Jesi, il biodigestore «non è un termovalorizzatore né un impianto di incenerimento»

Le delucidazioni del professor Francesco Fatone, ingegnere del Dipartimento di Scienze ed Ingegneria della Materia, dell'Ambiente ed Urbanistica dell'Università Politecnica delle Marche

Il professor Francesco Fatone dell'Università Politecnica delle Marche

JESI – Non si placano le polemiche attorno al biodigestore, l’impianto di trattamento della frazione organica dei rifiuti che potrebbe essere realizzato in zona Interporto. Giovedì sera, il Movimento 5 Stelle, contrario alla realizzazione, ha organizzato un’assemblea pubblica per trattare la questione. A fornire delucidazioni è il professor Francesco Fatone, ingegnere del Dipartimento di Scienze ed Ingegneria della Materia, dell’Ambiente ed Urbanistica dell’Università Politecnica delle Marche.

«In Europa – evidenzia il professore della Politecnica – si producono circa 1.3 miliardi tonnellate di rifiuti urbani, dei quali circa il 50% sono organici. In Italia, invece, questa produzione è approssimativamente di 30 milioni di tonnellate, dove circa il 41% è organico (27% FORSU e 14% verde). Proprio la frazione organica derivante dalla raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, conosciuta come FORSU, costituisce in qualità e quantità una importante risorsa, che può e deve essere valorizzata per il recupero di bio-energia, bio-metano, bio-fertilizzanti e/o bio-materiali. Da questa bio-risorsa si possono realizzare sistemi virtuosi di bioeconomia circolare locale, riducendo contestualmente le emissioni climalteranti derivanti dalla gestione dei rifiuti urbani».

La digestione anaerobica, che viene realizzata nei “biodigestori”, specifica ancora Fatone, «permette la conversione biologica, in assenza di ossigeno, di sostanza organica in biogas, una miscela che contiene principalmente metano ed anidride carbonica per circa 50-65% e 35-50%, rispettivamente. A valle della digestione anaerobica risultano pertanto essenzialmente biogas e digestato, una miscela solido-liquida di materiale organico che può essere valorizzata per produrre compost e bio-fertilizzanti. Il biogas, invece, può essere trattato per separare l’anidride carbonica e produrre biometano che può essere immesso in rete o liquefatto ed alimentare veicoli. Un bio-digestore non è un impianto di termovalorizzazione o incenerimento dei rifiuti ad alta temperatura, mentre è un processo biologico di biodegradazione anaerobica, solitamente a temperatura di 37-55 °C».

Esistono in Italia migliaia di impianti di digestione anaerobica, che trattano FORSU, o fanghi di depurazione o liquami zootecnici e letame o altri scarti agro-alimentari. «Anche presso il depuratore urbano di Jesi, ad esempio – riferisce il professore -, è in funzione un impianto di digestione anaerobica da molti anni, che attualmente tratta i fanghi di depurazione, ma che a mio parere potrebbe essere meglio valorizzato, sempre a servizio del territorio, con una sezione dedicata ai rifiuti organici. L’impianto di digestione anaerobica all’interporto di Jesi è stato pensato per circa 71.000 tonnellate all’anno, di cui 48 000 di FORSU e 23 000 di verde. L’impianto sarà collocato in posizione baricentrica del bacino di raccolta rifiuti che servirà. Le dimensioni dell’area consentono di accogliere tutte le infrastrutture a servizio necessarie, inoltre esiste la presenza di uno svincolo dedicato e di rete viaria minore con una morfologia quasi del tutto pianeggiante. La distanza dalla rete SNAM in media pressione è modesta ed è già esistente un distributore di metano, che potrebbe anche distribuire biometano».

L’impianto, prosegue, «è composto da una zona di pesatura, registrazione e controllo visivo del materiale in ingresso; un fabbricato per il conferimento della FORSU, all’interno del quale saranno installate le apparecchiature necessarie a rendere il substrato idoneo alla fermentazione (Pretrattamenti meccanici); una sezione di digestione anaerobica (Bio-digestori); l’area di stoccaggio e preparazione digestato per compostaggio; la zona di compostaggio aerobico mediante Biocelle; la sezione di maturazione del compost; la sezione di raffinazione del compost maturo; l’impianto di purificazione del Biogas (Upgrading). Le sezioni odorigene sono aspirate e le emissioni trattate chimicamente e biologicamente. Si stima che l’impianto recupererà circa 2.600.000-2.700.000 metri cubi di biometano all’anno, oltre a produrre 10.000-15.000 tonnellate di compost di alta qualità».

In termini di impatto ambientale, spiega Fatone, «la gestione del rifiuto organico urbano in una filiera di digestione anaerobica e compostaggio aerobico ha impatto positivo sull’ambiente e sull’economia del territorio. Il recupero di biogas/biometano prima, e di compost poi, permette la valorizzazione ottimale in termini di bioenergia e di materia a partire da un rifiuto che altrimenti andrebbe ad essere smaltito, come accade oggi, anche molto lontano dal bacino di produzione, in modo non sostenibile. Pertanto, l’impatto anche in termini di chilometri percorsi dal rifiuto sarà ragionevolmente molto positivo, vista la posizione baricentrica di Jesi. Trattandosi comunque di un impianto che mediamente tratterà circa 250 tonnellate al giorno, si possono stimare 40-50 mezzi, tra ingresso ed uscita, dell’impianto ogni giorno, che devono essere confrontati con i volumi di traffico già presenti per valutare la bassa rilevanza dell’impatto da misurare anche con la riduzione drastica dei chilometri percorsi dal rifiuto rispetto allo stato attuale».

Ad oggi esistono altri impianti con filiera di trattamento e valorizzazione simile, dal nord al sud Italia, ad esempio Montello (BG), Sesa (PD), Aimag (MO), Hera Ambiente (BO), Foligno (PG), Calabra Maceri (CS). Soluzioni consolidate, rimarca il prof, nonché previste dalle strategie di bioeconomia circolare europee e nazionali.

«Credo che quando la raccolta differenziata dei cittadini produce rifiuto organico di alta qualità – conclude Fatone -, valorizzare questa risorsa in biogas, biometano e compost di alta qualità, all’interno del bacino di produzione dei rifiuti, sia un passo verso la maggiore sostenibilità, bioeconomia circolare e abbattimento delle emissioni climalteranti legate alla gestione delle città. In questo contesto, non trascurerei anche la valorizzazione di infrastrutture esistenti, come la sezione di digestione anaerobica del depuratore di Jesi che potrebbe essere considerata per un servizio integrato al territorio».