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Jesi

“Vizi e virtù della A2”, la palla a Petrucci e Pecile

Il presidente federale e l'indimenticabile "Sunshine", oggi dirigente a Trieste, protagonisti al Federico II del convegno in occasione delle finali di Coppa Italia, insieme al tecnico sangiorgese Cesare Pancotto e a Gabriele Ceccarelli e Luca Campogrande, coach e guardia di Montegranaro

Andrea "Sunshine" Pecile, a sinistra, e Luca Campogrande della XL Extralight Montegranaro.

JESI – «L’A2 è un campionato bellissimo, dove giocano tanti italiani bravi e, mi auguro, sempre più giovani. Questa deve essere la filosofia di un movimento: creare giocatori italiani per le Nazionali e puntare in alto, pensando alle Olimpiadi. Perché di tutte le vittorie, sono quelle conquistate con la Nazionale che lasciano nella gente un ricordo indelebile. E cambiano veramente la vita». Così, nella Sala conferenze dell’Hotel Federico II, il presidente della Federazione Italiana Pallacanestro Gianni Petrucci, intervenendo al convegno “Vizi e virtù della serie A2, il campionato degli italiani raccontato dai protagonisti”, appuntamento organizzato nell’ambito degli eventi collaterali alla tre giorni di finali di Coppa Italia, di A2 e serie B, ospitate a Jesi e Fabriano.

Il presidente federale Gianni Petrucci, al centro, fra Contessa e Pancotto.

Moderatori dell’incontro i giornalisti Stefano Valenti, responsabile della comunicazione della Lega Nazionale Pallacanestro, e Matteo Contessa dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (Ussi). Al tavolo, prima i tecnici poi i giocatori, scelti abbinando un volto esperto e affermato a giovani emergenti e già di successo. E così la prima parte della mattinata ha visto raccontare e raccontarsi il sangiorgese Cesare Pancotto, tecnico pluripremiato in serie A con una carriera trentennale nei massimi campionati, e il non ancora trentaduenne Gabriele Ceccarelli, capo allenatore della XL Extralight Montegranaro. Mentre in seguito è toccato a Andrea Pecile, l’indimenticabile “Sunshine” di una grande carriera fra Italia e Spagna con una ottantina di presenze in maglia azzurra, oggi Direttore Tecnico del Settore Giovanile dell’AlmaTrieste. E poi a Luca Campogrande, classe 1996, guardia e punto di forza ancora della XL Extralight Montegranaro. Nel mezzo l’intervento del presidente federale Gianni Petrucci, già segretario e commissario della Federcalcio, per quattro mandati presidente del Coni e tornato nel 2013 alla Fip, già presieduta fra il 1992 e il 1996.

«Mi dicono che sto al potere da quarant’anni ma alle cariche che ho ricoperto sono sempre stato eletto- ha ironizzato Petrucci- nella pallacanestro sono tornato dopo vent’anni. C’è bisogno di personaggi per far parlare del movimento, guardate che cosa è stato fatto con Cecilia Zandalasini per il movimento femminile. Ma servono i risultati della nazionale, ora stanno arrivando (con riferimento alle recenti vittorie nelle qualificazioni ai Mondiali 2019, n.d.r.) con un tecnico come Sacchetti. Quanto al supporto alle società, la Federazione economicamente può fare poco, contributi che però non risolvono i problemi se, con la crisi, non ci sono imprenditori che possano investire».

Il tavolo dei relatori del convegno al Federico II, con al centro Petrucci e i tecnici Pancotto e Ceccarelli.

Anche Andrea Pecile, fra gli altri ex Jesi, ha toccato il tasto dell’importanza dei risultati azzurri. Legata a una sua decisiva tripla nella finale contro la Grecia di Almeria 2005, l’ultima medaglia internazionale del basket italiano, ai Giochi del Mediterraneo. «Lo ricordo bene, venivo da uno 0/8 al tiro da tre in quel torneo, chiusi 1/9 ma ricevendo quel pallone e tirando sapevo che avrei segnato, ho rivisto tutte le ore al campo. L’azzurro dà visibilità come niente altro, l’ho sperimentato di persona. Oggi chiedo ai bambini dei miei camp a Trieste che cosa sognano, capita sempre più spesso che non sappiano rispondermi. Io ero sempre col pallone in mano e volevo arrivare a giocare con Michael Jordan, perché mi avrebbe fatto vincere le partite». Poi sul basket di oggi, «Mancano i personaggi ma spesso anche le idee. E quelle devono arrivare dalle società. L’appartenenza si crea dandosi una identità. Dai più piccoli alla prima squadra, a Trieste spieghiamo a tutti: qui si fa così. E’ la nostra via, se ne può scegliere un’altra, ma ognuno deve avere la sua e portarla avanti. Solo così una palla che entra o esce dal canestro non diventa la differenza fra l’esaltazione e il disastro».

Pecile e Campogrande fra Matteo Contessa (Ussi) e Stefano Valenti (Lnp).

Spiega Campogrande: «Il mio sogno l’avevo attaccato sopra il letto a casa a Roma, “diventare un giocatore di pallacanestro”. Lo sto realizzando, in un campionato dove ti confronti e giochi con chi vedevi prima solo in tv e ti fa crescere. E forse più allenante della A1 stessa, dove anche in settimana giochi e possessi sarebbero tutti in mano agli stranieri».

Cesare Pancotto ricorda: «Questi sono ormai i campionati della globalizzazione, la A2 è una lega di sviluppo di una formazione che devono però fare i settori giovanili. Ma c’è una buona integrazione, una buona osmosi fra esperti e giovani, vale per i giocatori come per i tecnici. Per noi più grandi il confronto coi giovani è fondamentale per capire dove si va. Cosa è stato, il passato, conta poco. Serve guardare avanti. E tutto cambia. Basti pensare all’atletismo dei giocatori su un campo che si fa sempre più stretto per quanto corrono. Tutto è rimesso in discussione».

Coach Gabriele Ceccarelli sottolinea: «E’ l’era della comunicazione social ma restano importanti le origini, il bar sotto casa, il confronto col tifoso. Tanti giocatori italiani scendono in A2 dove possono sentirsi importanti rispetto alla A1 degli stranieri. E c’è appartenenza come per me, che da ragazzino riminese seguivo Rimini in A1 e ho come ricordi più cari le maglie dei giocatori riminesi di quelle squadre».