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Jesi

L’italia ci ha cambiato. Cinque donne “in fuga” si raccontano

Cinque paesi in un’aula scolastica. Accade a Jesi, in uno dei tanti Cpia italiani-Centri Provinciali per l’Istruzione degli adulti. Amira, Cinzia, Kamar, Anna e Zahra provengono da diversi stati ma le loro esperienze hanno dei tratti in comune: la povertà, il viaggio, l'amore e la maternità

Il Centro provinciale per l'istruzione degli adulti a Jesi

JESI – La fuga dalla povertà e la ricerca di un futuro per i propri figli accomuna cinque studentesse del Cpia (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Jesi. Imparare l’Italiano è un passo importante per loro. Per costruirsi un tessuto sociale e trovare un lavoro. Per alcune l’Italia è probabilmente un luogo di passaggio. Come nel caso di Zahra Asri, mediatrice culturale presso Casa delle Culture di Jesi. La Legge Turco-Napolitano del 1998 non permette alla figlia maggiorenne di raggiungerla. Sulla vita in Italia dice che «Il primo passo è provare a capire le tradizioni locali, senza dimenticare le proprie radici».

Cinque paesi in un’aula scolastica. Accade a Jesi, in uno dei tanti Cpia italiani, i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti. Si tratta di scuole per giovani e adulti che non hanno obbligo di studio, ma vogliono conseguire un titolo. Oppure semplicemente imparare.

Non mancano le classi di alunni stranieri che intraprendono percorsi di alfabetizzazione e apprendimento della lingua e della cultura italiana. È questo il caso di cinque studentesse del Cpia di Jesi: Amira, Cinzia, Kamar, Anna e Zahra. Quest’ultima è mediatrice a Jesi alla Casa delle Culture. Vengono da paesi diversi, ma le loro storie sono accomunate da fughe, povertà e diversi modi di considerare la maternità. Hanno qualifiche differenti e sono spesso passate da un lavoro all’altro, anche dopo il trasferimento in Italia. Le tecnologie solo in parte sono in grado d’accorciare le distanze rispetto a chi hanno lasciato in Bangladesh, Albania, Siria, Polonia, Marocco.

La fuga dalla povertà e la ricerca di un futuro per i propri figli accomuna cinque studentesse del Cpia (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Jesi

Come per Amira (nome d’invenzione, preferisce restare nell’anonimato). Ventiduenne, bengalese di nascita e in Italia da quasi 11 anni. Ha un figlio di 4 e una storia di grande sofferenza alle spalle. Racconta: «Sono sempre stata controllata in tutto ciò che facevo, prima da mio padre poi da mio marito. Arrivata in Italia, ero obbligata a indossare i nostri vestiti bengalesi. Non potevo mettere jeans perché i miei genitori non erano d’accordo. A me sembrava giusto vestire “all’occidentale”. Qui, anche se non sei tutta coperta, quasi nessuno ti guarda male».

Amira avrebbe desiderato una vita diversa in Italia. «Non sono riuscita a imparare bene la lingua, pur andando a scuola, perché non potevo frequentare gli italiani. Mio fratello invece non aveva limiti in tal senso. Anche per questo ho fatto degli sbagli. Volevo diventare avvocato. E invece sono rimasta incinta molto presto, di un ragazzo del mio paese». Quindi il ritorno in Bangladesh. «Per 9 mesi sono stata nel suo villaggio. Mi alzavo presto per pulire e preparare le colazioni a lui e ai miei suoceri. Non potevo riposarmi, anche se tutti mi consideravano pigra e chiedevano sempre di più. Tutto è peggiorato quando il padre di mio figlio ha iniziato a maltrattarmi. Insultava me e la mia famiglia, mi aggrediva e mi malmenava anche davanti ad altre persone, minacciava di uccidermi. E una volta l’ha quasi fatto. M’ha sottratto il passaporto e m’ha chiusa in una stanza isolandomi».

Ma Amira ha avuto il coraggio di voltare pagina. «Dopo 6 mesi ho ripreso di nascosto i documenti che lui mi aveva rubato e sono fuggita dal Bangladesh anche grazie all’aiuto di mia suocera. Quando il mio ex lo ha scoperto ha ricattato economicamente la mia famiglia. Gli abbiamo mandato molti soldi pur di farmi lasciare in pace. Ora sia mio figlio che io siamo salvi e questo è l’importante». In parte la sua vita è migliorata, tanto da diventare anche esempio per altre donne. «Oggi sono molto più libera e ho fatto pace con la mia famiglia d’origine. Solo così posso essere un buon genitore ed evitare che mio figlio venga trattato come sono stata trattata io. Vorrei dire a tutte le donne di scegliere una persona che davvero le rispetti. E che rispetti i loro».

