Jesi-Fabriano

Sofia, 2 anni, è volata in cielo. I giovani genitori: «Bisogna sostenere la ricerca oncologica»

«Vogliamo trasformare il nostro dolore in gesti d'amore - dice Maria Paoloni - e far capire alla gente quanto bisogno ci sia di sostenere la ricerca. Io e Michele ci impegneremo per questo»

JESI – Quanto può essere grande un dolore? Chi lo sa… Ma l’abbiamo visto, immenso, negli occhi di una giovane mamma, Maria, che aveva da poco perso la piccola figlia di 2 anni, Sofia. Figlia anche di Michele  Pierpaoli. Una bella coppia di giovani jesini, neanche trentenni. Una bella famiglia.

Sofia non ce l’ha fatta, è volata in cielo domenica scorsa 20 agosto, di sera, all’ospedale “Salesi” di Ancona, tre giorni dopo aver compiuto gli anni, giovedì 17. La leucemia linfoblastica acuta, con la quale era nata, non le ha lasciato scampo.

I funerali, in forma strettamente privata, solo con le famiglie, si sono svolti martedì 22, a Mazzangrugno, nella chiesa di San Lorenzo e nella frazione di Jesi, nel piccolo cimitero, la bimba riposa.

Domenica prossima, 27, alle 10.00, sempre in San Lorenzo a Mazzangrugno, ci sarà la messa in ricordo aperta a tutti. Con cassetta per le offerte da destinare in modo particolare allo Iom e alla Fondazione Salesi.

«In due anni di vita – ricorda Maria Paoloni, figlia di Luigisiamo stati sempre ricoverati, prima a Padova poi in Ancona. Ad eccezione di un paio di mesi nei quali siamo riusciti a stare anche a casa grazie all’aiuto dello Iom, Iom che è una grandissima fortuna per la nostra zona, per tutto il sostegno che dà in queste circostanze così dolorose. È stato un vivere giorno per giorno, come ci avevano già detto i dottori da quando Sofia è nata».

A Sofia, infatti, iniettavano un farmaco in vena e doveva farlo tutti i giorni e se «non avessimo avuto l’aiuto dello Iom, che mandava personale a casa, avremmo dovuto rimanere in ospedale».

«E sono stati 60 giorni bellissimi. Portavamo Sofia al mare, lei metteva i piedini sulla sabbia, nell’acqua. E poi sull’altalena, dalle 19 alle 20 di sera perché prima c’era troppo sole, qui nel piccolo parco vicino al bocciodromo. Per Sofia non era normale come per gli altri ed è stata una grande gioia per lei».

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«La leucemia che aveva Sofia – dice Maria – è quella più diffusa in età pediatrica. Si parte con protocolli standard ma ogni caso ha la sua particolarità. È difficile che il protocollo si adatti a tanti bimbi. La scienza è andata avanti poco perché i fondi per la ricerca sono a loro volta pochissimi ed è proprio su questo problema che dobbiamo rivolgere l’attenzione di tutti».

E l’attenzione deve tradursi in «donazioni come aiuto concreto per i reparti che ne hanno tanto bisogno e per la Fondazione del Salesi che, tra l’altro, riesce a portare pezzettini di quotidianità, anche con animatori, a questi bimbi che vivono continuamente in ospedale».

Maria ci tiene particolarmente a sottolineare che «c’è tanto bisogno di aiutare, di dare fondi alla ricerca. Siamo tanto indietro. E io l’ho vissuta, questa cosa, sulla mia pelle  e quella di mia figlia. Arrivi a un certo punto che la medicina ti dice: “Abbiamo fatto tutto quello che conosciamo“. E allora pensi che c’è tanto ancora da scoprire, c’è tanto ancora da lavorare. Non è possibile che qualcuno ti dica che la medicina è finita qui».

«Ma non voglio parlare solo del nostro dolore, voglio sensibilizzare anche verso tutto questo mondo che esiste e che ci è molto più vicino di quanto pensiamo».

«E il nostro dolore, ma anche la nostra rabbia, c’è anche quella, perché ti è stata tolta una figlia che stringevi tra le braccia nemmeno una settimana fa, lo vorremmo trasformare in gesti d’amore. Un punto di partenza. Intanto, sensibilizzare la gente verso le donazioni. Non so se riusciremo, io e Michele, a far nascere anche una Fondazione onlus, ma ci vogliamo impegnare ad aiutare».

«Cosa mi porto nel cuore di Sofia? Abbiamo vissuto tanto dolore e tanti momenti difficili, lontano da tutti, in silenzio, solo con le nostre famiglie, eppure guardando indietro mi porto i suoi sorrisi. Quella era lei, quando sorrideva».

«E parlo al plurale perché non sarei nessuno senza mio marito Michele, che è stato sempre vicino a noi, 24 ore su 24 dentro quella camera. Siamo stati insieme, una “cosa” sola».

 

 

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