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Jesi

Incendi e dissesto idrogeologico a Jesi. Quali conseguenze sul territorio?

A poche settimane dal rogo che ha devastato la zona di Tabano e Montesecco, il geologo Andrea Dignani fa il punto sui danni e indica le azioni per il ripristino ambientale

L'incendio a Tabano-Montesecco

JESI – Quattrocento ettari di terreno devastato, residenti che hanno rischiato grosso e tantissima paura. A poche settimane di distanza dall’incendio che ha coinvolto l’area di Tabano e Montesecco, si contano i danni, provando a salvare ciò che è rimasto.

Il geologo Andrea Dignani, che conosce bene l’area in cui si sono sviluppate le fiamme, illustra le conseguenze del rogo e indica le azioni per il ripristino ambientale. Finalmente, dopo afa e siccità, è tornata anche la pioggia in città. «L’incendio boschivo – spiega Dignani – è una combustione che si propaga senza controllo a danno della vegetazione forestale (arborea, arbustiva, erbacea) e del suolo (humus e lettiera) solitamente provocata dall’uomo e molto raramente di origine naturale».

Si distinguono tre tipologie di incendio:

Incendio superficiale o radente: bruciano erbe, cespugli e resti vegetali sul suolo o nel sottobosco. È il più frequente. Potrebbe risparmiare i grandi alberi ma può provocare gravi danni alla biodiversità e al suolo.

Incendio di chiome: bruciano le chiome degli alberi. È necessario che lo strato arboreo sia sufficientemente denso e che si presenti un forte vento o che siano presenti pendenze molto pronunciate. Compromette la vitalità delle chiome e provoca, quindi, gravi danni alla vegetazione arborea.

Incendio sotterraneo: brucia lo strato di materia organica accumulato sul terreno e le radici che incontra. È poco frequente ma molto distruttivo.

«Le alterazioni delle condizioni naturali del suolo prodotte dal passaggio del fuoco – evidenzia ancora il geologo – favoriscono fenomeni di instabilità dei versanti provocando, in caso di piogge intense, scivolamento e asportazione dello strato di terreno superficiale. I mesi a più elevato rischio sono quelli caratterizzati da scarsità di precipitazione, alta temperatura e forte vento, condizioni naturali favorevoli all’innesco e allo sviluppo di incendi. Gli incendi si estendono con velocità determinata dalla morfologia, dal tipo di combustibile, secondo intensità e direzione impressa dal vento, con la limitazione imposta da eventuali ostacoli naturali o artificiali che, nell’insieme, possono favorire la delimitazione e lo spegnimento degli incendi. L’ampiezza raggiunta da un incendio è strettamente correlata, a parità di altre condizioni, con la sua durata. Un nodo cruciale per la riduzione delle superfici percorse dal fuoco è rappresentato dalla previsione del pericolo incendi, ovvero dall’individuazione di quelle condizioni meteorologiche che predispongono il verificarsi degli incendi».

L’elicottero lancia acqua sull’incendio di Montesecco

La prevenzione diretta e indiretta

«La prevenzione selvicolturale – puntualizza Andrea Dignani – è rappresentata da tutte le operazioni che tendono a far diminuire l’impatto dell’eventuale passaggio del fuoco su di un soprassuolo boschivo o ridurre le probabilità di innesco. L’obiettivo previsto dalla prevenzione selvicolturale è quello di limitare l’intensità dell’incendio mediante una diminuzione della biomassa bruciabile. La prevenzione indiretta rende meno frequenti le cause di accensione e consiste prevalentemente in misure di sensibilizzazione rivolte alla popolazione, con le quali la si invita ad assumere una coscienza antincendio e ad adottare delle opportune precauzioni. In questo senso il ruolo dei media e della scuola sono strategici. Uno specifico settore della prevenzione è quello dedicato alla previsione del pericolo d’incendio che esprime, nel breve periodo (24h), la probabilità che si verifichino e si diffondano incendi, in un dato territorio, a causa dei fattori predisponenti variabili».

