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Jesi

Claudio Colotti, il bianco e nero che racconta le città

Tra le opere del giornalista e fotografo un pregevole lavoro che descrive per immagini la realtà di Civitanova da un punto di vista unico e per certi versi privilegiato, quello delle minoranze

Claudio Colotti
Claudio Colotti, 38 anni, giornalista e fotografo, è originario di Pollenza

ANCONA – Sarà ad ottobre alla Mole di Ancona e a dicembre al Photobastei di Zurigo il primo lavoro fotografico di Claudio Colotti, 38 anni, giornalista e fotografo originario di Pollenza, che ha lavorato per anni a Jesi.

Claudio Colotti
Claudio Colotti

“Mai +. Il sisma nel centro Italia tra volti e macerie” è il primo prodotto fotogiornalistico realizzato da Claudio Colotti con l’associazione culturale Marche Best Way, nato due anni fa: «Ho sentito il dovere di dare una voce alle persone colpite, soprattutto in provincia di Macerata: molti i comuni colpiti di cui si è parlato poco. L’ultima fotografia del libro l’ho scattata il giorno dei funerali delle prime vittime: un uomo apre un giornale e il titolo è “Mai più”, da qui il titolo dell’opera. Le immagini sono state esposte in occasione di mostre e presentazioni. È stato un viaggio, reso possibile grazie alle tante persone incontrate per strada che hanno aperto le loro vite davanti alla mia macchina fotografica: anziani, bambini, adulti. Occhi e sguardi diversi, accumunati da un coraggio e una dignità incredibili».

Mai + Claudio Colotti
La copertina del libro “Mai +” di Claudio Colotti

Nel libero ogni fotografia ha una didascalia che dà voce alle immagini: «Una sorta di racconto nel racconto. Nel libro dedicato al sisma sono anche in inglese perché inizialmente ero stato contattato in rete da molti stranieri che volevano donare per la ricostruzione».

Una tesi sul fotogiornalismo di guerra, Colotti ha appena concluso una nuova opera dedicata al fenomeno della glocalizzazione.

Un lavoro intenso che racconta come è cambiata la città negli ultimi anni. “Micropolis. Civitanova la città di provincia al tempo del melting pot”, ci racconti questo libro?
«Ero da giorni Civitanova per allestire la mostra per il libro sul terremoto, lo scorso anno ad aprile: tante ore in questa città mi hanno permesso di notarne molti elementi di rottura, unici per certi versi. Civitanova sembra una grande metropoli: lo vedi nel look delle persone, nei loro stili di vita e nelle loro fragilità. Nemmeno Macerata, città universitaria per eccellenza, è così multiculturale. In copertina ho messo uno scatto che racconta molto: una ragazza con il cane che viene accarezzato da un migrante, accanto ad una ragazza originaria di un’altra regione che vive e lavora a Civitanova. Una caratteristica infatti è il fenomeno migratorio che non è solo dall’estero ma anche intranazionale».

Micropolis Claudio Colotti
La copertina del libro “Micropolis”

Un centinaio di scatti bellissimi in cui la città emerge nel suo lato anticonvenzionale. Partendo dalle cosiddette “minoranze”..
«Tanti giovani e non solo, tossicodipendenti, rom, stranieri: una città così piccola, un crogiolo in cui si fondono le diversità, un fenomeno tipicamente glocale. C’è tutto l’essere umano nelle sue fragilità: ho trascorso molte ore con le persone che ho fotografato, alcuni hanno scelto consapevolmente uno stile di vita non convenzionale. Per altri è stata la vita a scegliere».

Quale è stata la parte più difficile del tuo lavoro? «Guadagnarsi la fiducia delle persone che vivono in condizioni di degrado sociale: i loro volti, le loro espressioni, sono state un viaggio nella città e dentro me stesso».

claudio colotti
Una delle immagini del libro “Micropolis”

Un anno di lavoro che racconta la crisi economica di una città costiera di provincia dove ora regna il franchising, il fenomeno migratorio e il terremoto che ne hanno fatto una delle città più popolose della provincia..
«Quella che prima era una città con il reddito pro-capite più alto si è trasformata in un ambiente urbano più asciutto, complesso e culturalmente vivace. Le giovani generazioni che condividono spazi pubblici, gli anziani che resistono e si adattano ad una realtà profondamente cambiata: un’umanità che dinanzi ai tempi si è vista costretta a ridisegnarsi per sfuggire alla superficialità dell’intolleranza e dello stereotipo».

Perché il bianco e nero?
«È il linguaggio della documentazione per eccellenza, racconta l’essenza della fotografia. Anche in questo libro ho inserito una didascalia per ogni foto che riassume il lavoro fatto».

Altri progetti in cantiere?
«Si, un’indagine a carattere sociologico su Roma Termini, non solo come luogo di transito ma luogo di incontro».

La prefazione del libro è del professor Valerio Calzolaio, docente universitario, scrittore, è stato consulente del segretariato della Convenzione Onu per la lotta alla siccità e alla desertificazione, e sottosegretario al ministero dell’Ambiente: «Nessuno degli umani può associare le proprie origini ad un unico e delimitato territorio – scrive – in quel territorio nel passato e/o nel presente sono sempre vissute altre specie animali e probabilmente altre specie umane, certamente individui sapienti con altra pelle e lingua, certamente individui umani che venivano da altre parti. Ciò significa capire meglio la nostra identità, non negarla. Civitanova è meticcia quanto altre città, anche grandi».