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Jesi

Non solo Elica. Come sta la metalmeccanica nelle Marche?

Un comparto tra «luci e ombre». Facciamo il punto con Vincenzo Gentilucci, coordinatore regionale Marche Uilm Uil, Leonardo Bartolucci segretario regionale Fim Cisl Marche, e Tiziano Beldomenico, segretario generale Fiom Cgil Marche

Lavoratori di Elica in presidio

Come è lo stato di salute del settore della meccanica nelle Marche, tra le regioni più manifatturiere d’Europa? A giudicare da due delle vertenze più gravi del momento, entrambe nel fabrianese – quella della Elica, che ha annunciato la delocalizzazione del 70% delle produzioni, e quella della Indelfab, ex JP Industries, con l’apertura della procedura di mobilità – la crisi sembra aver colpito molto duramente il settore. In regione – lo dice il Rapporto 2020 sull’Industria marchigiana, presentato dal centro studi di Confindustria – l’attività produttiva della meccanica ha segnato il -10,9%, con la sensibile diminuzione dei livelli produttivi delle apparecchiature elettriche e per uso domestico (- 14,2%), peraltro a fronte di una flessione generalizzata dell’intera attività produttiva industriale del 13,5% rispetto al 2019, risultato peggiore di quello rilevato a livello nazionale (-11,6%).

Per fare il punto sulla situazione del settore, ci siamo rivolti ai sindacati regionali dei metalmeccanici, con Vincenzo Gentilucci, coordinatore regionale Marche UILM UIL, Leonardo Bartolucci segretario regionale FIM CISL Marche, e Tiziano Beldomenico, segretario generale FIOM CGIL Marche. A loro abbiamo chiesto anche quale è stato il contributo delle lavoratrici e dei lavoratori della meccanica in questo periodo pandemico.

Vincenzo Gentilucci Uilm Uil

«La crisi della Elica è un ulteriore indebolimento del settore che ha visto nel tempo perdere migliaia di posti di lavoro, indotto compreso», afferma Vincenzo Gentilucci, coordinatore regionale Marche UILM UIL, che aggiunge: «Il settore del bianco nel passato ha fatto la fortuna del territorio fabrianese, ma più in generale del territorio marchigiano se si considerano le filiere. Dopo l’avvento della globalizzazione e dell’euro è però entrato in crisi con una perdita occupazionale di circa 6000 dipendenti». Per il sindacalista, tra le aziende del comparto si registrano comunque «luci e ombre». «Il settore del bianco è in difficoltà e anche la componentistica auto ha utilizzato la Cassa Integrazione Guadagni. Va bene l’Ariston, vanno bene i trattori, le macchine automatiche e la costruzione di stampi, soprattutto per riparazioni», spiega.
A fronte di livelli occupazionali che vacillano, «il contributo dei lavoratori e delle lavoratrici in questo periodo di pandemia, e non solo, è stato massimo nonostante le preoccupazioni legate al virus. Grazie però alle Rsu/Rls che hanno fatto funzionare al massimo i comitati aziendali, mettendo in pratica il protocollo nazionale su prevenzione e sicurezza anti Covid, ampliandolo anche con norme non previste, si sono date risposte essenziali affinché si potesse riprendere velocemente le produzioni con la professionalità che i lavoratori marchigiani hanno sempre dimostrato».

Leonardo Bartolucci Fim Cisl

Secondo Leonardo Bartolucci Segretario Regionale FIM CISL Marche, «lo stato di salute attuale del settore metalmeccanico marchigiano risente della crisi che sta attraversando complessivamente l’economia regionale che ha perso negli ultimi anni  quasi il 10% del PIL e che ha visto entrare in crisi un modello industriale fatto prevalentemente di piccole aziende di fronte alla sempre più marcata necessità di fare aggregazioni o consorzi al fine di avere risorse per fare investimenti in innovazione tecnologica e per reggere le sfide dell’internazionalizzazione dei mercati. Se questa è la realtà delle difficoltà di tante piccole imprese che non fanno rumore e di conseguenza notizia, al contrario abbiamo visto i forti ridimensionamenti di personale che hanno caratterizzato il settore dell’elettrodomestico concentrate in modo particolare nell’area di Fabriano con le scelte conseguenti all’acquisizione di Indesit da parte di Whirlpool, al fallimento della Indelfab, ex Antonio Merloni e da ultimo con l’annuncio del nuovo piano industriale di Elica che volendo delocalizzare in Polonia annuncia 409 esuberi su 560 dipendenti di quel territorio».   

