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Jesi

Il coronavirus in ospedale, le parole di un infermiere fra i contagiati

La testimonianza di un operatore fra pazienti positivi al Covid-19: «Se a fronteggiare il pericolo ci sono i soldati di una guerra disperata, oggi definiti eroi, significa che i generali non sono stati all'altezza»

Dispositivi di protezione individuale (dpi): mascherine e guanti contro il coronavirus
Dispositivi di protezione individuale (dpi): mascherine e guanti contro il coronavirus

JESI – «Supereremo questo momento». Al termine dell’ennesimo estenuante turno in corsia, Giordano Cotichelli, infermiere in un reparto dedicato ai pazienti positivi al coronavirus (Covid-19), riesce a essere ottimista. Nonostante i segni scavati sul volto dalla mascherina, la fatica e il dolore dei malati e delle loro famiglie cui si confronta ogni minuto. «Quella di oggi – dice – è un’emergenza che dovrà, una volta superata, rimettere in discussione le scelte distruttive a carico del welfare italiano degli ultimi venti anni, e non solo sul piano della sanità pubblica».

Lui, assieme a tanti altri operatori ospedalieri, è un eroe. Così almeno viene considerato dalla gran parte della popolazione. In questo momento, ovviamente, perché fino a qualche mese fa la situazione era ben diversa. «La definizione di eroi, molto in voga oggi, andrebbe attribuita a tutti gli attori di ciò che sta accadendo, anche a quelli che vivono l’angoscia del momento relegati giocoforza in casa – commenta Cotichelli -. Ma il termine eroi ricorda che, se a fronteggiare la drammaticità di un pericolo imminente, di una minaccia tremenda, ci sono i soldati di una guerra disperata, significa che i generali che dovevano guidarla, governarla, terminarla, non sono stati all’altezza di fare il loro compito, a partire dalle fasi della preparazione»..

Quindi, ci racconta la sua giornata. «Tre le chiavi di lettura che la quotidianità del lavoro di un infermiere in questi giorni possono essere utili per capire, e superare meglio la fase attuale – spiega -. Diverse interpretazioni relative ai seguenti elementi: i comportamenti richiesti sul piano della prevenzione, il contesto sanitario specifico, e la dimensione generale del contesto di vita. Sul piano della sicurezza la fanno da padroni i DPI, dispositivi di protezione individuale. Irrinunciabili ancor prima di essere obbligatori per qualsiasi operatore sanitario che venga a contatto con pazienti positivi al coronavirus, o potenzialmente tali. E questo è l’elemento che apre la giornata, per tutti. Chi sta al pubblico già usa per lo più mascherine chirurgiche con piccola visiera protettiva incorporata che rappresenta una prima risposta ai generici pericoli infettivi. Niente di che, ma bastano a creare difficoltà nelle manovre, separazione con il pubblico, un senso crescente di inquietudine».

Nulla, tuttavia, a confronto dall’indossare il vestiario completo previsto, puntualizza l’infermiere. «La giornata lavorativa comincia con il lavaggio delle mani e la sequenza cadenzata della vestizione, dai guanti, al camice, alla cuffia, ai calzari, al secondo paio di guanti fino alla mascherina FFP2 o FFP3 e agli occhiali o alla visiera protettiva – evidenzia Cotichelli -. Così si lavorerà per tutto il turno, otto ore in gran parte dei casi, dodici in altri, o sei a seconda della strutturazione del servizio. Indossare il camice impermeabile, quello bianco, è una vera e propria sofferenza, e resistervi oltre le quattro ore è molto difficile. Quanto detto avviene, all’incirca, in maniera inversa nel liberarsi dei dispositivi, fase molto delicata, che può portare ad indesiderati e pericolosi inquinamenti anche per la fretta di togliersi una vera e propria corazza sanitaria sopportata per ore. Le immagini diffuse dai social sui segni presenti sul volto, in particolare, di sanitari dopo un turno di lavoro, parlano del fastidio che si trasforma in dolore in maniera ingravescente, e rendono l’idea delle difficoltà presenti. Tutto questo rapportato al contesto clinico ed assistenziale in cui si opera, dall’area critica (Pronto soccorso, Rianimazione, Terapia Intensiva, etc.) alla corsia (degenza post acuzie, specialistiche, etc.). Maggiore la complessità del paziente da trattare, maggiori saranno i carichi di lavoro e di sopportazione. Il tutto in un quadro che non può non tenere conto dello stato psicologico e relazionale della persona malata, dei suoi familiari e degli stessi operatori sanitari».

Quella di oggi, ribadisce, «è un’emergenza che dovrà, una volta superata, rimettere in discussione le scelte distruttive a carico del welfare italiano degli ultimi venti anni, e non solo sul piano della sanità pubblica. Possibile che un infermiere, un medico, un oss pensi a tutto questo al momento di entrare in servizio? O mentre cerca di trattenere le lacrime di fronte alle sofferenze di un paziente? O quando teme che da un momento all’altro gli dicano che non ci sono più mascherine, camici, visiere, e che quindi bisogna adattarsi? Credo che questo pensiero attraversi un po’ tutti e che permette, nonostante tutto, di andare avanti oggi per superare l’emergenza in atto. Domani, se ne riparla. Un pensiero pesante, non sempre facile da sopportare, considerando che sono molti i sanitari e i lavoratori che, per fare il loro dovere, si sono ammalati o peggio sono morti. O peggio, non hanno retto il peso della gravità del momento. Come il caso dell’infermiera di Jesolo che si è tolta la vita dopo averla dedicata all’assistenza, dopo aver passato le ultime settimane nella lotta contro la pandemia in atto».

Abnegazione massima, insomma, fra sudore e paura. «Si è vero . Osserva Cotichelli -, per un infermiere, un sanitario, ogni lavoratore e persona di oggi la testa è troppo piena di pensieri, ma uno in particolare non può non considerare le sofferenze anche di molti altri lavoratori: corrieri, operai, personale delle pulizie, e molti altri ancora che concorrono a rendere più efficace la macchina disperata messa in piedi contro la pandemia in atto. I sanitari non lavorano da soli, soffrono dentro le loro tute, assieme a utenti e familiari, ma contano su un sistema di lavoro che deve continuare a fornire risorse per andare avanti. Contano sulla sicurezza garantita ai lavoratori che non possono infettarsi anch’essi a loro volta. Stare a case e lavarsi le mani è un imperativo, aiutarsi oggi per avere un domani una realtà. Infermieri eroi? Tutti oggi lo siamo. Poi domani, se ne riparla, una volta che sarà passata. Perché si, passerà».

Aumentano, intanto i contagiati in Regione. All’ospedale Carlo Urbani di Jesi vi sono 12 persone in terapia intensiva e ben 69 nei reparti dedicati al coronavirus. Ulteriori 33 malati non critici sono nella struttura di Chiaravalle.