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Note sospese, la musica “interrotta” ai tempi del Coronavirus

Come sta incidendo l'isolamento sull'attività creativa dei musicisti? Cosa succederà dopo? Abbiamo posto queste domande direttamente a loro, ecco le risposte...

Foto di freestocks-photos da Pixabay

JESI – Sono stati i primi a fermarsi e, molto probabilmente, saranno gli ultimi a ripartire. Ma in pochi, purtroppo, parlano dei musicisti. Quelli per i quali l’arte è un lavoro, che si muovono fra note e melodie e trasferiscono, attraverso uno strumento, le loro emozioni più intime, gli stati d’animo, l’amore e la rabbia. Categoria che in Italia fatica ad essere non solo tutelata, ma anche riconosciuta, sebbene sia imprescindibile per dar colore e forma a ogni nostro pensiero e azione. Come sta incidendo il coronavirus sulla musica e cosa succederà dopo? Abbiamo posto questa domanda direttamente agli artisti, ecco le risposte…

«La prima riflessione da fare, che mi stringe il cuore, è relativa al fatto che il processo di smaterializzazione della musica, già in essere prima dell’epidemia, ha accelerato vorticosamente, raggiungendo un livello dal quale è difficile scorgere cosa era prima – osserva la pianista Ilenia Stella -. Vi è questa necessità di consumarla sempre e ovunque, amplificata a dismisura in questo periodo. Del resto, basta un computer per crearla, senza più nemmeno l’esigenza di un musicista. Ora stiamo pensando che la musica possa essere fatta a distanza. Ma non è così. La sola musica che facciamo, adesso, è con il nostro strumento, in solitudine. Suonare significa ascoltare l’altro, i suoi respiri, il ritmo, dialogare con lui. A distanza, tutto questo non può esistere. La musica non è aria, ma un forte pensiero che ha bisogno di un compositore, e di un esecutore che ne fa rivivere il pensiero facendosi strumento per portarlo agli altri. Come fare un sorriso a un bambino, o riceverlo. Non so come sarà il futuro, sento tuttavia di dover mantenere il mio impegno: mai come adesso sto studiando, anche riprendendo in mano il repertorio che avevo lasciato indietro. Credo che sia l’unica salvezza per il mio stato mentale. Ci sono tantissime persone che non vedono l’ora di ri-partecipare a un concerto. Attendono il giorno in cui potranno trovarsi ancora insieme in un luogo fisico. Ora, invece, ci stiamo abituando ad essere senza esserci. Dobbiamo riacquistare la lentezza. Non so se questi tempi ci renderanno migliori. Ma sono sicura che la grande musica, quella che ci fa sorridere e commuovere, resterà. E spero che l’essere umano riesca a riprendersela».

«Durante questa pandemia – le parole del chitarrista Stefano Coppari – ho avuto la percezione di un grande senso di smarrimento tra i musicisti. È sicuramente un problema di ordine economico, infatti migliaia di artisti si sono trovati improvvisamente senza lavoro. Ma credo che questo smarrimento sia dovuto anche al fatto che la pandemia li abbia trovati impreparati. Impreparati dal punto di vista umano, come se senza la frenesia del lavoro non siamo nessuno. Molti musicisti hanno affidato la loro identità al loro lavoro ed ora, che non possono lavorare, si sentono persi. Mancano le luci dei palcoscenici, gli applausi, così, come in crisi di astinenza, si corre ai ripari improvvisando palcoscenici da casa, facendo concerti in streaming, dirette, pubblicando video in cui fanno vedere cosa sanno fare meglio. Ho visto dirette bellissime di alcuni artisti e altre molto meno interessanti, la differenza non era solo nella qualità dell’esibizione, non era un problema artistico o tecnico, ma percepivo che la necessità di fare una diretta, in alcuni casi, non era dovuta ad una sincera esigenza artistica. Credo che questa esperienza ci costringa e ci permetta di ripensare tante cose, perchè uscire da questa tragedia senza capirne le concause, sarebbe veramente un peccato. Bisogna ripensare al concetto di fare musica, cosa fare e soprattutto perchè. Mi auguro che il coronavirus possa quantomeno fungere da filtro, offrendoci un futuro senza troppe futilità, facendoci riscoprire la bellezza delle piccole cose e spodestando il bisogno di apparire, sempre più crescente negli ultimi anni, anche quando non si ha niente da dire».