«Se è vero che l’area fabrianese è quella maggiormente colpita – aggiunge Bartolucci – anche nella provincia di Macerata la metalmeccanica risente di una decrescita occupazionale significativa specie se rapportata ai numeri degli occupati nel settore che in questi anni erano presenti sul territorio, mentre la provincia di Ascoli già con la crisi del 2008 aveva visto diverse multinazionali che si erano insediate grazie ai fondi per il mezzogiorno lasciare il territorio per spostare i loro investimenti. Tra le note positive sicuramente va sottolineata la ripresa del settore cantieristico che ha favorito un notevole carico di lavoro per Fincantieri in Ancona e che dovrebbe vedere il realizzarsi di importanti investimenti oltre che la notevole crescita del settore metalmeccanico nella provincia di Pesaro dove in questi ultimi anni diverse aziende sono state oggetto anche di acquisizione di investimenti di capitali stranieri». 

Per il segretario regionale FIM, «questi anni ci hanno insegnato che di fronte alle crisi sono le professionalità più deboli che hanno i maggiori problemi di rioccupabilità. Chi lavorava alla catena di montaggio e sapeva fare solo la sua mansione ha dovuto riadeguare il suo bagaglio professionale spesso rincorrendo percorsi formativi che non sempre sono stati accompagnati da un’adeguata offerta pubblica. Proprio partendo da questa esperienza e dal bisogno di accompagnare i lavoratori dentro al processo di trasformazione tecnologica che sta coinvolgendo le imprese, abbiamo previsto già dal 2017 che il contratto nazionale prevedesse il diritto soggettivo alla formazione per ogni dipendente metalmeccanico anche se ancora oggi i dati che abbiamo al riguardo ci dicono che c’è molto da lavorare per favorire una crescita culturale delle imprese su questi argomenti, dove l’attenzione è rivolta prevalentemente a solo una parte di lavoratori, spesso quelli di più alta professionalità».  

Infine, «il contributo delle lavoratrici e dei lavoratori unitamente al lavoro dei rappresentanti sindacali aziendali e quelli specifici per la sicurezza è stato determinante in questa periodo pandemico per far sì che si potesse lavorare nelle migliori condizioni possibili. Sicuramente c’è stata anche tra loro una grande paura specie nella fase iniziale di ritorno dal lockdown e nei casi in cui si registravano casi di positività di colleghi di lavoro, ma non è mai venuto meno quel senso di responsabilità capace di coniugare l’attenzione per la propria e altrui salute con l’esigenza di garantire la prestazione lavorativa al fine di favorire il recupero dell’andamento economico aziendale. Non sono mancanti anche momenti di confronto acceso e scontro con le imprese perché molto diverse sono state le sensibilità aziendali tra chi ha investito in sicurezza andando oltre le disposizioni obbligatorie e chi ha fatto il minimo indispensabile di quanto richiesto. Non va dimenticato che le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici sono una parte fondamentale del Paese garantendo oltre il 50% dell’export nazionale e una parte importante della ricchezza del Paese».

Tiziano Beldomenico segretario generale Fiom Marche
Tiziano Beldomenico segretario generale Fiom Marche (Immagine di repertorio)

«Nella Regione Marche – fa sapere Tiziano Beldomenico, segretario generale FIOM CGIL Marche – i metalmeccanici contano circa 60mila occupati; un dato in miglioramento rispetto al 2019 di oltre 1300 occupati in più suddivisi in circa 3215 aziende che vanno da 5 operai ad oltre i mille dipendenti dei grandi gruppi e multinazionali presenti nella regione».
E dunque, nonostante crisi e preoccupazioni, il settore della metalmeccanica non è stato colpito da un vero e proprio tracollo. «Le grandi imprese – aggiunge – dopo un primo momento di rallentamento coperto anche con periodi massicci di cassa integrazione per Covid, e altri ammortizzatori previsti per legge per altre causali, oggi stanno vivendo momenti di piena produttività, in alcuni casi anche dovendo attingere dalle agenzie interinali per coprire la richiesta di produzione. A soffrire di più sono le piccole imprese che non hanno mercato fuori dal territorio nazionale e quindi devono utilizzare in percentuale maggiore la cassa integrazione Covid o in deroga. Ci viene segnalato che qualche azienda è costretta a rallentare la produzione per mancanza di materia prima da reperire nel mercato internazionale, ma pian piano la situazione si sta normalizzando».

