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Macerata

Afghanistan e lo stop alla musica. «Sbagliato generalizzare una posizione estremista»

La riflessione dei due docenti dell’Università di Macerata, il professore Vincenzo Caporaletti, docente di Musicologia transculturale, e il professore Marcello La Matina, docente di Semiotica

Il rimpatrio da Kabul (Afghanistan) dei connazionali e dei collaboratori. Foto: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI)

MACERATA – A fine agosto ci fu l’annuncio che in Afghanistan sarebbe stata di nuovo vietata la musica. La dichiarazione fu fatta dal portavoce dei Talebani al New York Times generando sconcerto nel mondo occidentale. Sulla vicenda hanno voluto esprimere una riflessione due docenti dell’Università di Macerata, il professore Vincenzo Caporaletti, docente di Musicologia transculturale, e il professore Marcello La Matina, docente di Semiotica.

Vincenzo Caporaletti, docente di Musicologia transculturale, Università di Macerata

«I Taliban afghani, subito dopo aver assunto il potere, hanno proibito la musica in tutto il paese. Il divieto non colpisce soltanto performers e ascoltatori, ma anche impresari, liutai, venditori di strumenti e riproduttori di musica.  La stampa occidentale non si è data pena di spiegarne le cause, limitandosi a banali allusioni alla natura islamista di quello stato e alla condizione di inferiorità in cui versano le donne afghane. In verità, andrebbe detto che la posizione fondamentalista ed estremista che viene oggi ostentata dai Taliban non può essere generalizzata ed estesa a tutta la cultura islamica. Esiste in tutto il mondo musulmano, e quindi anche in Afghanistan, una cultura musicale ricca, che ha espresso nel tempo stili originali e maestri di tradizione classica e folk. Ad esempio la tradizione del gazhal, che fa capo, nella sua forma moderna, a Ustad Qassem (1883-1956), con tratti del tutto specifici rispetto ai modelli hindustani. Inoltre, la dimensione sociale della musica è largamente presente, testimoniata dal vivace quartiere dei musicisti di Kabul, il Kacheh Karabat».

Marcello La Matina, docente di Semiotica, Università di Macerata

«Anche prima dell’Islam – proseguono i docenti -, le culture mediorientali (ad esempio il mazdeismo) vietavano la rappresentazione di forme viventi nella pittura come nelle arti plastiche. Questo aniconismo (il divieto di raffigurare in immagine gli esseri viventi) accomuna le culture arabe a quella ebraica. Si ricorderà come nel 2001, altri Taliban abbiano distrutto con le bombe i ciclopici Buddha della Valle di Bamiyan, solo perché li ritenevano “falsi dèi”. Analogamente, la musica intesa come poesia cantata in un contesto di cultura orale partecipava, già nelle prime interpretazioni radicali dell’Islam, dell’anatema verso le forme devozionali preislamiche. L’Occidente di oggi, intriso di immagini pittoriche, fotografiche, plastiche e digitali, fatica a comprendere divieti come questo. Ma ciò può accadere perché abbiamo tutti dimenticato che un Concilio ecumenico, celebratosi a Nicea nel 787, ebbe il coraggio di “sdoganare” la cultura visiva, stabilendo che la rappresentazione e l’uso di immagini (le icone di Cristo in primo luogo) non era idolatria o blasfemia. Ecco perché noi abbiamo Hollywood e gli arabi no. Certi di condividere un sentimento diffuso nella maggioranza della cultura islamica, intendiamo unirci al cordoglio per l’assassinio del cantore Fawad Andarabi, simbolo di un Afghanistan lontano dalle intolleranze del nuovo regime».