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Osimo

Crisi Ragaini, gli operai contestano i licenziamenti

I sindacati promettono battaglia. Filomena Palumbo della Uil: «Verificheremo se siano stati rispettati tutti i requisiti, compreso l'effettivo versamento delle quote ai fondi pensione»

Lavoratori fuori dai cancelli della "Ragaini" di Loreto

LORETO – Autunno caldo per gli operai della Ragaini, l’azienda di Loreto che produce radiatori che ha avviato pesanti tagli al personale. Dopo l’invio ad agosto delle prime lettere di licenziamento (ne sono state annunciate 166 complessivamente), gran parte dei dipendenti interessati hanno contestato il provvedimento aziendale. La conferma arriva dalla sindacalista della Uil Filomena Palumbo, che insieme ai rappresentanti territoriali di Cgil e Cisl sta seguendo da vicino la vertenza di lavoro. «Noi come Uil abbiamo contestato finora 40 licenziamenti – spiega – e presumo che ne arriveranno presto altri. Verificheremo se siano stati rispettati o meno alcuni requisiti fondamentali, tra cui il riconoscimento degli elementi perequativi e il regolare ed effettivo versamento delle quote ai fondi pensione e alle eventuali finanziarie in presenza di cessioni del quinto».
Le sigle sindacali promettono battaglia, dunque, dopo il mancato raggiungimento di un accordo con l’azienda, al termine di una trattativa condotta anche sul tavolo della Regione Marche.

La sindacalista della Uil Ancona, Filomena Palumbo, durante un comizio

«Al tavolo della Regione, la Ragaini ha proposto una mobilità volontaria con incentivi economici – prosegue la Palumbo – ma nel caso in cui non ci fossero stati volontari l’azienda sarebbe stata libera di licenziare in forma coatta. Non potevamo firmare un accordo del genere, anche perchè il lavoratore avrebbe sempre potuto impugnare il provvedimento. Non aveva senso».
I licenziamenti della Ragaini arrivano dopo una crisi aziendale iniziata da circa due anni. «In questo periodo già diversi lavoratori se ne sono andati volontariamente attraverso gli incentivi – spiega la rappresentante Uil – senza contare che l’azienda ha ottenuto e utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali possibili, dai contratti di solidarietà alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Il problema è che nel frattempo si continuava a delocalizzare la produzione, quindi mentre in Italia avevamo la cassa integrazione, in Romania si lavorava a pieno regime. L’azienda avrebbe dovuto sfruttare queste risorse per riqualificare il personale e predisporre un piano di rilancio in Italia, ma non è stato fatto niente di tutto ciò».