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Macerata

Processo Riaz, la procura chiede la conferma dell’ergastolo. A febbraio la sentenza

Si è celebrato ad Ancona il secondo grado di giudizio nei confronti di Muhammad Riaz accusato di aver ucciso la figlia 19enne Azka a Trodica di Morrovalle. La difesa: «Davanti a voi c’è un innocente»

La sede della Corte D'Appello di Ancona
La sede della Corte D'Appello di Ancona

MACERATA – Si è celebrato questa mattina in Corte d’Assise d’Appello di Ancona il processo di secondo grado a carico di Muhammad Riaz, il muratore 46enne di origine pakistana accusato dell’omicidio volontario della figlia 19enne Azka. Secondo l’accusa la sera del 24 febbraio 2018 a Trodica di Morrovalle il padre avrebbe colpito la figlia e poi l’avrebbe lasciata in strada, al buio e sotto una pioggia battente poco prima che un’auto la investisse.

L’avvocato Maurizio Nardozza

Per questo delitto e per i reati di violenza sessuale sulla figlia maggiorenne e maltrattamenti in famiglia nei confronti di lei, della sorella e dei due fratelli, tutti minorenni all’epoca dei fatti, in primo grado il muratore era stato condannato dai giudici della Corte d’Assise di Macerata all’ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi. Una sentenza che i difensori, gli avvocati Francesco Giorgio Laganà e Flavio Rossi Albertini, impugnarono una volta lette le motivazioni.

La tutrice Francesca Forani e l’avvocato Paolo Carnevali

Questa mattina il pubblico ministero Claudio Rastrelli nel corso della requisitoria andata avanti per oltre un’ora ha ripercorso la vicenda processuale concludendo con la richiesta della conferma della condanna di primo grado. Dopo di lui hanno preso la parola gli avvocati di parte civile, il legale Maurizio Nardozza che tutela la moglie dell’imputato e due dei tre figli, e l’avvocato Paolo Carnevali che tutela il terzo figlio ancora minorenne, rappresentato dalla tutrice Francesca Forani. Entrambi i legali hanno evidenziato le responsabilità dell’imputato in merito alle accuse contestate associandosi alla richiesta del pubblico ministero.

L’avvocato Francesco Laganà

A seguire, è stata la volta della difesa. L’avvocato Flavio Rossi Albertini si è concentrato sulle accuse relative alla violenza sessuale e ai maltrattamenti in famiglia, ribadendo l’importanza delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini dall’assistente sociale che aveva seguito i figli di Riaz nei due anni antecedenti le denunce. Dichiarazioni però che non sarebbero entrate nel processo di primo grado: «I giudici della Corte d’Assise di Macerata – ha ricordato il legale Laganà – avevano ritenuto quelle dichiarazioni inutilizzabili, ma sono di assoluto rilievo perché ricostruiscono un quadro genuino della situazione vissuta in quella casa. L’assistente sociale aveva riferito che i figli di Riaz erano tranquilli e non avevano mai parlato di violenze sessuali o maltrattamenti. Al contrario l’assistente aveva ritenuto il padre dei ragazzi non idoneo a tenere testa ai figli, a educarli».

Secondo l’avvocato Rossi Albertini, poi, i figli dell’imputato avrebbero mentito «in diverse occasioni – ha precisato l’avvocato Laganà –. Quando a febbraio hanno chiamato i carabinieri non sarebbe emersa la violenza sessuale, denunciata solo dopo qualche mese. Nel 2017 le due sorelle erano state chiamate in caserma. Il pubblico ministero aveva chiesto e ottenuto dal gip l’autorizzazione a intercettare le conversazioni tra le due ragazze perché c’erano state delle contraddizioni nelle loro dichiarazioni. E dopo quei fatti non era stata emessa nessuna misura cautelare nei confronti del padre. Perché, se quello che dicevano era vero?». «C’è poi la telefonata registrata dal fidanzato di Azka – ha aggiunto il legale – in cui si sentono padre e figlia discutere. Si sente la figlia che urla contro il padre, gli dice di darle i soldi, gli urla che le ha rovinato la vita, lo accusa di averle preso tutto ma non parla mai di violenze sessuali. Lui, al contrario, risponde pacatamente, le dice di fare quello che le pare, ma di ridargli il telefono perché è tardi e vuole andare a dormire, le dice che i soldi non li ha, che glieli avrebbe dati l’indomani dopo il lavoro. L’ “orco” resta calmo, perché? Non sa di essere intercettato, se è lui l’orco dentro casa perché resta calmo?».

Conclusi gli aspetti relativi ai maltrattamenti e alla violenza sessuale, a proseguire in aula è stato l’avvocato Laganà che invece ha puntato la sua arringa sull’accusa di omicidio volontario. Per la procura quando l’auto ha investito Azka, la ragazza era stesa a terra e la testa della vittima era rimasta all’esterno del mezzo, se la testa fosse finita sotto il mezzo, per il consulente tecnico della procura, l’impatto con la parte anteriore dell’auto l’avrebbe spappolata. Diversa è la ricostruzione sostenuta dalla difesa secondo cui le lesioni al volto, l’escoriazione all’occhio e la frattura della mandibola, sarebbero unitarie e provocate dall’investimento quando la testa della ragazza è stata sormontata dall’auto. Per la difesa la ragazza era in piedi al momento dell’investimento e la testa era finita sotto l’auto. «Ci sono le relazioni dei Ris – ha aggiunto l’avvocato Laganà – che confermano che sotto l’auto c’erano i capelli di Azka». Al termine della discussione l’udienza è stata rinviata al prossimo 10 febbraio per repliche e camera di consiglio. All’esito di quest’ultimaci sarà la lettura del dispositivo.