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Macerata

Omicidio della 15enne Cameyi, a processo l’ex fidanzato. Dieci anni fa disse: «Non posso pagare solo io»

Udienza preliminare il 2 dicembre per il bengalese, oggi 30enne accusato di omicidio volontario aggravato dell'ex fidanzatina scomparsa da Ancona il 29 maggio 2010. Ma lui dal 2011 è in Bangladesh. L'avvocato Luca Sartini: «Finalmente dopo 10 anni un processo»

La foto di Cameyi Mosammet e dietro la mamma Fatema, a casa, in attesa di notizie
La foto di Cameyi Mosammet e dietro la mamma Fatema, a casa, in attesa di notizie

MACERATA – A 15 anni Cameyi Moshammet è morta per gelosia. Aveva iniziato una frequentazione con un giovane extracomunitario e il rivale in amore si è accanito su di lei. È questa la ricostruzione della procura di Macerata che dopo la chiusura delle indagini ha chiesto il rinvio a giudizio per Monir Kazi, bengalese come la vittima, oggi 30enne accusato dell’omicidio volontario aggravato dell’ex fidanzatina.

L’avvocato Luca Sartini

Mercoledì prossimo, 2 dicembre, davanti al gup Domenico Potetti del Tribunale di Macerata, sarà celebrata l’udienza preliminare a carico del giovane, ma lui dal 2011 è in Bangladesh, ultima città conosciuta Charkamarkandi Neloke Bundur. «Finalmente dopo 10 anni riusciamo ad arrivare ad un processo – ha commentato l’avvocato dei familiari della ragazzina, Luca Sartini, senza nascondere però una certa amarezza –. All’epoca già a distanza di 15 giorni dalla scomparsa di Cameyi c’erano gravi e concordanti indizi sul fidanzato, la procura di Ancona avrebbe potuto emettere una misura cautelare, ma non lo ha fatto». Il legale che assiste la mamma di Cameyi e i fratelli (il padre è morto pochi mesi dopo la scomparsa della figlia, ndr) è un fiume in piena, ripercorre la vicenda, analizza le indagini effettuate ed esprime le sue perplessità.  

Un fotogramma che ritrae i due ragazzi in stazione, Monir davanti e dietro Cameyi

Tutto inizia il 29 maggio del 2010 quando da Ancona scompare Cameyi Moshammet, un’adolescente di 15 anni di origine bengalese che voleva vivere come le sue coetanee occidentali. Il giorno dopo il padre si rivolge alle forze dell’ordine e denuncia la scomparsa della figlia. Scattano le indagini della procura di Ancona. Il primo ad essere sentito è Monir Kazi, un connazionale 20enne fidanzato della vittima, «Lui nega di aver visto Cameyi quel giorno – spiega l’avvocato Sartini, dice di averla vista l’ultima volta il 24 maggio, ma è una bugia, un depistaggio. Dai tabulati telefonici risulta che il giorno della scomparsa i due si sentono, Monir, che vive all’Hotel House di Porto Recanati, va ad Ancona da Cameyi poi insieme tornano a Porto Recanati, ci sono le telecamere della stazione ferroviaria che li riprendono». E ci sono le celle telefoniche: la mattina del 29 i cellulari dei due ragazzi agganciano la cella che copre l’Hotel House, poi alle 12.54 il telefono di Cameyi si spegne.

Il 10 giugno Monir va in Grecia, torna cinque giorni dopo e al suo rientro viene convocato in procura. «Gli comunicano che è indagato per il sequestro della fidanzatina e gli nominano un avvocato d’ufficio – continua il legale Sartini -, mentre aspettano che arrivi l’avvocato Monir dice, è tutto a verbale, «Non è giusto che paghi solo io». Quando arriva l’avvocato gli chiedono se conferma le dichiarazioni rese poco prima e lui conferma e aggiunge «Anche loro possono sapere qualcosa sulla scomparsa». Chi sono “loro”? «Non lo so – risponde Sartini –, dalle carte non emerge, ma sicuramente qualcuno che sapeva. Tutta la frase fa pensare che Monir sapesse qualcosa sulla scomparsa ma nonostante questo è stato indagato a piede libero, non è stata disposta alcuna misura cautelare». Le ultime notizie di Monir a Porto Recanati risalgono al 2011, poi il giovane va via, prima in Grecia poi in Turchia e infine torna a casa, in Bangladesh. Nel 2015 la procura di Ancona ha archiviato l’indagine per sequestro di persona, «ma a noi non è stato mai comunicato», precisa Sartini.

Gli scavi sul luogo del ritrovamento delle ossa dove vanno avanti i prelievi (foto gentilmente concessa da Il Cittadino di Recanati)

Passano tre anni, è il 28 marzo del 2018, a Porto Recanati, da un terreno vicino all’Hotel House in via Santa Maria in Potenza, spunta un femore che sembra umano. A vederlo è un finanziere impegnato in un controllo antidroga. Scatta la segnalazione. Sul posto arriva il pm di turno Rosanna Buccini, il medico legale Roberto Scendoni, i vigili del fuoco e gli agenti della Squadra Mobile di Macerata. Iniziano gli scavi in un pozzo interrato, che da quel momento viene nominato “il pozzo degli orrori”. Da quel buco esce fuori di tutto, ossa di animali, una scarpa, frammenti di vestiti, calcinacci, le ricerche vanno avanti per giorni fino all’11 aprile. Alcune ossa e due denti sembrano appartenere alla stessa persona, da quei denti viene estratto un Dna e comparato con quello dei familiari di Cameyi, la svolta, “È Cameyi”. Per la madre della 15enne è la fine di ogni speranza e la prosecuzione dell’incubo.

Il fascicolo a quel punto viene riaperto e inviato alla procura di Macerata per competenza. Il procuratore Giovanni Giorgio e il sostituto Buccini dispongono mirate indagini e modificano il reato, da sequestro di persona a omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere (quest’ultimo è ormai prescritto) e intanto leggono le carte prodotte dalla procura di Ancona. Vengono autorizzate intercettazioni ambientali, gli inquirenti ascoltano le conversazioni dei familiari di Monir, «lo descrivono come una persona violenta, bugiarda e dal comportamento riprovevole – racconta l’avvocato Sartini –. Dopo la scomparsa di Cameyi, i familiari per ripulire se stessi dall’onta che Monir aveva provocato, lo avevano fatto allontanare in Bangladesh dove gli era stato organizzato un matrimonio, ma ben presto la sposa si allontanò da lui. Nel 2015 si è sposato una seconda volta, ma il fratello che poi ha interrotto i rapporti con lui in un’occasione dovette intervenire perché Monir aveva picchiato selvaggiamente la moglie. Poi ci sono altre dichiarazioni, della sorella e del cognato che dicono che Monir aggredì la moglie con dei bastoni e con un machete».  

A gennaio di quest’anno la procura ha chiuso le indagini e notificato l’avviso di garanzia al bengalese. «Ho saputo che quando gli è arrivata la notifica – ha aggiunto il legale – ha detto «Verrò in Italia a raccontare la verità», lo stiamo ancora aspettando. Auspichiamo di arrivare alla verità e a una condanna, anche se lui non verrà mai in Italia. La mamma di Cameyi è la più psicologicamente provata, aveva sperato fino all’ultimo che la figlia fosse chissà dove ma viva». Monir sarà difeso d’ufficio dall’avvocato Marco Zallocco.