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Jesi

Alla Diatech, ricerca a pieno ritmo tra oncologia e Covid-19

Tre nuovi test diagnostici da laboratorio, molecolari, allo studio dell'azienda biotech di Jesi: uno su virus e batteri che colpiscono i polmoni, un secondo sulle varianti e il terzo sul Dna germinale

Un ricercatore alla Diatech di Jesi

JESI – Tre nuovi test diagnostici da laboratorio, molecolari, allo studio presso la Diatech Pharmacogenetics di Jesi. Il primo uscirà a brevissimo – questione di giorni – e permetterà di rilevare in un unico pannello non solo il Sars COV-2 ma anche altri virus e batteri che attaccano i polmoni, dai “classici” virus influenzali, alla clamydia pleumoniae, alla legionella, dal micoplasma allo stafilococco aureo, per un totale di 15 famiglie diverse di malattie respiratorie.

«Si tratta di un pannello unico per numerose malattie respiratorie, per capire – all’accesso in ospedale o in altra struttura sanitaria – se il paziente con difficoltà respiratorie è stato contagiato dal Covid-19 e/o da altre patologie. Il test si va ad inserire direttamente nel processo di diagnosi; i target d’analisi sono oltre alla popolazione comune, anche gli anziani o gli ospedalizzati, più soggetti all’attacco dei vari virus comuni. La durata è rapida, il test si effettua in 70-80 minuti», fa sapere Fabio Biondi, presidente dell’azienda biotech di Jesi, leader di mercato nei test applicati alla diagnosi oncologica, ma da un anno anche la la più grande tra le 3-4 realtà italiane che producono reagenti per i tamponi per il coronavirus.

Il presidente Diatech Fabio Biondi

C’è poi allo studio della Diatech, ma a buon punto e presto sul mercato, il kit diagnostico per individuare in un’unica seduta se si è stati contagiati dal Covid-19, e con quale sottotipo (variante). Infine, l’obiettivo più ambizioso e, secondo la Diatech, più importante: «Ci vorrà del tempo e una stretta collaborazione con un centro Covid, ma stiamo lavorando per mettere a punto un test profondo sul Dna germinale del paziente per sapere quanto è predisposto all’aggressione del virus il soggetto – spiega Biondi – perché non basta sapere se un organismo si è ammalato, ma anche se rischia danni lievi o gravi e permanenti. La letteratura scientifica su questo virus è ancora scarsa, ma una cosa è certa: non tutte le persone ne vengono colpite alla stessa maniera, la ricerca sui geni del corpo umano può aiutare a individuare, paziente per paziente, la reazione del soggetto al virus e di conseguenza le terapie più efficaci. Sapere con anticipo, ad esempio, se quel particolare soggetto saprà rispondere bene alle cure con i macro anticorpi, o se invece non ne avrà benefici, permetterà ai sanitari di non disperdere le risorse in cure inutili».

La Diatech Pharmacogenetics è l’unica azienda in Italia a occuparsi di farmacogenetica, ed è leader di mercato nei test applicati alla diagnosi oncologica per elaborare terapie adatte al genoma di ogni singolo paziente. Con la pandemia è tornata ad occuparsi di ricerca nella diagnostica applicata ai virus, l’asset da cui l’azienda è nata nel 1996 e che poi è stato ceduto ad una multinazionale tedesca. Così, nella prima ondata dell’epidemia, dopo un mese di ricerca serratissima nello stabilimento di Jesi, è stato messo a punto il kit Easy SARS-CoV-2, un test per uso in vitro diagnostico per il rilevamento qualitativo dell’Rna del virus SARS-CoV-2, ed ora prosegue nella ricerca su nuovi test molecolari. «Siamo una azienda che lavora nella farmacogenetica del cancro però abbiamo messo oggi la nostra tecnologia nei confronti di questa epidemia che cambia ogni giorno. Stiamo lavorando a test intelligenti, tecnologie che camminano in maniera rapida per contrastare l’epidemia adeguandosi alle esigenze dei pazienti e dei sanitari, all’evolversi della malattia, alle conoscenze sempre maggiori», racconta il presidente.

Lo stabilimento Diatech a Jesi

Una “chiamata alle armi” che ha impattato anche sul fatturato, con una crescita positiva a 32 milioni di euro nel 2020, con un +25% per la sezione legata all’oncologia e 7-8 mln di crescita con il business legato alla pandemia. «Il Covid- spiega Biondi – ha messo in forte difficoltà le cure e la diagnostica oncologiche, oggi gli ospedali e le strutture sono assorbiti dallo sforzo eccezionale di contrasto dell’epidemia, le prestazioni e gli interventi oncologici sono stati purtroppo ridotti. Rimandate le Tac, le risonanze magnetiche, le visite. D’altronde far entrare un paziente in ospedale non è facile, essendo un soggetto fragile e esposto all’attacco del virus. In generale, il mercato della terapia oncologica è diminuito di un 20-30% in un anno. Nonostante il periodo, continuiamo a tempo pieno l’attività sulla diagnostica oncologica, il nostro core business, con buoni risultati sul mercato».

«La difficoltà più grande che dobbiamo affrontare in questa battaglia contro il coronavirus – racconta Biondi – è però fondamentalmente una: reperire le materie prime, è davvero molto faticoso. Parliamo di enzimi, plastiche per contenitori resistenti al calore e che non si combinano con il contenuto durante i test di laboratorio, e molto altro. Un semplice kit per i test è il frutto di tante componenti, molte delle quali arrivano da paesi diversi, e pensate sotto Brexit quanto diventerà difficile importare dall’Inghilterra che ne produce diverse».

Quando, a livello globale come nel caso di una pandemia, sulle materie prime si scatena la caccia, verrebbe da pensare “perché non produrre queste materie in Italia?”. «Non sono produzioni che si possono improvvisare – spiega Fabio Biondi – Richiedono disponibilità di tecnologie di altissimo livello, ricercatori esperti, e tanto altro. Alcune risorse di questo tipo le abbiamo, ma non tutto. Occorrerebbe organizzare dei veri e propri parchi biotecnologici, un sodalizio di enti, università, medici, epidemiologici, tutto un sistema anche economico molto ramificato, smart company in grado di alimentare distretti del genere. E’ un tema che mi è molto a cuore, anche qui a Jesi ci sarebbe spazio per tante Diatech come noi».

C’è poi, un’altra esigenza, resa evidente dall’impatto di questo virus. «Solo pochissime ditte in Italia, tra cui noi, producono i test molecolari. Non avendo un piano pandemia, l’Italia ha perso l’opportunità di individuare le aziende italiane da precettare di fronte all’emergenza. Sarebbe invece interessante che in futuro aziende come le nostre fossero tenute in naftalina, pronte per le emergenze, con dei reparti specifici da attivare in caso di emergenza. Questo vale per i vaccini e vale per la diagnostica, individuare in tempi di pace delle aziende che con formula dell’organizzazione mondiale della sanità si mettono a produrre per il sistema nazione».