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La danza migrante di Luca Silvestrini

L'intervista al coreografo di Jesi, già allievo della scuola di danza di Luciana Zanetti, e dal 1995 a Londra dove ha fondato e dirige la compagnia Protein, una delle più interessanti nel panorama del teatro danza europeo. Torna nelle Marche, alle Muse di Ancona, con lo spettacolo "Border Tales" in prima nazionale

Luca Silvestrini, foto di Johan Persson

JESI – La danza è un’arte migrante per vocazione. Nella sua comunità vivono giovani uomini e giovani donne di ogni parte del mondo e che del mondo fanno il loro spazio vitale, per formarsi creare e lavorare. È un mondo “beetween”, in movimento tra un confine e l’altro, con differenti identità – visi di ogni colore, pronunce differenti – e tutte migranti.

Migrante, pure, è Luca Silvestrini, classe 1967, coreografo italiano tra i più stimati all’estero, sulla carta jesino doc (ha studiato danza presso la scuola di Luciana Zanetti) e londinese d’adozione: formatosi al Dams di Bologna, dopo aver studiato al Laban Centre di Londra si è trasferito definitivamente nel 1995. Da allora, Luca ha vinto premi internazionali e collaborato come performer e coreografo con Maxine Doyle’s First Person, Catherine Seymour Dance Company, Lea Anderson and The Featherstonehaughs, Ruth Segalis’ Rose’s Thoughts, Bock & Vincenzi, Sarah Rubidge, Joanna Portolou e Aletta Collins. Nel 1997 ha fondato la sua compagnia, la Protein dance, una delle più interessanti nel panorama del teatro-danza inglese. La sua danza è sempre connessa al quotidiano, la creazione collegata alla vita di tutti i giorni e alla relazione tra palcoscenico e pubblico, in un mix di danza, scrittura, teatro di parola e fisicità: ha affrontato con ironia e leggerezza il tema della solitudine ai tempi dei social network, ha parlato di cibo e della costruzione della comunità, ha creato grandi eventi partecipativi, come nel 2006 quando è riuscito a far ballare contemporaneamente 9000 persone in più luoghi su un’unica coreografia.

In questi giorni è tornato nella sua città natale, dove vivono i genitori, ma soprattutto lo si vede al lavoro al Teatro delle Muse di Ancona dove porta venerdì 24 novembre alle ore 21 una delle sue coreografie più apprezzate, “Border Tales”, in prima nazionale per la Stagione di Danza 2017 2018 di Marche Teatro.

“Border tales” sono “racconti di confine” dei performer della Protein Dance: lo spettacolo del 2013 è stato creato utilizzando materiale raccolto durante un diffuso periodo di ricerca con migranti e rifugiati che Silvestrini ha condotto in diversi paesi europei, la Palestina, l’India e il Regno Unito, ma soprattutto raccoglie le storie di un cast internazionale e multiculturale che parla delle proprie esperienze con ironia e sguardo satirico. Nel 2016 Border Tales è stato invitato da BBC World Service a prendere parte al programma Identity ed è stato visto da milioni di persone in tutto il mondo.

«Lo spettacolo è nato quattro anni fa ed è stato ripreso più volte. Sono partito da un elemento biografico; dopo 20 anni di vita a Londra mi sono trovato a riflettere sulla mia identità e sul senso di appartenenza, io un po’ straniero in ogni posto con un accento linguistico che né in Italia né in Inghilterra riconoscono ormai come proprio. In quel periodo è iniziata la crisi migratoria ed ho messo a fuoco il tema; ho viaggiato incontrando persone di diversa estrazione cultura età, e mi sono reso conto del fatto che per tutti il tema dell’identità sia centrale. Che si tratti di migranti politici economici o di seconda generazione, ho sempre trovato un senso di sfasatura, una mancata messa a fuoco. Lo spettacolo è nato da stimoli eterogenei ed ha dato voce anche alle storie personali dei performer, la cui vita è pure un essere in ‘beetween’ tra luoghi situazioni confini».

Dopo la Brexit cosa è cambiato, in questo spettacolo e nella tua vita?
«Non ho cambiato molto nello spettacolo, ma rappresentarlo oggi nel post Brexit fa sì che risulti oggi ancora più attuale: il messaggio arriva al pubblico in modo più immediato, perché il dibattito ha travolto in maniera importante la vita di tutti. Quanto a me, come molti altri, sono rimasto sconvolto dalla notizia. Nessuno davvero credeva che potesse accadere l’uscita dall’UE, un giorno ci siamo svegliati e ci siamo trovati in un mondo del tutto diverso. Non che sia stata la scelta della maggioranza degli inglesi, in quanto solo una minoranza è andata a votare, ma la politica inglese è andata in subbuglio e la nostra idea del futuro oggi è molto confusa. Certo, è una cattiva notizia per chi, come me, è arrivato in Inghilterra grazie ad Erasmus e nell’Europa unita si sente a casa. Per me conta molto l’idea che le frontiere restino aperte, sia mentalmente che fisicamente».

Il Guardian dice di te che sei “il più acuto tra i coreografi comici”, ti riconosci in questa definizione?
«La comicità non è premeditata. Sono attratto dalla complessità delle storie, situazioni e sentimenti in cui viviamo, e mi viene naturale metterli in scena con un approccio umoristico, ironico e spesso satirico. Trovo che la leggerezza sia spesso uno strumento incredibile per riflettere su tutti gli eventi della vita».

Come nascono i testi dei tuoi spettacoli? C’è molta parola..
«L’approccio alla creazione è molto spontaneo, i performer ne sono parte attiva e dalle improvvisazioni nasce anche il racconto, fatto di movimenti e di testi che nel tempo si decantano e ripuliscono fino ad arrivare all’essenza dello spettacolo. Tutto è molto studiato, l’editing severo ma si parte sempre da una grande libertà di azione».

Torni spesso a Jesi?
«Non mi capita spesso di tornare in Italia se non per lavoro, ma a Jesi le scappatelle sono sempre più frequenti per via dei miei genitori che hanno una certa età. Questa estate sono stato docente a Polverigi per il progetto Isa di Inteatro, e già nei primi anni 2000 ho portato qui un paio di lavori al Festival internazionale. Capito spesso a Bologna, come educatore di danza presso la scuola Musiché. Dopo Ancona, fino al 3 dicembre, sarò a Torino sempre con Border Tales».

Come ti sei avvicinato alla danza?
«Prima media, a Jesi, nella scuola della grande Luciana Zanetti. Era il tempo in cui anche la danza maschile era stata sdoganata al cinema grazie a film celebri come Flash dance, per cui un amico mi convinse a provare. Ho continuato ai tempi del Dams a Bologna, sia con il teatro che con la danza. Poi, a Londra, ho continuato a formarmi, dedicandomi completamente a questo settore, prima da performer poi da coreografo e direttore artistico».

Lo stato della danza in Italia?
«Le occasioni di farsi strada e formarsi in questo paese non sono moltissime. In Inghilterra la danza è un fatto culturale che riguarda la vita di molte persone, si insegna nelle scuole dell’obbligo, c’è una abitudine all’espressione attraverso la danza che in Italia non c’è. Ma qualcosa, forse, anche da noi sta cambiando»