Altra fuga è stata anche quella di Cinzia. Viene dall’Albania e ha 48 anni. In Italia da 20. S’è trasferita per lavoro, per sfuggire a povertà e crisi. Ha cresciuto due figli da sola. Dell’Italia dice. «Qui ho trovato una vita migliore. Ho fatto tanti lavori. La cameriera, la lavapiatti nei ristoranti e sulle navi. Ora sono una badante. L’Albania mi manca perché resta sempre il mio paese. Lì c’è ancora il mio babbo, ho parenti e nipoti, ma non ci tornerò a vivere. I miei figli ormai sono cresciuti qui e l’Italia ci ha cambiato».

Ma si può arrivare in Italia non solo per migliorare la propria condizione economica. Anche per fuggire dalla guerra. Com’è successo a Kamar. Siriana, è in Italia da luglio 2016. Ha tre figli: di 7, 14 e 16 anni. Parla così delle difficoltà che ha incontrato nel trasferirsi. «Il primo problema è stata la lingua – dice -. In Siria avevo seguito un corso d’italiano, ma, al mio arrivo, non lo parlavo ancora bene. Il secondo è stato il velo. Nel 2016 a Monteroberto, dove abito, non c’erano ancora molte musulmane. All’inizio mi guardavano un po’ male, ma col tempo hanno imparato a conoscermi. Ora hanno molto rispetto per me e per la mia fede religiosa». Superato questo scoglio è emersa una terza complicanza: «Mio marito viaggia dall’estero in Italia per lavoro e io mi sono ritrovata sola coi figli, a volte anche un po’ criticata da chi non mi conosceva». In Siria Kamar era ingegnere civile. «Qui il mio titolo non è riconosciuto – spiega -. Spero tuttavia di poter riprendere la formazione all’Università di Ancona, usufruendo di una borsa di studio per stranieri. Al di là delle mie aspirazioni però voglio soprattutto che siano i miei figli a realizzare i loro sogni».

Anche Anna (nome di fantasia) è una mamma. È polacca ed è in Italia da 11 anni. Anche per lei non è stato semplice ambientarsi. «I primi tempi ero triste e arrabbiata. Le mie aspettative sull’Italia non coincidevano con la realtà. In Polonia ero impiegata in un negozio e in una discoteca e, contemporaneamente, studiavo. Qui ora faccio le pulizie e lavoro con gli anziani, ma per fortuna sto creando un giro di amici. Anche grazie a mio marito che è in Italia da più anni».

E poi c’è Zahra Asri. Coraggiosa sin dal suo nome: “Zahra” significa infatti “audace”. La incontro alla Casa delle Culture di Jesi, associazione da anni impegnata in progetti d’interculturalità. Zahra oggi lavora come mediatrice culturale, anche se a Casablanca era insegnante. «Sono partita dal Marocco per motivi economici e per seguire mio marito – dice – La prima cosa che abbiamo fatto io e le mie figlie è stato iscriverci a un corso di lingua». Ci tiene a sottolineare che «Il primo passo è provare a capire le tradizioni locali, senza dimenticare le proprie radici».

Zahra è a Jesi da giugno 2012. Allora aveva portato con sé due figlie minorenni di 12 e 16 anni. Il marito era già qui dal 2008. La famiglia, grazie a un ricongiungimento familiare, s’è potuta riunire. Ma solo in modo parziale. Per un cavillo di legge, la Legge Turco-Napolitano (n.40 del 6 marzo 1998), la figlia maggiore già 18enne, Jamila, è dovuta restare in Marocco. Le è stato negato il visto turistico anche negli altri paesi dell’Unione Europea perché la sua famiglia è in Italia. L’unica possibilità che avrebbe per raggiungere genitori e sorelle sarebbe sposare un cittadino italiano. Zahra lo racconta rattristata, ma non perde il sorriso. «È rimasta con mia madre e lo zio, ma una famiglia è stata divisa. Non bastano Facebook e Skype per sentirsi più vicine. Una parte del mio cuore è ancora a Casablanca. E ora che sto per diventare nonna lo sento anche di più».
È delusa però da quella Europa che lei immaginava come una grande porta. Sulle relazioni che ha costruito in Italia dice. «Da quando sono arrivata ho aperto la mia casa a tutti. Il rimanere chiusi crea ostacoli».