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Jesi

Monte San Vito: i dolorosi silenzi di Igino Gobbi, deportato in Germania nel ’43. «Mi dicevano sempre “tanto morirai”»

Quasi 98 anni, lucidissimo. Igino Gobbi ha raccontato i patimenti nel campo di lavoro nazista in un libro destinato ai nipoti e ai ragazzi delle scuole. Lo abbiamo incontrato

Il libretto di lavoro nel campo in Germania dove fu deportato Igino Gobbi

MONTE SAN VITO – Ha gli occhi vivaci ma umidi, come bagnati dalla pioggia di ricordi lontani. Occhi che hanno visto tanto, troppo. Gli occhi di chi si è salvato dall’inferno. Igino Gobbi, quasi 98 anni (li compie il 24 marzo) splendidamente portati, ha sulle spalle e sul cuore la terribile esperienza della deportazione. Per lui, la Giornata della Memoria – istituita dalla Repubblica italiana per ricordare la Shoah, le leggi razziali e la persecuzione dei cittadini ebrei, celebrata il 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 venne liberato il campo di concentramento di Auschwitz – ha un significato speciale. Lui che nel lontano 1943 a soli 19 anni, quando era un giovanissimo soldato dell’Esercito, venne catturato e deportato in Germania, nel campo di lavoro nazista di Wolfsburg. Allora era la matricola n° 151866. Quel numero fu il suo nome, assieme alla sigla “M.I.” acronimo di “Militare Italiano”, dal settembre 1943 al settembre 1944.
Reduce dalla deportazione, sopravvissuto insieme a pochissimi altri di quei 1800 soldati catturati, Igino è stato insignito della Medaglia d’onore del Presidente del Consiglio dei Ministri e della Croce al Merito di Guerra (1962).

Igino Gobbi ci mostra il suo libro di memorie

Presidente provinciale dell’associazione nazionale Combattenti e Reduci di Ancona e successivamente di Monte San Vito (lo è ancora, sebbene onorario), per molti anni ha serbato nel cuore i ricordi dolorosissimi di quella deportazione. La morte sempre troppo vicina. Il dolore. Il freddo. La fame. La paura. La solitudine.
Ma il cuore quello è, non nasci tondo per diventare quadrato neanche dopo atroci sofferenze.
Igino è stato figlio devoto, marito fedele per 70 anni, padre coraggioso di tre figlie, nonno gentile e oggi bisnonno amorevole. Ha nel Dna la generosità. Ha aiutato tanti deportati come lui a sopravvivere. E una volta tornato alla vita, alla sua famiglia, ha deciso di sciogliere quei silenzi dolorosi lunghi anni e donare la storia ai ragazzi, come un’eredità preziosa, quella della verità. Così nasce il libro Mi dicevano sempre tanto tu morirai (editrice Mondo Lavoro) ideato dal nipote Lorenzo Pacetti e scritto dall’altra nipote, Marina Santini, che lo venera. Una testimonianza tangibile, una lezione di vita.

Perché ha sentito il bisogno di scrivere questo libro?
«Me lo suggerì anni fa un parlamentare… ricordando che anche il padre era stato deportato in Germania. Mi disse “in quanti siete tornati? Fortunati”. E ho capito che in effetti, di quei 1800 soldati che eravamo, tornammo solo in 32. Li uccisero la maggior parte in sei mesi. Non volevo ricordare più nulla, troppo dolore. E ringrazio la mia famiglia che ha rispettato quei miei silenzi senza chiedere nulla per tanto tempo. Poi, i miei nipoti mi hanno fatto capire che era una storia che meritava di essere raccontata per non essere persa».

Quei giorni terribili di stenti e di torture, sono ancora immagini vivide nella mente estremamente lucida di Igino, in barba all’età anagrafica. Ha cercato di dimenticare, ma non c’è riuscito. Igino Gobbi racconta come se stesse riavvolgendo il nastro della memoria. Ricordare per lui è un dovere, anche per il suo ruolo nell’associazione Combattenti e Reduci di Ancona e Monte San Vito. Parla ai ragazzi, nelle scuole. Perché la storia letta sui libri è diversa, se ascoltata da chi c’è passato.
Impegnato a preservare la memoria, a valorizzare il ruolo delle forze armate nella difesa delle istituzioni democratiche, Igino Gobbi ha un rapporto strettissimo con l’Arma dei Carabinieri e con l’amministrazione comunale.

