“My abuela y yo”: storie di donne tra Argentina e Italia

Emilia Bastida, regista italo-argentina oggi residente nelle Marche, è autrice di un documentario sulla nonna Rolanda in cui riflette sul tema di un’identità culturale sospesa tra i due paesi. Un racconto intergenerazionale attualissimo e tutto al femminile

La regista Emilia Bastida

CHIARAVALLE – Proprio lo scorso 5 dicembre migliaia di donne argentine erano in piazza a scioperare in memoria di Lucia Perez, 16enne violentata e abbandonata a sud di Buenos Aires. Una sentenza aveva assolto le persone che l’hanno uccisa. Oggi la giovane è simbolo in tutto il mondo della lotta contro ogni società patriarcale e ingiustizia sociale.

Nella “Giornata internazionale della donna” (domani, 8 marzo) l’Argentina si fa in parte specchio dell’Italia, coi suoi 32 femminicidi e 94 vittime di violenza nel 2018. Senza dubbio la condizione femminile è oggi tema molto dibattuto a livello internazionale. E una chiave di lettura può essere proprio il raccontarsi. Come ha cercato di fare la regista italo-argentina Emilia Bastida nel suo docufilm “My abuela y yo” (Io e mia nonna).

Emilia Bastida ha 29 anni ed è nata a Buenos Aires. Da un anno è stabile in Italia a Chiaravalle. Qui ha incontrato la famiglia dell’altra protagonista del suo film, la nonna Rolanda Cardinali, emigrata in Argentina a quattro anni, d’origine anconetana. Dal confronto intergenerazionale tra le due è nato il documentario.

L’autrice ha descritto il suo lavoro come “una riflessione sull’identità familiare” per trovare risposte su se stessa. Ma è anche una raccolta di «storie di altri migranti per proporre l’illusione di un mondo senza frontiere. Per riconoscerci tutti ugualmente esseri umani», spiega l’autrice.

Da quanto tempo è in Italia? Cosa l’ha portata qui?

«Ho fatto avanti e indietro per due anni, alternando di volta in volta sei mesi in Italia e sei in Argentina. Ora, da un anno, sono qui stabile. Con residenza e idea di rimanere».

La regista Emilia Bastida

Quali difficoltà ha incontrato nel trasferirsi?
«I primi anni mi sono serviti per capire cosa significa vivere in Italia. All’inizio ero spaventata e non mi rendevo conto. Poi pian piano mi sono messa in gioco con la voglia di imparare la cultura, le tradizioni, le regole e di conoscere anche le libertà che questo stato offre».

Ha delle libertà qui che in Argentina non aveva?
«Si, è così. Ho più libertà, come donna e come persona. Ma più come donna. Il fatto di uscire sola e non avere paura di essere uccisa o violentata mi fa sentire al sicuro. Qui posso essere la donna che dovevo cancellare in latino-America. Posso essere me stessa».

Cosa ne pensa del caso di Lucia Perez? E degli scioperi delle migliaia di donne che hanno protestato contro la sentenza che ha assolto i suoi assassini?
«Sono fatti molto dolorosi e frequenti. Veri femminicidi. Tanti e nemmeno riconosciuti come tali. Purtroppo è anche l’emblema di una giustizia non funzionante.
Per questo sono d’accordo con scioperi e manifestazioni. Non ti fanno sentire sola e permettono d’urlare al mondo la necessità di un cambiamento culturale nei confronti delle donne e dei loro diritti».

Secondo la sua esperienza come sono viste le donne in Italia?
«Vedo che qui, sia donne che uomini, apprezzano la donna. C’è un’ottica di rispetto verso il femminile, al di là di quelli che sono stati gli stereotipi del passato. Penso soprattutto agli anni ’90, al modello estetico dettato dalla tv. Qui la donna non è manipolabile, come accade invece in America Latina».

Quali limiti vengono imposti alla donna in America Latina?
«C’è disuguaglianza nel lavoro. Ma soprattutto è proprio una mancanza di rispetto verso la donna come essere umano. Quando una ragazza a Buenos Aires cammina per strada, sente che, per il fatto stesso d’essere donna, è in pericolo. Ancora oggi non possiamo sentirci libere. “Cuando vuelvo a casa, quiero ser libre, no valiente” ovvero “Tornando a casa voglio sentirmi libera, non coraggiosa”».

E le recenti manifestazioni?
«Da circa tre anni, poiché tante donne sono state uccise, è iniziato un forte movimento di emancipazione. “Ni una menos” è la frase che vuole dare uno stop a queste violenze. Proprio da questo fermento sono sorte anche le lotte femministe per l’aborto legale».

A che punto è l’Argentina sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza?
«In Argentina ancora l’aborto è legale solo in casi di stupro e di pericolo. Neanche la possibilità di decidere per il nostro corpo e per la nostra stessa vita. Ma ora le donne si stanno battendo per ottenere la legalizzazione».

Qui da noi ha sentito parlare del ddl Pillon?
«Sì, ne ho sentito parlare. Il mio ragazzo, che è italiano, mi ha anche spiegato il fenomeno diffuso dei medici obiettori di coscienza. Spero che questo non si espanda. Poter abortire nel paese del Vaticano è una battaglia vinta!».

Quanto la donna è indipendente in Argentina?
«Forse in Argentina la donna è più indipendente di qui. Le donne della mia famiglia, ma anche le mie amiche argentine, hanno tutte un lavoro. E hanno studiato, perché in Argentina si può frequentare gratis l’Università, a differenza dell’Italia. Qui ho notato molto di più che le donne pensano ai figli e alla famiglia-tipo, meno alla carriera. Io stessa da quando sono in Italia ho dovuto sperimentare la vita della donna “mantenuta” dall’uomo. E in questo mi sento strana, non ero abituata. è anche vero però che Buenos Aires è una grande città, rispetto alla provincia è un altro stile di vita…».

È stato facile per lei diventare regista?
«Molte registe argentine brave sono donne, ma all’Università m’è capitato di sentire una sorta di discriminazione verso le registe. Di solito le donne prima si occupavano della produzione, non della regia. Anche in questo settore è in corso una rivoluzione di genere».

La regista Emilia Bastida con la nonna Rolanda Cardinali

Mi parli di sua nonna…l’altra protagonista del suo lavoro…
«Ho realizzato il documentario My abuela y yo per provare a immortalare mia nonna, con un film che parli di lei. Non riesco a pensare al giorno in cui non ci sarà più. Lei ha influenzato la mia vita. Mia nonna è allegra, generosa, creativa…e “immigrata”. è arrivata in Argentina quando aveva 4 anni, con sua madre e suo padre. Nella mia famiglia abbiamo sempre saputo delle sue radici italiane. Ma solo un giorno ho scoperto la sua storia: ho trovato alcuni filmati del suo viaggio in Italia dopo 60 anni. è stato allora che ho iniziato a chiederle. E a pensare alla mia identità e alle mie radici. A quanto la famiglia ci influenzi in quello che siamo.
è per questo che il film racconta anche di me. è una riflessione sulle connessioni tra Italia e Argentina, tra me e mia nonna. Sento che lei ha segnato un percorso per me: oggi so che davvero le mie radici e la mia storia familiare influenzano il mio presente».