La protezione generica (indiretta) e diretta

La protezione generica o indiretta, riferisce sempre il geologo jesino, «è quella che la foresta svolge nei confronti della conservazione del suolo dall’erosione diffusa o incanalata, questa funzione protettiva è più o meno efficace in relazione alla pendenza, alla morfologia e al tipo di roccia e di suolo presenti, mentre la protezione diretta è quella che la foresta svolge nei confronti dei pericoli naturali: valanghe, caduta di massi, lave torrentizie, frane superficiali. In questo caso la foresta agisce sia impedendo il verificarsi dell’evento, sia mitigandone l’effetto. Subito dopo un incendio, la funzione protettiva del bosco diminuisce drasticamente. L’incendio è un fenomeno complesso e provoca danni più o meno gravi in funzione delle condizioni ambientali in cui si sviluppa. La vegetazione presente può essere più o meno danneggiata o addirittura non riportare danni a seconda delle sue caratteristiche. Vi sono vegetali che sopportano meglio il passaggio del fuoco; queste specie sono dette “pirofite”. In genere sono piante erbacee dotate di bulbi e rizomi, per altre è lo spessore della corteccia a conferire loro la resistenza al fuoco come si verifica, ad esempio, per il larice che nelle piante adulte presenta una corteccia molto spessa. Gli alberi subiscono danni immediati provocati dalle ustioni sia al tronco sia alla chioma che comportano la morte delle piante o un decremento nella crescita».

I danni alla fauna

«La fauna – osserva Dignani – subisce un duplice danno. Il primo, diretto, riguarda la mortalità subita dalla popolazione animale durante l’incendio; un secondo consiste nelle difficoltà susseguenti che coinvolgono gli individui sopravvissuti. Una elevata mortalità si riscontra nella fauna presente nello strato superficiale di suolo (1-5 cm). A livello di vertebrati si nota una contrazione degli anfibi mentre si verifica una espansione di alcuni ofidi (serpenti) che nell’ambiente maggiormente soleggiato, in seguito al disseccamento di parte dei vegetali, trovano un migliore habitat rispetto a prima. Per quanto riguarda i piccoli mammiferi, si ritiene che la maggior parte di essi possa salvarsi dal fuoco spostandosi per poi ricolonizzare in un secondo tempo le aree originarie».

«Il fuoco – specifica – provoca alterazioni anche sul suolo. L’effetto delle fiamme si concentra soprattutto sullo strato di lettiera e sulle componenti umiche indecomposte presenti alla superficie del suolo. Questi elementi vengono parzialmente o totalmente distrutti, mettendo a nudo la terra minerale. Le principali conseguenze del passaggio del fuoco sono, quindi, la tendenza all’impoverimento del suolo, l’erosione degli strati superficiali del terreno e l’aumento del deflusso superficiale delle acque meteoriche. Dopo il fuoco aumenta l’erosione superficiale, a causa della minore capacità di intercettazione delle gocce di pioggia da parte della vegetazione colpita dalle fiamme e della minore permeabilità del suolo. Con l’erosione si ha il dilavamento delle ceneri e del materiale incombusto. L’erosione è maggiore nel caso di incendi che coinvolgono anche le chiome ed in particolare, dopo incendi estivi, in corrispondenza delle forti piogge autunnali. I corsi d’acqua che scorrono in aree interessate dall’incendio tendono ad avere, in caso di forti precipitazioni, piene maggiori dovute ad una diminuzione dei tempi di corrivazione dell’acqua di pioggia che cade sul bacino idrografico coinvolto, con conseguenti erosioni e franamenti di sponde».

Le fiamme a Montesecco

Ripristino del territorio

Per il ripristino del territorio, chiarisce Dignani, «si considera appropriato l’impiego delle tecniche di ingegneria naturalistica. Queste tecniche utilizzano materiale “vivo” (semi, piante, parti di piante, porzioni di vegetazione) in associazione con materiali “non viventi” (pietrame, terra, legname, ecc.). I campi di applicazione delle tecniche di Ingegneria Naturalistica sono estesi su più settori. Questi sono vari e spaziano dai problemi classici di erosione dei versanti, alle frane, alle sistemazioni idrauliche, a quelli del reinserimento ambientale delle infrastrutture viarie e idrauliche, alle cave e discariche, alle sponde dei corsi d’acqua, ai consolidamenti costieri, a interventi di ricostruzione delle reti ecologiche».

