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Jesi

Jesi, il vicesindaco Butini su History Channel per sensibilizzare sull’Aids

«Come fare la festa al virus HIV per i suoi 40 anni? Facciamo tutti un test!», l'appello della assessore alla Cultura, presidente di Anlaids Marche

Il vicesindaco di Jesi Luca Butini su History Channel

JESI – Un documentario di due puntate in occasione del World Aids Day. Ad ospitarlo il prestigioso History Channel. Ospite d’eccezione il vicesindaco Luca Butini, dirigente di Immunologia Clinica degli Ospedali Riuniti di Ancona e presidente Anlaids.

«Un virus nuovo, sconosciuto, che può dare anche infezioni asintomatiche ma che spesso dà una malattia grave e poi la morte, nessuna cura. Non del tutto chiara all’inizio la modalità di trasmissione, ma poi si capisce che per prevenire l’infezione bisogna prima di tutto modificare lo stile di vita. Siamo nel 1981 però, non nel 2019. E quel virus, chiamato dapprima HTLV-III, è HIV, il virus dell’Aids», esordisce Butini.

«Sono passati quarant’anni dallo scoppio dell’ultima pandemia del secolo scorso – ricorda il vicesindaco di Jesi -, quarant’anni in cui la scienza ha compiuto passi enormi, capaci di consentire alle persone infettate che sappiano di esserlo di curarsi così efficacemente da invecchiare come se Hiv non ci fosse, da poter essere certi di non trasmettere il virus al figlio che si porti in grembo o al/alla partner. Che sappiano di esserlo, però, perché se non lo sai di avere l’Hiv la malattia progredisce come prima, alla fine il virus vince. Il test Hiv ti salva la vita. Un prelievo di sangue in un laboratorio oppure un self-test comprato in farmacia, pungidito o salivare, se eseguiti nei tempi giusti, un mese dopo l’occasione di rischio per il primo, tre mesi dopo per i secondi, consentono la diagnosi, a cui segue, oggi, la possibilità di iniziare immediatamente la cura».

La pandemia attuale crea non poche difficoltà. «Il Covid-19 – sottolinea il presidente di Anlaids Marche – ha rallentato l’accesso alle strutture sanitarie per tutte le altre patologie. Per questo la diminuzione delle nuove diagnosi di Hiv in Italia nel 2020 (incidenza di 2,2 nuove diagnosi ogni 100.000 abitanti, 1.303 casi totali) è da guardare con beneficio di inventario. L’andamento degli ultimi anni mostra una diminuzione quasi costante delle nuove diagnosi, il “gradino” fra 2019 e 2020 è però il triplo rispetto a quelli precedenti ed andrà verificato l’anno prossimo. Nel 96% dei casi l’infezione è stata acquisita attraverso rapporti sessuali non protetti, i maschi rappresentano l’80% dei casi totali, in poco più della metà dei casi si tratta di maschi che fanno sesso con maschi (MSM), l’altra metà scarsa si divide fra maschi eterosessuali e femmine eterosessuali. Quello che non migliora è la frazione di diagnosi tardive: due nuove diagnosi su tre avvengono tardi, anni dopo l’infezione, il che significa aver lasciato al virus il tempo di fare danni al sistema immunitario e di essere stato trasmesso ad altri. In questo l’Italia fa peggio della media europea».

Ecco, dunque, l’appello: «Come fare la festa al virus Hiv per i suoi 40 anni? Facciamo tutti un test!».