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Osimo, lavoratori Enedo in presidio: «No ai 35 licenziamenti». I sindacati: «L’azienda ritiri la procedura di mobilità»

Sciopero dei dipendenti della sede osimana multinazionale svedese che produce drive led e alimentatori per server industriali dopo l'annuncio di licenziamenti entro Natale. Sindacati sul piede di guerra

OSIMO – Lavoratori Enedo in presidio questa mattina, mercoledì 20 ottobre, davanti alla sede di San Biagio di Osimo della multinazionale metalmeccanica svedese che ha deciso di licenziare 35 dipendenti. Una nuova mazzata sul fronte occupazionale nelle Marche, con l’apertura dell’ennesima vertenza dopo quelle di Elica, Santo Stefano e iGuzzini illuminazione.

Un fulmine a ciel sereno per i lavoratori, i quali si sono visti comunicare solo il 14 ottobre, durante un incontro sindacale, la procedura di mobilità che andrà a tagliare quasi la metà del personale, 35 dipendenti su 85, e che scatterà già prima di Natale. L’azienda che si occupa di drive led per gli stadi e i grandi eventi, oltre che di alimentatori per i server industriali, dà lavoro a figure professionali estremamente qualificate, un patrimonio importante per il territorio.

I sindacati però non ci stanno e annunciano battaglia. Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil chiedono «l’immediato ritiro della procedura e l’avvio di un tavolo di trattativa». Intanto per oggi prosegue per tutta la giornata lo sciopero di 8 ore che sta coinvolgendo tutti e 85 i dipendenti, una sessantina dei quali sono in presidio.

I tre rappresentanti sindacali. Da sinistra Danilo Capogrossi, Sara Galassi e Boris Bassi

«Abbiamo chiesto all’azienda di attendere e di non far partire la procedura di mobilità – spiega Sara Galassi, referente Fiom Cgil Ancona – per fare prima una riflessione insieme e avviare un tavolo di trattativa, ma per tutta risposta il giorno dopo ci hanno comunicato l’apertura della procedura, una vera e propria doccia fredda, che entro Natale porterà al licenziamento di 35 dipendenti. Un bel regalo di Natale per loro e per le loro famiglie».

«Chiediamo un confronto vero – prosegue – che non sia sotto la tagliola dei 70 giorni, per cercare di trovare soluzioni che mantengano i livelli occupazionali e che non facciano perdere il know how a questa azienda». La multinazionale già nel 2007 aveva delocalizzato in Tunisia la produzione «ed oggi – aggiunge la referente della Fiom Cgil – ci sembra che vogliano chiudere i cerchio e spostare anche tutti gli impiegati che si occupano di ricerca, sviluppo e di vendita, in Tunisia».

La preoccupazione dei sindacati è che piano piano l’azienda finisca per chiudere la sua sede osimana, con un impatto importante sul livello occupazionale del territorio. «Vogliamo che le competenze di Osimo, restino qua e non vengano spostate».

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«Chiediamo che vengano utilizzati tutti gli ammortizzatori sociali attualmente a disposizione – afferma Danilo Capogrossi, referente Fiom Cisl Ancona – come la cassa integrazione, per poi fare un’analisi delle difficoltà della azienda, che sono più legate alla produzione in Tunisia, che all’attività svolta qui ad Osimo. La produzione è stata esternalizzata totalmente in paesi low-cost come la Tunisia, ma poi la qualità ne risente e i costi del mancato efficientamento del prodotto, ricadono sui lavoratori della  sede di Osimo». In questo modo invece «si mettono sulla strada i lavoratori e le loro famiglie – prosegue – una situazione inaccettabile».

Per il 25 ottobre è previsto un incontro con chi rappresenta l’azienda, ovvero un manager nominato dalla multinazionale in mano ad un fondo svedese. «L’azienda ha un concetto del lavoro completamente diverso – fa notare – e i lavoratori nel mondo scandinavo si ricollocano sicuramente in maniera più semplice che in Italia».

Boris Bassi, referente della Uilm Uil Ancona, aggiunge che la preoccupazione dei sindacati è alta. «Non condividiamo assolutamente la decisione dell’azienda di portare avanti questi 35 licenziamenti, come ristrutturazione – afferma – Pensiamo che se si procede in questo senso alla fine il sito potrebbe andare a chiudere. Qui ci sono professionalità importanti, con titoli di studio elevati e difficilmente sostituibili, per la maggior parte si tratta di ingegneri». E c’è apprensione anche per un eventuale ricollocamento di questi lavoratori, vista la crisi ingenerata dalla pandemia e anche l’età media dei lavoratori, intorno ai 45-50 anni.

A sinistra il sindaco di Osimo Simone Pugnaloni

Il sindaco Pugnaloni

A portare la solidarietà delle istituzioni ai lavoratori, c’era il sindaco di Osimo Simone Pugnaloni. «Appena avuto notizia della questione mi sono precipitato qui – spiega – perché credo che le istituzioni più vicine debbano farsi sentire». Il primo cittadino ha già allertato sulla questione la Regione, prendendo contatti con l’assessore regionale con delega al Lavoro Stefano Aguzzi, al quale, insieme ai sindacati, ha chiesto un incontro «per aprire un tavolo di concertazione».

«Sarò sempre al fianco dei lavoratori – aggiunge Pugnaloni – e se ci sarà necessità di arrivare al Ministero dello Sviluppo Economico, utilizzeremo anche i canali politici e la vicinanza degli esponenti di governo del Pd per poter aiutare questi lavoratori. Sconcerta, che se una volta, quando si dovevano fare scelte importanti c’era una concertazione e si arrivava per gradi a queste scelte così drastiche. Invece in questo momento vengono nominati manager “tagliatori di teste”. È davvero brutto visto che oltretutto il Paese deve riprendersi dopo il post covid».

Uno dei lavoratori di Enedo (San Biagio di Osimo)

Antonio Carrozzo, dipendente ed Rsu Fiom Cgil, in servizio nella sede osimana della multinazionale da 21 anni, esprime la preoccupazione dei lavoratori per i licenziamenti annunciati e ricorda come l’azienda, da un periodo iniziale di espansione, con picchi di 350 dipendenti (nel 2002) ha visto un calo nel 2005 dopo la perdita di uno dei principali clienti, Ibm, quando erano scattati i primi licenziamenti.

Nel 2007 l’apertura di un sito in Tunisia con la delocalizzazione della produzione in questo paese, dove però «il sito produttivo non ha mai funzionato adeguatamente, nonostante abbiamo sempre cercato di aiutare i nostri colleghi tunisini con dei training». Con la delocalizzazione in Tunisia erano già state licenziate 66 persone, poi nel 2014 c’era una ulteriore mobilità, che ha interessato altri 41 lavoratori. Insomma una pianta organica che via via si è andata sempre più assottigliando «a causa delle scelte compiute dall’azienda» fa notare il lavoratore.