«Non esiste nell’agogica musicale, ma il termine che mi sembra più adatto per definire questo tempo è “Strano” – riferisce la pianista Marta Tacconi -. Sono una persona costruttiva e sto vivendo il momento storico come un’esperienza, come un’opportunità di crescita e credo che ora più che mai ci sia richiesto, nella vita come nella musica, di essere dei bravi equilibristi tra suoni e silenzi. “Cosa sarà poi?”, con un pizzico di ironia rispondo che è il “leitmotiv” della vita di un musicista. So che riprenderà la mia attività di insegnamento in Studio. So che lentamente riprenderà anche quella in Conservatorio. So che la musica “cambierà”, ma non si “fermerà” e mi auguro che queste settimane trascorse in compagnia del mio strumento e di me stessa siano servite a rendermi una musicista e una persona migliore».

Senso di smarrimento percepito anche dal pianista Emanuele Evangelista: «Il primo pensiero che monopolizza la mia mente è una diretta conseguenza dell’istinto di sopravvivenza. Cosa mi metto a fare? In questa situazione d’emergenza, è facile sprofondare negli aspetti personalistici, un “pantano” di paure e incertezze che non consente di tirar fuori la testa per provare a scorgere una strada alternativa. La musica non era un mestiere prima, in Italia almeno, e forse lo sarà anche meno, dopo. Dovrò cambiare lavoro? Me lo chiedo continuamente. Cerco però di ampliare la prospettiva per capire cosa sarà la musica, e l’arte, dopo il coronavirus. Di sicuro, i parametri che seguivamo fino a qualche mese fa non potranno più essere il riferimento primario. I rapporti fra le persone muteranno, i pensieri e i modi di fare saranno differenti. La fruizione della musica probabilmente subirà modifiche, ancora una volta. Quale sarà il linguaggio, quali saranno i suoni che rappresenteranno questa nuova società? Ecco, mi sento completamente smarrito. La sensazione è quella di essersi preparati per una vita a correre i cento metri più veloce possibile, contando i passi, i respiri e i movimenti di ogni singolo muscolo, ed accorgersi, all’improvviso, che in pista ci sono gli ostacoli e non vince chi arriva primo, ma chi salta più in alto. Insomma, ho tante, tantissime domande, ma poche risposte. Speriamo almeno che questo cambiamento, che inciderà fortemente su ciascuno di noi, e sull’arte in generale, produca una ri-evoluzione».

«Questa situazione del Covid-19 ha messo in luce ancor di più il mio stato di lavoratrice precaria – dice la cantante Anna Laura Alvear Calderon -. Insegno canto, studio canto al conservatorio di Pescara e vivo di musica dal vivo. Chiaramente, l’emergenza ha modificato drasticamente il mio modo di vivere, mi sono riorganizzata con le lezioni online, ma non è né può essere la stessa cosa. Ho anche cercato un altro lavoretto per l’estate per evitare di rimanere senza soldi per pagare le spese e l’affitto. È talmente elevato il costo per mettere in regola i musicisti che, alla fine, le piccole associazioni e i locali trovano “escamotage” per eluderlo. Durante questo periodo, sono stati lanciati diversi appelli allo Stato da parte della nostra categoria per essere maggiormente tutelati. Quello che mi auguro è che ci sia più attenzione verso il nostro lavoro, che ci vengano riconosciuti i diritti di lavoratori quali siamo, e che venga regolarizzato tutto. Per il resto, credo che la musica troverà sempre un modo per sopravvivere, proprio perché l’uomo non ne può fare a meno. E, personalmente, non vedo l’ora di tornare a suonare dal vivo con i musicisti con cui condivido questa vita strampalata dell’artista».