Nello specifico, tali tecniche possono essere applicate ai seguenti campi di intervento:
tutela del suolo e consolidamento e stabilizzazione delle scarpate: sistemazione di frane di medie/piccole dimensioni, consolidamento, bonifica e riqualificazione ecologica di versanti naturali soggetti a dissesti idrogeologici;
sistemazioni idrauliche: consolidamento e riqualificazione ecologica di sponde di corsi d’acqua, laghi ed invasi; di sponde soggette ad erosione; costruzione di briglie e pennelli; creazione di rampe di risalita per l’ittiofauna; realizzazione di ambienti idonei alla sosta ed alla riproduzione degli animali;

La metodologia per la progettazione

«Per il ripristino delle condizioni naturali del terreno – prosegue il geologo – si utilizzano le tecniche di Ingegneria Naturalistica. Tecniche oramai conosciute e riprodotte su svariati manuali, nella realtà non sono opere particolarmente complesse da realizzare, ma la loro adeguata e corretta progettazione dipende da una profonda e rigorosa conoscenza dei processi fisici che avvengono nel territorio in oggetto. Un’analisi rigorosa dei meccanismi di formazione che, per esempio, causano una frana, un’erosione, etc., permette di progettare l’opera di Ingegneria Naturalistica in modo funzionale alle locali necessità di mitigazione della pericolosità geologica. Per la metodologia di analisi e progettazione ho realizzato la “Piramide metodologica dell’analisi territoriale per la progettazione delle opere di sistemazione del suolo con l’ingegneria naturalistica” (fig.)».

Piramide metodologica dell’analisi territoriale per la progettazione delle opere di sistemazione del suolo con l’ingegneria naturalistica (Andrea Dignani)

La progettazione
Nella progettazione, riferisce Andrea Dignani, si utilizzano tre tipologie di tecniche di riferimento in risposta alle diverse funzioni da attuare:

A – Interventi antierosivi (tutti i tipi di semina, stuoie, materassini seminati, etc.),

B – Interventi stabilizzanti (messa a dimora di arbusti, talee, fascinate, gradonate, cordonate, viminate, etc.)

C – Interventi combinati di consolidamento (palificate vive, massi con talee, grate vive, muri a secco con talee, gabbionate e materassi verdi, terre rinforzate, etc.).

«Nella pratica progettuale si possono utilizzare anche combinazioni delle diverse tipologie e queste si dovranno poi adattare alle locali condizioni realizzative. Per la riuscita dell’intervento progettuale risulta fondamentale l’esperienza e la professionalità del progettista, per non adottare nella progettazione una semplicistica copia come riproduzione dai manuali. In definitiva anche per risolvere le problematiche ambientali e territoriali scaturite da un incendio risultano efficaci per la progettazione le tecniche di Ingegneria Naturalistica, infatti:
– Le tecniche di Ingegneria Naturalistica non sono una novità assoluta nelle pratiche di sistemazione del territorio, appartengono alla nostra tradizione plurisecolare delle pratiche di gestione delle pericolosità geologiche.
– Le tecniche di Ingegneria Naturalistica sono oramai note e sperimentate, la vera complessità progettuale consiste nell’attuazione di una rigorosa metodologia di analisi, l’impostazione progettuale deve adeguarsi alle condizioni reali del territorio che possono determinare gradi differenti di pericolosità geologiche.
– La progettazione delle tecniche di Ingegneria Naturalistica non deve svolgersi con un semplice “copia incolla” delle tipologie di tecniche riportate nell’ampia manualistica, la progettazione deve sempre realizzata espressamente per ogni sito e per ogni processo fisico individuato ed analizzato.

Le tecniche di Ingegneria Naturalistica rappresentano un contributo importante per la razionale gestione economica ed ambientale del nostro territorio, contribuendo con l’apporto tecnico-scientifico ad aumentare il valore culturale ed economico del nostro paesaggio, per una società sempre più attenta all’agricoltura e alla qualità della vita».