Igino Gobbi riceve il calendario storico dell’Arma dei Carabinieri dal Tenente Giovanni Delfino e dal Luogotenente Salvatore Pazienza

Ieri ha ricevuto la visita del comandante del Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Jesi tenente Giovanni Delfino e del comandante della Stazione Carabinieri del paese, luogotenente Salvatore Pazienza.
Non sono voluti mancare il sindaco Thomas Cillo con la vice, Elisa Coacci e ovviamente, il presidente dell’associazione Combattenti e reduci di Monte San Vito Graziano Federici con il vice Enzo Possanzini. «È bello avervi tutti qui, ritrovarci» dice con commozione Igino Gobbi, che ha ricevuto dai militari una copia del calendario storico. Lo stringe come si fa con le cose preziose.

Cosa l’ha tenuta in vita laggiù, in Germania?
«La mia famiglia, la mia amata Angela. La mia metà che mi aspettava a casa, quando partii per la guerra lei aveva appena 15 anni. Ci siamo amati per oltre 70 anni. E poi mia madre, non potevo morire là».  

I ricordi rinascono, feroci. Fanno spuntare le lacrime agli occhi, non solo a chi li ha vissuti. Ricordi di un ragazzo appena 19enne segnato dalla prematura scomparsa del padre a soli 2 anni, costretto a lavorare nei campi fin da piccolino, cresciuto a botte e stenti. Un giovane soldato con tanti sogni distrutti dalla Seconda Guerra mondiale. Era il 1943. L’8 settembre, l’armistizio.

«Mi coricai alle 23, mi incontrò il riposo, fu l’ultima volta che andai a dormire in un letto. Il riposo durò poco: a mezzanotte un panzer tedesco ha sparato all’impazzata contro il cancello della caserma, distruggendolo». Tutto il reggimento fu catturato e caricato su un treno: 1800 ragazzi di neanche vent’anni. «Tre interminabili giorni e tre notti senza mangiare né bere, ammassati nel vagone del treno che ci avrebbe portati nella fredda e inospitale Germania».

Di tutto quel dolore, quale episodio ricorda di più?
«Il primo giorno di lavoro, quando rischiai la fucilazione. Due alpini che erano prigionieri insieme a me non volevano lavorare e lo impedirono anche a me. Un giovane tedesco mi salvò… il giorno dopo ci fecero fare una prova, perché se non lavoravamo ci avrebbero ammazzati. Poi, una guardia tedesca mi disse se avevo dei soldi. Avevo solo 20 centesimi e glieli diedi. Mi ordinò di accedere un fuoco, e ci buttò una sua moneta tedesca e la mia. I miei 20 centesimi si sciolsero all’istante. La guardia mi fissò negli occhi e disse “tu farai la stessa fine, tanto morirai”. Quel pensiero mi ha perseguitato per tutta la vita».

Rischiò la vita tantissime volte Igino. E altrettante riuscì a salvarla ad altri giovani disgraziati come lui. Due solo nella giornata della Madonna di Loreto (10 dicembre), quando i tedeschi per divertimento incitarono la corsa al rancio per crivellare di colpi di mitra chiunque corresse. Igino nonostante la fame nera non si mosse e impedì a due soldati di correre verso quell’ultimo pasto-trappola. Un ricordo agghiacciante. «Quel giorno conobbi la morte bianca, la chiamavamo così perché i tedeschi buttavano l’acqua ghiacciata sulla schiena incitandoci a correre verso i campi di lavoro. Molti morivano lungo il tragitto per il freddo». Marzo ’44. Di 1800 erano rimasti in 32, pochi superstiti che tornarono a casa dalle loro famiglie.

Igino ci mostra una lista, i fortunati, i sopravvissuti. Qualcuno è riuscito a ricontattarlo dopo molti anni, via lettera, molti se ne sono andati per sempre. Ma la gioia di risentirsi dopo l’inferno, di poter vivere un’età matura che a tanti compagni di guerra era stato impedito, lasciava subito spazio al dolore del ricordo, mentre l’unico desiderio era dimenticare.
Igino non vuole più dimenticare, non può. E per fare ciò ha scelto lo strumento della scrittura: un libro. Nel 1933 i nazisti organizzavano i cosiddetti “Bucherverbrennungen”, in italiano “roghi di libri”, per cancellare la storia, oggi a quasi 90 anni di distanza, Igino proprio attraverso un libro, il suo libro, ha contribuito a rendere quella stessa storia immortale.