“I mean you” – T. Monk (00:00) “Lawns” – Carla Bley (04:03) “Weird Nightmare” – C. Mingus (09:57) “Heaven” – D. Ellington (12:53)
Anna Laura Alvear Calderon – voce, Emanuele Evangelista – pianoforte, Gabriele Pesaresi – contrabbasso, Bruno Marcozzi – batteria

«La musica vissuta pienamente ha un duplice effetto: oltre a farci stare bene nel momento dell’ascolto genera un ricordo che rimane nel tempo, legato all’emozione provata – dice Samuele Garofoli, maestro di tromba -. Ci ricordiamo dei concerti a cui abbiamo assistito, ci ricordiamo di quando potevamo scegliere in negozio un disco e non vedevamo l’ora di tornare a casa per ascoltarlo. Sono tutte situazioni che muovono le nostre emozioni, generando ricordi che partecipano alla stesura sonora della nostra storia personale. Cosa ricorderemo di questo periodo? Non si producono cose di grande valore artistico, nemmeno cose di basso valore artistico, non si produce praticamente nulla da soli in casa se non testimonianze di vicinanza, di presenza, di solidarietà che sono importanti nel contesto, ma è come dire buongiorno alle persone che incontriamo, non certo farci un discorso. La cosa che sta salvando la musica in questo periodo sono proprio le scuole di musica, grazie alla loro immediata reazione nel trovare una soluzione alla difficoltà di far incontrare docenti e allievi. Da questo punto di vista la rete ci ha aiutato tantissimo e molte lezioni si riescono a tenere collegandosi attraverso varie piattaforme, ciascuno da casa propria. La scoperta sorprendente che abbiamo fatto è che la didattica così impostata, e che pensavamo come ripiego, funziona nella grande maggioranza dei casi e addirittura permette talvolta di raccogliere risultati anche migliori rispetto alla didattica in presenza. Certamente in futuro la didattica online non verrà abbandonata ma faremo in modo che si integri con le normali e oserei dire irrinunciabili attività in aula. Se mi ricorderò qualcosa di musicale in questo periodo saranno proprio i miei allievi sullo schermo del computer, grandi e piccoli, con il sorriso e la voglia di suonare, far sentire i progressi, di confrontarsi, di chiacchierare di musica e di tante cose. Qui c’è davvero emozione, qui si percepisce la potenza della musica come strumento aggregante, e non vedo l’ora di pronunciare finalmente le tanto attese parole: “Ti ricordi quando potevamo vederci solo online”?».

Video realizzato da casa dai docenti dell’Istituto Comprensivo “Gigli” di Monte Roberto e un giovane violoncellista, senza arrangiamenti, solo metronomo e… telepatia. Insieme a distanza, più colleghi che mai.

«Il Coronavirus sta cambiando profondamente l’ambito artistico, produttivo e musicale – afferma il trombettista David Uncini -. Mentre prima suonavamo nei concerti, nei festival, nelle feste, ora tutto quel mondo si è fermato. Ma non è morto, al contrario. Ci stiamo adattando, io ad esempio, come tanti altri miei colleghi, sto portando avanti lezioni online. Di sicuro, questo isolamento ha introdotto un cambiamento nelle abitudini di musicisti e insegnanti. Ora le esibizioni entrano negli smartphone e nei computer. Le piattaforme video diventano un canale primario. Sta succedendo questo. Prima erano le persone che andavano a vedere i concerti, ora i musicisti arrivano fin dentro le case dei fruitori. Cosa ne penso? È molto frustrante suonare di fronte a un cellulare, senza applausi, saluti, strette di mano. E ha indubbiamente delle ricadute sociali, si perde la connessione con il pubblico. Ma nulla si è fermato, ora abbiamo questo mezzo e dobbiamo tirar fuori il meglio da esso».

Il Cristo delle Marche musica di Marco Santini
Marco Santini e la Mannheimer Ensemble Auditorium Enka School – Dicembre 2011

«La Musica – sostiene il violinista Marco Santini – è da sempre rifugio dei nostri dolori, portatrice dei nostri più intimi messaggi d’amore, fonte di ispirazioni e mezzo di comunicazione per compositori, musicisti e artisti.
In questo periodo di forzata quarantena è un’ àncora per tutti, musicisti e non. Anche io mi diverto a suonare con colleghi o con la mia famiglia postando poi sui social. Eppure i musicisti (quelli che fanno dell’attività concertistica l’unica fonte di reddito) in questo periodo non hanno di che vivere. Parlando di me stesso, se non fossi insegnante avrei problemi e preoccupazioni per il sostentamento. È vero che in questo periodo così strano sono purtroppo tante le categorie in difficoltà, ma una volta tornato tutto alla normalità (e speriamo presto!) le difficoltà per gli artisti rimarranno. Troppa burocrazia dietro l’organizzazione di un evento, troppo poco remunerativo per sfamare una famiglia. E allora, come cantavano i Pooh “Chi fermerà la Musica?” Nessuno…speriamo!».

