Jesi-Fabriano

Haber conquista il pubblico dell’Hemingway Theatre con Bukowski

L'istrionico attore bolognese si è vestito dei panni del celebre scrittore statunitense di origine tedesca. L'esibizione, in piazza delle Monnighette a Jesi, ha estasiato i presenti

Alessandro Haber

JESI – L’aria da poeta, anzi da attore, “maledetto” lo accompagna da tempo. E il fisico del ruolo non gli manca. Chi meglio di Alessandro Haber avrebbe potuto interpretare Charles Bukowski? E chi se non Davide Zannotti, factotum dell’Hemingway Cafè, avrebbe potuto portare in piazza delle Monnighette il poliedrico ed istrionico attore bolognese che si è vestito dei panni del celebre scrittore statunitense di origine tedesca ormai divenuto un cult? La serata jesina ha rapito tanta gente, estasiata ed entusiasta in platea e sui gradini della piazza ad ascoltare ed applaudire Haber che ha alternato la lettura di poesie e racconti di Bukowski a canzoni celebri di Tenco, De Gregori, Mimmo Locasciulli e di Giuseppe Fulcheri che nel 2003 scrisse per lui i testi di un album, dal titolo “Il sogno di un uomo”, contenente diversi brani liberamente ispirati dalla poesia e dal tragitto esistenziale di Bukowski.

Haber si presenta sul palco senza orpelli, nel look e nelle parole. Va dritto al cuore della gente, in modo aspro fin quasi alla crudezza. Non mancano quelle che sembrano cadute di stile ed invece sono solo i modi di rappresentare il Bukowsky più autentico, sospeso in una vita quasi dissoluta, tra alcool e sbornie, donne e prostitute, corse di cavalli e scommesse. Si accende una sigaretta mentre recita qualche verso del poeta americano: “Se succede qualcosa di brutto / si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello / si beve per festeggiare; e se non succede niente / si beve per far succedere qualcosa”. Sorseggia acqua minerale e mojito sputacchiando qua e là sul palco, come farebbe lo scrittore statunitense poco avvezzo alle buone maniere, e regalando comunque versi scritti con la carne, con la pelle, col sangue, col cuore da Bukowski:

“Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla”; “Ordinai un altro giro di drink. Alzò il bicchiere e mi fissò mentre beveva un sorso. Aveva gli occhi blu e quel blu mi entrò nel profondo e lì restò. Ero ipnotizzato. Uscii da me stesso e mi tuffai in quel blu”. Cambia cartella Haber e la seconda parte dell’happening jesina la dedica alla musica.

La sua voce di carta vetrata resa roca da un milione di sigarette dona brividi ed emozioni. Canta “Insieme a te non ci sto più” e il pubblico gongola e va in solluchero quando propone “La valigia dell’attore”, splendida lirica in musica che Francesco De Gregori gli ha ritagliato addosso riflettendo sul suo mestiere sul palcoscenico sospeso tra finzione e verità.  Sasà Flauto alla chitarra acustica, Mimmo Epifani al mandolino e Francesco Santalucia al pianoforte e alle tastiere rendono l’atmosfera rarefatta e magica e la voce di Haber torna a cantare pezzi dedicati a Charles Bukowski e al suo alter ego letterario Henry Chinasky, canzoni che parlano di donne, puttane, macchine da scrivere, sbronze, disadattati e perdenti, prima di regalare una versione da pelle d’oca di “Una notte in Italia” di Ivano Fossati, declamata con tenerezza senza musica, quasi fosse una tenue preghiera o l’ultima litania d’amore prima di abbandonarsi al sonno e ai sogni.

 

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