In lotta per la 194

Gianluca Busilacchi, capogruppo Pd in consiglio regionale, avvia la battaglia per la piena applicazione della legge che consente alle donne di interrompere la gravidanza, sulla scorta di quanto fatto dal Lazio sull'obiezione di coscienza dei medici

L'ospedale Carlo Urbani di Jesi
L'ospedale Carlo Urbani di Jesi

ANCONA – Gianluca Busilacchi, capogruppo Pd in consiglio regionale, avvia la battaglia per la piena applicazione della legge 194 (interruzione volontaria di gravidanza). «Abbiamo appreso con favore la notizia che ci giunge dal Lazio, perché interviene su un tema molto rilevante che riguarda anche le Marche», così l’esponente democrat commenta la decisione della Regione Lazio di indire un concorso pubblico per l’assunzione di due medici non obiettori.

«Mi sono occupato di questa questione già diverso tempo fa – riprende il capogruppo – avanzando una proposta analoga. Mi era stato però riferito che la via di concorsi pubblici dedicati ai soli medici non obiettori non era percorribile, per il rischio di andare incontro a limiti costituzionali. La decisione della Regione Lazio potrebbe creare un precedente ed aprire una via. Per questo sto predisponendo una mozione, da proporre già domani (27 febbraio) al gruppo, per impegnare la Giunta regionale delle Marche sulla medesima strada intrapresa dal Lazio, prevedendo la possibilità di bandire concorsi per soli medici non obiettori».

Nelle Marche il servizio, a causa dei tanti medici obiettori, viene garantito a macchia di leopardo. «I dati della nostra regione riferiti ad alcuni anni fa  – illustra ancora Busilacchi – evidenziano una situazione pesante per quanto riguarda l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Ed il trend è in peggioramento, con l’aumento del personale medico e paramedico antiabortista. Ritengo che un sistema sanitario pubblico debba garantire i servizi previsti per legge. L’obiezione di coscienza seppur legittima sul piano delle scelte individuali non può impedire lo svolgimento di un servizio pubblico né, tanto meno, l’esercizio di un diritto delle donne».