Un violino “in silenzio”

«La situazione è sotto gli occhi di tutti e non è affatto confortante: concerti e festival fermi, negozi di dischi (i pochi superstiti) chiusi, ricorso crescente a piattaforme di musica online che rappresentano un’opportunità ma al tempo stesso un danno per gli artisti… quanto potrà durare? – si chiede Nicola Amici, addetto stampa dell’agenzia di promozione musicale Peyote Press, musicista e produttore che vive in Francia -. Non è possibile saperlo, ma c’è l’amara consapevolezza che, comunque, occorre rispondere subito al momento di difficoltà e, possibilmente, con nuove idee. Se la comunicazione online è da anni un ottimo strumento – se non quello privilegiato – per veicolare l’informazione musicale e la promozione, sul piano del coinvolgimento emotivo legato alle performance live, il reale ed il virtuale non sono ancora paragonabili. Colmare questo gap, ammesso e non concesso che sia possibile e/o utile, potrebbe essere una sfida da cogliere in questo momento, magari con mezzi nuovi e più sofisticati. Ma facciamo un passo indietro per inquadrare meglio i problemi del settore: fare musica è un lavoro, per di più non protetto. Il fatto che in Italia ciò non venga percepito complica di molto le cose. Ora, questa terribile emergenza sanitaria e le conseguenti difficoltà economiche che ne derivano, stanno mettendo e metteranno in seria crisi interi settori. Quello della cultura e degli eventi dal vivo è stato il primo ad essere fermato e sarà, probabilmente, l’ultimo a ripartire. Anche se intangibile, la cultura è fonte di benessere emotivo, nutrimento interiore e con un enorme potere salvifico, specie nei periodi di sofferenza come questi. È quindi preziosa, anzi indispensabile. Come qualsiasi bene di valore, quindi, non può essere considerata gratuita, perché fatta da persone che ci si dedicano appieno investendo energie e risorse, a vari livelli (musicisti, locali, promoter, tecnici, ecc.). Per questo – visto che molti parlano del Covid-19 come di un’enorme opportunità per ripensare le nostre esistenze e riorganizzare il nostro modello socio-economico, salvo poi omettere proposte concrete – è arrivato il momento di cambiare definitivamente prospettiva e colmare quella discrepanza culturale che altri paesi europei non hanno: gli operatori del settore musicale vanno tutelati e devono avere pari diritti degli altri lavoratori. Su questo tema è molto interessante la petizione #velesuoniamo che mette in risalto la natura “intermittente” del mestiere del musicista/operatore dello spettacolo, cioè la periodica alternanza tra attività concertistica e quella di studio/composizione/formazione/aggiornamento/ecc. ugualmente importante ma non retribuita. Da questo punto di vista la Francia, ad esempio, è da anni molto più avanti dell’Italia, riconoscendo a livello legislativo e istituzionale un sussidio di sussistenza alla categoria. Perché non testare questa misura anche nel nostro Paese? Ripartiamo quindi da una consapevolezza che restituisce dignità alle persone: la musica non è gratis, è un lavoro».