A livello generale, Beldomenico sottolinea inoltre il calo dell’export, pari a -11%, e l’aumento delle ore di cassa integrazione che «portano a un possibile numero di esuberi anche nel settore metalmeccanico, un dato che con l’avvicinarsi della scadenza del blocco dei licenziamenti potrebbe aprire una voragine anche nelle Marche. Per questo, è indispensabile che il governo ascolti le nostre richieste di una proroga di tale misura, in modo tale da verificare cosa succederà nel post pandemia e come reagiranno le nostre imprese anche con la possibilità di attingere ai fondi europei del Recovery plan».

Per il segretario FIOM, quella dell‘Elica, è «la vertenza più eclatante e delicata per i suoi sviluppi ed effetti sulle possibili ricadute nel territorio. Si parla di un’azienda multinazionale che non è in crisi di mercato, ma ha deciso di presentare un piano industriale con una massiccia delocalizzazione in Polonia solo per una questione speculativa, e di maggior profitto. È inaccettabile per noi discutere di un piano industriale che prevede oltre 400 esuberi su un totale di 560 lavoratori e lavoratrici suddivisi in due stabilimenti, quello di Mergo e quello di Cerreto d’Esi. La nostra preoccupazione è che se la politica e tutti noi non riusciremo ad impedire tale scelta, questa potrebbe essere la prima di una lunga serie di aziende che sceglieranno mercati a più basso costo senza invece ragionare e sviluppare idee ed investimenti in Italia per dare futuro, continuità e serenità ai tanti lavoratori che, da un momento all’altro, si troverebbero senza lavoro».

«Per fortuna – aggiunge – ci sono anche aziende, che invece vanno in controtendenza, e che stanno programmando investimenti nei siti italiani, procedendo anche con assunzioni di lavoratori con percorsi di stabilizzazione, anche ragionando di riportare lavoro e produzioni in Italia. La Cnh di Jesi sta investendo molto in nuove linee di produzione per nuovi modelli di trattori che in passato sarebbero stati prodotti in siti esteri. Altre aziende hanno cambiato idea su possibili chiusure di siti nel nostro territorio investendo in produzioni che prima venivano acquistate in Cina, ora si stanno organizzando per la produzione in Italia come la Rcf di San Benedetto che produce sistemi audio per grandi concerti, o come l’Elettrolux di Fabriano che ha appena siglato il rinnovo del contratto di secondo livello che, oltre a prevedere un premio di risultato, concorda con le organizzazioni sindacali un percorso di stabilizzazione di oltre 100 lavoratori e lavoratrici in tutti i siti e dà anche un messaggio di sicurezza a Fabriano con 18 assunzioni, come nella cantieristica dove abbiamo segnali incoraggianti rispetto alle commesse che i vari cantieri stanno acquisendo rendendo più stabile il lavoro negli opifici regionali».

«Queste solo le più recenti come involuzione del sistema che dovremmo spingere in tutte le aziende per dare un futuro ai lavoratori e lavoratrici del nostro territorio regionale e non solo. Stiamo parlando di lavoratori che, anche in mezzo alla pandemia, non si sono mai sottratti al loro dovere e al loro impegno nelle fabbriche, adottando anche in situazioni difficili per il tipo di lavoro da fare, tutte le disposizioni relative ai protocolli di sicurezza per il Covid dimostrando serietà ed attaccamento al proprio lavoro. Nella nostra regione abbiamo tante professionalità, che spaziano dal settore del bianco al settore della meccanica di precisione come alla cantieristica, professionalità che non possiamo permetterci di perdere. Piuttosto, – conclude Beldomenico – dovremo cercare in tutti i modi di creare le condizioni di accrescerle per qualità e numeri, anche iniziando a fare accordi con le aziende e le scuole professionali e gli istituti superiori per dare loro continuità anche dopo gli studi. A questo punto, rivendichiamo una vera riforma della legge sulle pensioni, che consenta di andare in pensione a chi ha lavorato 41 anni, e una riforma degli ammortizzatori sociali che tenga insieme tutti i lavoratori dando così il via ad una vera campagna contro i licenziamenti coatti e incentivando ancora di più i contratti di espansione e di solidarietà, oltre che prorogare il blocco dei licenziamenti».