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Jesi

Covid-19, l’odissea di una 38enne per fare il tampone

La ragazza sta attendendo ancora la chiamata dell'azienda sanitaria per capire se i suoi sintomi influenzali sono causati dal coronavirus: «Mi sento abbandonata»

JESI – Prima il mal di gola, poi i dolori alla testa e la perdita dell’olfatto. Tampone subito richiesto attraverso il medico di famiglia, ma nulla da fare, per il momento. E sono già passati cinque giorni dalle prime avvisaglie. È l’odissea di una 38enne della bassa Vallesina che, ormai da venerdì scorso, sta attendendo di capire se i fastidiosi sintomi influenzali, contro cui sta combattendo con antibiotici e aerosol, sono causati dal Covid-19. «Mi sento abbandonata e isolata. E sono spaventata per me e soprattutto per la mia famiglia».

Tutto è iniziato mercoledì scorso, 14 ottobre, con un leggero fastidio alla gola, divenuto dolore vero e proprio la mattina successiva. Niente lavoro, in via precauzionale, e chiamata immediata al medico di base, che le consiglia l’utilizzo di medicinali specifici. Nottata complessa e la mattina seguente, al posto del mal di gola, si manifesta una fortissima congestione nasale. Appena qualche ora e la ragazza, madre di un bambino di 4 anni, perde completamente l’olfatto, tanto da non sentire nemmeno l’odore della candeggina. A quel punto, il panico, legittimo. Chiama di nuovo il dottore di famiglia che le prescrive antibiotico e aerosol per tre giorni, avviando, nel contempo, la pratica del tampone. È venerdì sera.

«Da quel giorno non ho più alcuna informazione – dice la 38enne -. Non so se verranno a casa a farmelo o dovrò recarmi da qualche parte. Nessuno mi ha detto nulla e posso ringraziare solo il mio medico che mi è stato sempre vicino con telefonate e messaggi. Mi sento abbandonata, oltre a essere spaventata. In casa sto con la mascherina e cerco di tenere mio figlio e mio marito a distanza. Dormo in un’altra stanza. Fortunatamente sto bene, a parte un po’ di mal di testa, ma nessuno mi ha visitato. Non vorrei andare a fare il tampone in uno studio privato perché credo nella sanità pubblica. Ma mi ci stanno spingendo, forse farò così. Oltre a star male fisicamente, è la componente psicologica che viene pesantemente sottovalutata. Mi muovo per casa con l’angoscia di avere il coronavirus e di poter contagiare i miei cari».

Quindi, lo sfogo. «Abbiamo avuto tre mesi, in estate, per organizzarci a livello di sistema sanitario – tuona la ragazza -. Sapevamo quanto fosse importante il tracciamento immediato e la sensazione, ascoltando le esperienze di amici in situazioni analoghe, è che qualcosa non abbia funzionato. Anche perché ce lo avevano detto che la seconda ondata era molto probabile. Fare un tampone dopo cinque giorni dai sintomi serve a poco, a mio parere. Sembra che il problema, da quanto mi riferiscono, sia causato dai pochi laboratori a disposizione per processarli. Ribadisco, ci si poteva organizzare meglio. Nel frattempo, attendo che qualcuno mi chiami. O mi rivolgerò al privato, pagando».