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Jesi

Empatia e presenza: Agnese Cercaci, laureata infermiera, racconta come essere angeli dei baby pazienti

La studentessa jesina in Scienze infermieristiche all'Univpm ha discusso la tesi sul "ruolo dell'infermiere nella relazione assistenziale al paziente pediatrico". Ecco il suo lavoro, tra umanità e ricerca

Agnese Cercaci

ANCONA- Da gennaio ha svolto un periodo di tirocinio formativo, durato cinque settimane, nella terapia intensiva neonatale dell’ospedale Salesi, guardando alla sua laurea come un traguardo finalmente concreto.

Ma per Agnese Cercaci, jesina, quell’esperienza in corsia ha significato molto di più che uno spunto per la sua tesi di laurea, è stato piuttosto l’ispirazione del futuro. Un’ispirazione che le è valsa il massimo dei voti, 110 e lode, conquistato alla fine del suo percorso di studi in Infermieristica all’università Politecnica delle Marche. La sua tesi su “Il ruolo dell’infermiere nella relazione assistenziale al paziente pediatrico: uno studio pilota”, discussa il 24 novembre online, tramite la piattaforma di Microsoft Teams, parte dallo studio del progetto del “Giro Visita del Dr. Pupozzi”, dove un fantomatico primario gira nella corsia del reparto Cardiochirurgia e Cardiologia Congenita e Pediatrica degli Ospedali Riuniti di Ancona diretta dal Dottor Marco Pozzi, circondato da studenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Una figura che ha cambiato la percezione dell’ospedalizzazione.

«Attualmente il Dr. Pupozzi, alias Walter Caccioppola, non può girare in corsia con i volontari per il rischio contagio – spiega la Presidente del Comitato Genitori dei bambini cardiopatici Valentina Felici, entusiasta della tesi di Agnese – ma comunque, affiancato dalla nostra psicoterapeuta, la dottoressa Annalisa Cannarozzo, porta in reparto tutti i giorni la Cartella Giocosa, ovvero una cartella che raccoglie tutta “l’avventura” del bambino in ospedale». Un progetto particolare ma che muove dalla consapevolezza che a volte empatia e professionalità non bastano quando si tratta di pazienti pediatrici, soprattutto ora che il Covid limita gli accessi dei familiari in corsia.

Come è nata l’idea di questo progetto pilota per la tesi?
«Il progetto mi è stato proposto dal direttore Sandro Ortolani e dal mio Tutor Pasquale Palumbo del Corso di Laurea in Infermieristica della sede di Ancona, al quale sono stata subito felicissima di poter partecipare – racconta Agnese Cercaci -. Il mio tutor è un amico di vecchia data di Walter Caccioppola, nonché il Dr.Pupozzi, che lavora insieme agli studenti di medicina. Loro lo accompagnano durante lo speciale giro visita che ha l’importante scopo di sensibilizzare i giovani alle prime armi sulla realtà dei fatti e sulle difficoltà che si possono riscontrare operando con i bambini. Caccioppola, insieme ad Annalisa Cannarozzo, psicologa e psicoterapeuta del Comitato dei genitori dei bambini cardiopatici, con il primario Marco Pozzi e il Comitato ha pensato di far partecipare al progetto anche gli studenti di infermieristica. Da questa motivazione si è pensato di scrivere una tesi in merito e grazie al professor Giordano Cotichelli, il mio relatore che mi ha seguito profondamente, sono riuscita a realizzarla con grande soddisfazione».

Agnese Cercaci felicissima dopo aver discusso la tesi


La tesi nasce anche da un’esperienza diretta?

«Sì, ho voluto raccontare il ruolo dell’infermiere che assiste i bambini perché ho svolto il tirocinio formativo tramite la terapia intensiva neonatale nel presidio Salesi. Nelle 5 settimane, da gennaio di quest’anno, mi sono accorta di quanto sia delicato il lavoro degli infermieri in questo contesto, per quanto un neonato sia differente da un bambino».

Quali equilibri vanno rispettati nell’assistenza al paziente pediatrico?
«Quando si parla in generale di un paziente pediatrico, all’interno della situazione, interviene anche il rapporto con i genitori dei piccoli pazienti – continua -. Diciamo quindi che sotto questo punto di vista un infermiere, oltre a trattare il paziente, deve anche saper trattare con le mamme e i papà, cosa spesso difficile. La pediatria è un aspetto dell’infermieristica piuttosto complesso. Avere un figlio o una figlia malato è una condizione molto stressante per i genitori, genera un grande senso di impotenza, spesso senso di colpa. Il padre e la madre sono costretti a dover affidare il proprio figlio nelle mani di persone completamente sconosciute, cosa che può sembrare spaventosa. Per questo motivo è importante, oltre che approcciarsi con i bambini, saper creare un rapporto di fiducia anche con i loro genitori ed è fondamentale per un infermiere sapersi affidare ad una figura preparata in tal senso, come il dottor Pupozzi, che li aiuti nella comunicazione».

Agnese Cercaci insieme al mitico dr.Pupozzi in reparto


Che ruolo ha il dottor Pupozzi?
«È un ottimo “strumento” per aiutare in primis i bambini a comprendere meglio tutte quelle figure che quotidianamente lo circondano, siano essi medici ed infermieri, e quindi anche a collaborare di più, ma è anche una grande risorsa per gli infermieri stessi perché rappresenta un aiuto per relazionarsi meglio e con i giusti modi con i piccoli pazienti».

La pandemia ha reso ancora più importante il ruolo degli infermieri nei confronti dei baby pazienti…
«Sicuramente la pandemia ha reso ancora più partecipe il ruolo degli infermieri nei confronti dei bambini, dato che i loro genitori non potevano accedere al reparto. Possiamo solo immaginare che impatto questo ha avuto sui piccoli. In questo contesto quindi gli operatori devono essere ancora più presenti ed essere quella spalla su cui appoggiarsi, quella parola di conforto in più per i bambini spaventati».

Raggiunto un traguardo così importante, ora quale è il suo sogno?
«Il mio sogno è quello di essere come Walter ed Annalisa, un giorno. Dalle loro passioni, dalla grande gioia che ho visto nei loro occhi e negli occhi di chi li incontra, posso solo che imparare e desiderare di essere come loro. Sono speciali ed è speciale quello che fanno ogni giorno. Il progetto che hanno creato fa bene, ai più grandi e ai più piccoli, e ha reso me ancora più orgogliosa dell’impegno che ho preso».