che possiamo attingere ma in realtà la serata sarà improvvisata».

Quanto c’è bisogno di arte e musica oggi?

«Il bisogno maggiore che abbiamo avvertito durante la pandemia forse è quello della condivisione. E’ molto bello ascoltare musica da soli, andare con un click da ascoltare musica dall’altra parte del mondo, novità degli ultimi venti anni, però sostituisce il fatto di stare tutti insieme nello stesso posto contemporaneamente ad ascoltare una musica che nasce in quel momento per noi. E’ un rito che è mancato molto e sta mancando ancora perché siamo a capienza ridotta ai concerti. L’aspetto rituale del concerto manca, simile a qualsiasi rito dell’antichità, quando c’era lo sciamano che cercava di entrare in contatto con gli spiriti e gli altri facevano il possibile per entrare nella stessa dimensione».

Quale messaggio lanciare ai giovani musicisti?

«In generale è quello di divertirsi sempre, di studiare le cose che interessano, non solo quelle che sono in un programma, e quindi essere curiosi. E’ l’unica ricetta per avere successo con la propria musica un detto, che non è detto che sia quella che si compone ma quella che si sente più vicina, potrebbe essere anche Chopin. L’importante è che la persona sia felice di fare quella musica e non che la faccia con mugugno. È quello che mi ha tenuto in piedi».

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