«Le attuali misure dell’emergenza – è il sentire di Tommaso Palmieri dei Palmer Generator – avranno conseguenze potenzialmente nefaste sul mondo della musica, in particolare per quel che riguarda orizzonti prettamente legati alla dinamica Live. Innanzitutto è in arrivo un momento duro per locali e circoli (veri “santuari” della musica), dove molti purtroppo saranno costretti a chiudere o a limitare le attività, in un periodo poi dove le cose erano già difficili. E in tal senso la solidarietà e il supporto spero siano veloci e concreti. L’aspetto fondamentale che proseguirà poi ben oltre le misure, e che potrebbe divenire vera caratteristica culturale, sarà il considerare il contatto in generale come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Uno degli aspetti che si diffonderà sarà così una forte propensione al digitale, meccanismo già dominante che subirà ora un’accelerazione. Al di là di certe prospettive attuali, dove si può tranquillamente produrre musica da soli con un pc per sfornare singoli da playlist, certe dinamiche soprattutto collegate ad un certo panorama “Underground” non possono prescindere dal contatto, dalla fisicità, dalla realtà. La parola stessa Rock ci dà una sensazione fisica, un’idea di vibrazione corporea, e lo sviluppo da cui dipende certa musica dipende a sua volta dal contatto. Sicuramente aumenteranno le derive di finzione, il marketing e la figura virtuale degli artisti diventerà ancor più importante di quanto non lo sia già e l’utilizzo quasi esclusivo della rete come canale favorirà ancor più i grandi monopoli che con gli algoritmi hanno la possibilità di giocare a piacimento. Il rischio è perdere definitivamente quel qualcosa che a molti di noi appare in realtà come l’unica cosa che davvero conta nella musica: l’ambiente, quello che una volta si chiamava “scena”. La musica non è infatti suonare, conquistare pubblico e diventare “Star”, questa è la prospettiva che il mondo virtuale fatto di like e gare di visualizzazioni ci insegna, dove si inizia a suonare non tanto per la spinta a creare ma più per la spinta della fama: infatti per molti il problema non è come fare buona musica ma unicamente come arrivare a più persone.
La musica è essenzialmente collettività, fisicità. A partire dalla sala prove, dove il contatto e il trovarsi in vibrazione collettiva crea un’esperienza fondamentale; fino all’ambiente che si crea intorno alle band, ai locali, alle persone, che è la cosa veramente stupenda di questo mondo e che a sua volta nutre profondamente la musica stessa. Senza questa contaminazione positiva si rischia di perdere una dinamica essenziale dell’esperienza stessa. Il contatto “promiscuo” ed autentico è infatti il vero e proprio motore di certa musica, il rischio è che venga lentamente perso. Senza contare che i sentimenti, vera causa prima del tutto, necessitano di corporeità, senza la quale interi orizzonti umani potrebbero andar persi. Spero che i musicisti in primis e il pubblico poi possano avvertire l’importanza di tutto ciò, soprattutto i più giovani, e che si ritorni a connettersi fisicamente e non solo virtualmente».

I Palmer Generator di Tommaso Palmieri

«Siamo così bombardati di informazioni – commenta la cantante Marta Giulioni – che è davvero difficile farsi un’idea di ciò che realmente sta accadendo. Il virus si trasmette tramite l’aria, no non è vero, sulle superfici, ma ci resta solo sei giorni, no anzi nove giorni, no ti devono starnutire addosso o tossire addosso altrimenti non c’è rischio, stiamo a casa, ma per prendere il giornale possiamo uscire, non oltre i 200 metri, ma l’edicola è a 300 metri, allora multa, dai passa, sono 552,83€. Nell’immobilità di questi giorni è tutto molto caotico e il barlume di chiarezza che tanto desideriamo credo sia molto lontano. Il settore musicale non è immune a questa confusione, anzi è uno dei più colpiti. Tutti i concerti sono rinviati/cancellati e non si ha la più pallida idea di quando si potrà ripartire. Siamo stati messi di fronte ad un’incertezza disarmante per cui qualsiasi supposizione sul futuro prossimo di questo lavoro rimane unicamente un’ipotesi o una speranza, dato che non abbiamo nulla di concreto tra le mani. Le giornate passano tra musica, studio, lezioni e il tentativo di riempirle al meglio, a braccetto con il buon proposito di curare cose che a volte vengono trascurate. Questa laboriosità si alterna a giorni in cui i buoni propositi si annebbiano e la negatività prende il sopravvento. La musica nel nostro paese è già un settore incerto, che offre poche sicurezze a chi decide di vivere solo di quella e nonostante l’abitudine ad affrontare tali incertezze, ora è tutto amplificato. Inoltre, la mancanza dei rapporti umani, del confronto con altri musicisti o del conforto di una persona cara che si può avere solo tramite un asettico schermo è una tortura che tutti stiamo subendo. Quindi forse l’unica scelta è aspettare impotenti e sperare nella brevità di questa folle situazione, dove un abbraccio è una morsa letale e un colpo di tosse uno shuriken, e che si faccia qualcosa di concreto per sostenere, agevolare e far ripartire questo settore, che ha subìto l’ennesima scossa tremenda».

