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Jesi

Intervista ad Antonio Lucarini, artista controverso che non sa fingere

Dagli anni dell’infanzia, «con una famiglia irregolare che mi ha provocato dolore», ad oggi, «uomo consapevole di essere disturbante perché racconto cose che il mondo vuole rimuovere». Regista e scrittore capace di dividere la critica ma considerato un genio. E poi, il suo messaggio a Paolo Sorrentino

JESI – Divide, ma stimola le riflessioni. Non indossa maschere per raccontare pensieri che non gli appartengono pur di piacere ai più. Ha vissuto la solitudine e l’emarginazione ma ha cercato, ogni volta, fiori da raccogliere tra il cemento. Lui è Antonio Lucarini: regista e scrittore jesino. Il suo occhio legge la realtà e poi la trasferisce, senza ricami e zuccheri aggiunti, in opere teatrali, testi per cortometraggi e libri.

Che periodo creativo è questo per lei?
«Sto bene. Nella mia vita ci sono stati parecchi cambiamenti negli ultimi tempi e anche la mia creatività si è incanalata in modi e stili differenti. Mi sto concentrando sulla scrittura di romanzi e racconti e il mio stile narrativo è in continua evoluzione».

Negli ultimi due anni l’abbiamo conosciuta e apprezzata nelle vesti di scrittore e il suo libro, Strana Rana (ed. Le Mezzelane), ha riscosso il plauso della critica. Ha già pronto un nuovo libro da poter mettere in valigia la prossima estate?
«Dopo libri molto intensi ma un po’ acidi e feroci, sto mettendo in cantiere due romanzi introspettivi e poetici. Per ora non ho intenzione di ritornare al teatro ma quando lo farò vorrei esibirmi attraverso la forma del reading. Oltre a Strana Rana, ho già scritto altre opere. Mi sto occupando proprio in questi giorni dell’editing del mio secondo romanzo Oltrepassando. È un’opera di fantascienza, anzi distopica, che parla di una realtà futura in cui il sonno verrà bandito e considerato eversivo, in cui amore e sentimenti saranno ferocemente osteggiati. Uscirà per Le Mezzelane, credo entro maggio-giugno. Stanno poi per uscire altri romanzi thriller legati alla serie Alle cinque del mattino, dopo Pioggia e Croce e delizia (ed. Le Mezzelane), che sto scrivendo a quattro mani con Rita Angelelli. Per quanto riguarda Strana Rana, per fortuna ci sono diversi blog letterari nazionali come “Les fleurs du mal” e gruppi su Facebook come “Scripta Manent” che stanno giudicando il libro come una delle opere più coraggiose ed interessanti degli ultimi anni, che svela gli inganni della società dei consumi e del mondo borghese attuale».

Il suo modo di far teatro e di scrivere i suoi spettacoli ha la capacità di dividere il pubblico. Lei è sempre stato consapevole che c’è “chi la odia e chi la ama”. Una fortuna, questa consapevolezza, in cui si si nasconde una certa punta di orgoglio, che è concessa a pochi, è d’accordo?
«Veramente quando scrivevo o montavo uno spettacolo, in realtà io desideravo essere amato da chiunque. Non ho mai avuto intenzione di essere un autore snob, per pochi eletti, non ho mai provato un brivido quando venivo rifiutato da una parte dei destinatari delle mie opere. Il vero problema è che viviamo in un’epoca di omologazione assoluta. Quando scrivo io sono sincero e dico ciò che penso. Pare che non si possa più fare… Sono consapevole di essere disturbante perché racconto cose che il mondo vuole rimuovere, ma queste cose esistono… Se qualche lettore, ad esempio, è rimasto turbato da Strana Rana, dal mondo fatto di violenze e umiliazioni che descrive, forse non si è reso bene conto della realtà che lo circonda. Io descrivo nel libro ciò che vedo da anni, ovvero le aberrazioni legate ad una competizione sfrenata, la totale mancanza di valori e umanità nell’attuale società dei consumi che definisco “terminale”. Non mi compiaccio che le relazioni umane siano ormai quasi inutili, anzi me ne dispiace, ma credo che un artista abbia il compito di mostrare la verità dei fatti. Chi descrive il male, secondo me, non lo compie, anzi lo esorcizza, lo rimuove».

Chi siede dalla parte del pubblico che la ama?
«Penso che le mie opere vengano apprezzate da persone che abbiano sofferto e che abbiano capito gli inganni di un mondo ipocrita dominante».

Chi sono state, nel tempo, le muse ispiratrici dei suoi testi?
«Non ho avuto muse particolari. I miei testi teatrali e i miei libri sono stati spesso ispirati dal dolore e dalla sofferenza che ho provato da bambino e da adolescente, avendo avuto una famiglia irregolare. Ho avuto carenze affettive che mi hanno fatto vedere il mondo da un’altra prospettiva. Ho sempre preferito le relazioni umane all’accumulazione di beni inutili. Spesso una storia mi nasce da uno stato interiore di alienazione e solitudine. Mi sono spesso sentito diverso dagli altri e la solitudine, l’emarginazione, sono da sempre dei miei temi narrativi. Chi cerca di essere libero è drammaticamente solo».

Avesse la possibilità di alzare il telefono e chiamare qualcuno del mondo del cinema, della tv, del teatro, dell’editoria, chi chiamerebbe e cose gli direbbe?
«Chiamerei Paolo Sorrentino, per restare all’Italia. Lo apprezzo da quando non era famoso, da L’uomo in più che molti ancora non conoscono. È un film dissacrante che massacra i miti del sesso e del successo dell’Italia degli anni Ottanta, in cui i due protagonisti sono due perdenti. Le atmosfere surreali e caustiche dei primi tre film di Sorrentino non le trovo poi così diverse da quelle di alcuni miei spettacoli o di un romanzo come Strana Rana. Che gli direi? Gli direi che osservo le cose in modo simile al suo».

Si rispecchia in Jesi, la sua città?
«Devo essere sincero… Da alcuni anni vivo praticamente isolato. Il mondo esterno lo osservo bene ma cerco di tenerlo distante. Ho probabilmente sofferto troppo, avuto troppe delusioni. A Jesi ci vivo, e anche bene, ma non conosco veramente la vita culturale della città. Ho la mente immersa nelle mie storie e nelle mie fantasie. Se vivessi a Roma o a Milano, per me ormai sarebbe la stessa cosa. L’arte non ha barriere geografiche. Scrivo per chiunque voglia entrare in contatto con una mente insolita, che giudica e vede le cose con verità, in modo disincantato… o almeno ci prova».