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Jesi

Eredità Cesarini, il Comitato: «Perché la Casa famiglia in un bene privato? Il Comune di Jesi risponda»

«Che succederà se le abitazioni nel resto del complesso non dovessero essere vendute? La struttura sarà comunque aperta? Gli esecutori testamentari si esprimano pubblicamente»

Il complesso ex Giuseppine dietro il monumento a Giovan Battista Pergolesi

JESI – «Perché una struttura che, nella volontà della donatrice, deve essere pubblica all’interno di un bene privato? Perché spendere parte dell’eredità Cesarini per acquistare un immobile da una Società/ Immobiliare completamente privata? Era l’unica soluzione possibile? Il Comune non poteva valutare di mettere a disposizione un proprio bene immobiliare da ristrutturare? Anche nel caso in cui si fosse scelto un bene privato, perché proprio uno sottoposto a vincoli architettonici della Soprintendenza? Sarebbe quanto mai opportuno e gradito che il Comune rispondesse in maniera chiara a questi semplici interrogativi».

Così, sulla vicenda della casa famiglia per persone disabili che il Comune ha deciso di realizzare all’ex Giuseppine con le risorse lasciate dall’ex assessora scomparsa nel 2013, torna a chiedere chiarezza il Comitato Eredità Sociale Daniela Cesarini.

Daniela Cesarini
Daniela Cesarini

Nei giorni scorsi, dopo fra le altre cose il manifesto diffuso in città dal comitato, la risposta del Comune, che aveva parlato di «inesattezze e strumentalizzazione politica». Rispondono amici e compagni di Daniela Cesarini: «Vorremmo non sentirci presi in giro. Facciamo presente al Comune che ad oggi i curatori testamentari non si sono mai espressi pubblicamente in favore della realizzazione nel complesso delle ex-Giuseppine. Trattandosi di una questione pubblica, forse sarebbe bene che i diretti interessati si pronunciassero in maniera chiara, anzi li invitiamo a farlo se quanto sostenuto dal comune corrisponda a verità e segua fedelmente le chiare indicazioni espresse all’interno dell’eredità Cesarini».

Il Comitato afferma: «Vorremmo capire che tipo di struttura si intenda realmente realizzare. La struttura progettata è accessibile in carrozzina ma non in modo pienamente autonomo, come si evince dalla pendenza della rampa di accesso all’immobile. Ci sono caratteristiche che rendono questo progetto non idoneo all’uso da parte di persone con disabilità motoria grave e necessitanti di carrozzina. Per fare degli esempi: i corridoi larghi 120 cm e non 150 cm, senza considerare le dimensioni esigue di alcune camere nonché degli spazi comuni».

Inoltre, «La definizione della Casa famiglia è stata modificata ora dall’Amministrazione con un più specifico “gruppo appartamento disabilità” che rimanda in senso più tecnico ad una struttura adatta alle persone che hanno forme più lievi di disabilità, (allegato A della legge regionale 21/2016). Il problema dei pochi posti letto non è secondario, poiché rimanda al rapporto tra la sostanziosa spesa per la ristrutturazione e l’acquisto dell’immobile e l’esiguo numero di posti che con questi soldi verranno messi a disposizione. Ciò che viene criticato e messo in discussione, non è la dimensione di una realtà più a dimensione ridotta e “familiare” ma è l’ingente spesa economica per la sua realizzazione».

Nel mirino anche l’utilizzo dell’eccedenza dell’eredità Cesarini per l’abbattimento di barriere architettoniche e il fatto che nell’intervento sull’ex Giuseppine sia ricompresa anche la realizzazione di alloggi in autorecupero saltata al San Martino.

Sul primo punto, secondo il Comitato: «Ci sembra quanto mai doveroso ricordare al sindaco Bacci che Daniela chiese espressamente che i suoi beni venissero messi a disposizione per i servizi alle persone con disabilità, non che venissero utilizzate dall’amministrazione per portare avanti la sua attività di normale amministrazione, come potrebbe essere inteso il PEBA per l’abbattimento delle barriere architettoniche degli edifici pubblici».

E poi, «Ciò che però resta meno chiaro di tutto, è il motivo per cui l’Amministrazione abbia deciso di procedere infine con il progetto della Casa famiglia nel contesto di un piano privato di recupero, collegato pertanto a un intervento immobiliare con capitale privato, che ha per sua natura l’interesse esclusivo finale della vendita delle unità abitative. Credo che tutti ci saremmo aspettati che la realizzazione della Casa famiglia, che porta con sé un alto interesse sociale, non fosse collegata ad un’operazione immobiliare, che ci lascia estremamente preoccupati riguardo alle tempistiche. Una domanda viene spontanea. Qualora le abitazioni non dovessero essere vendute, quale destino spetterà alla Casa famiglia? Sarà ugualmente aperta, e se sì, in quale contesto? All’interno di un cantiere?  Stiamo chiedendo informazioni e risposte per far in modo che vengano rispettate le chiare volontà di Daniela».