«Questa crisi sta creando ansia e preoccupazione in tutti noi musicisti – le parole di Massimo Gianangeli, maestro di trombone -. Alle preoccupazioni che hanno tutti, legate principalmente alla salute ed alle incertezze su ciò che sta succedendo, si aggiungono quelle proprie di chi ha scelto per passione un lavoro come il nostro, difficile e duro da portare avanti. Fare il musicista richiede per definizione contatto e relazione con gli altri. Proprio quello che si deve e si dovrà evitare chissà per quanto tempo. Cosa ne sarà di noi che proprio su quello fondiamo la nostra vita, la nostra emotività, la nostra arte? Ancora una volta, ci rendiamo conto poi della poca attenzione che viene data nel nostro paese alla cultura, all’arte, allo spettacolo, alla musica. Elementi che, in una crisi come questa, dovevano e potevano essere l’àncora di salvezza del nostro spirito, messo così alla prova dalle misure adottate. Invece, di noi neanche si parla, come se la musica e la cura dello spirito siano superflue, anziché fondamentali. A queste preoccupazioni come musicista si aggiungono quelle di docente. Insegnare uno strumento è forse quanto di più analogico ci sia e la didattica a distanza, per quanto intrapresa con coraggio, entusiasmo, dedizione da molti di noi e per quanto gli studenti abbiano dimostrato grande maturità nell’affrontare questa sfida, non può sostituire il rapporto umano che si crea nelle lezioni in Conservatorio. È facile immaginare che la crisi generale della musica dal vivo conseguente a questo periodo, arrivi prima o poi anche al settore della didattica, dei Conservatori, dell’Afam, uno dei pochi che negli ultimi venti anni, in controtendenza rispetto a larga parte degli altri, è sempre cresciuto. L’entusiasmo nei confronti di questo lavoro è stato messo a dura prova, ma nonostante questo, almeno finora, credo di aver reagito trasformando in qualche modo questo strano e difficile periodo in opportunità. La mia vita è fatta di viaggi, concerti, corse in macchina da una parte all’altra d’Italia. Ho colto perciò l’occasione di avere così tanto tempo in casa per dedicarlo allo studio. Ho lavorato tantissimo su basi di tecnica: quando siamo in carriera non abbiamo mai abbastanza spazio per prestare ad essi le dovute attenzione, come accadeva magari quando si studiava in conservatorio o durante i primi master di perfezionamento che in genere si frequentano dopo il diploma. Ho rimesso mano al progetto che da mesi porto avanti ad intermittenza a causa degli impegni: quello di un libro di didattica per il mio strumento. Dopo queste settimane posso sperare davvero di vederlo pubblicare per fine anno. Mi sono dedicato ad un concerto per trombone e pianoforte che un amico, docente di composizione in Conservatorio ha scritto dedicandolo a me. Avevo già fissato dei recital nei quali eseguirlo in prima assoluta. Appena si riapre spero di poter riprendere quegli appuntamenti rinviati e di poterlo eseguire. Infine, un piccolo sogno realizzato: crearmi un piccolo studio di registrazione portatile di buona qualità. Mi mancano ancora alcuni accessori, ma credo di essere a un buon punto. Anche per questo è stato utilissimo avere il tempo necessario per capire cosa potesse fare al meglio per me. Rimane oggi la speranza di tornare presto a suonare in concerto, di poter essere anche quest’estate, come ormai accade da 26 anni, all’Arena di Verona e di vedere anche un po’ migliorata questa nostra società: abbiamo avuto tutti più tempo anche per riflettere su noi stessi, per capire quanto siano superflue tante cose di cui ci circondiamo e cosa conta per davvero nella vita».