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Fabriano

Il razzismo abita ancora a Fabriano, il caso Leila Ben Salah

Oggetto di insulti razzisti sul web, la giornalista fabrianese si racconta a cuore aperto ed evidenzia che non si è trattato di un caso isolato, ma purtroppo di episodi che ha dovuto subire più volte nel corso di questi ultimi anni

Leila Ben Salah

FABRIANO – Nata a Fabriano eppure oggetto di razzismo sul web. Brutta esperienza per la giornalista Leila Ben Salah, presa di mira sul social network da uno dei tanti “odiatori” che popolano il web.

“Vattene nel tuo paese”. Leila, che sensazioni ha provato quando ha letto questo post su Facebook?
«La mia prima risposta è stata: “E dove dovrei andare, visto che qui ci sono nata?”. La sensazione è sempre quella di non essere né carne né pesce. Avere due nazionalità ti obbliga tutti i giorni a fare i conti con la tua identità e non tutti la considerano una ricchezza, un valore aggiunto. Anzi. Il più delle volte ti chiedono: “Ma ti senti più italiana o più tunisina?”. È come chiedermi se preferisco camminare con la gamba destra o con la sinistra, mi servono entrambe per andare avanti».

Si tratta del primo episodio di razzismo che l’ha vista, suo malgrado, protagonista?
«Nooo! Direi che parole di questo tipo sono abbastanza all’ordine del giorno. Fin da quando ero piccola, io e mia sorella scrivevamo il cognome tutto attaccato e senza h finale, proprio per non avere fastidi. Ma la realtà è che Fabriano è una città fondamentalmente razzista dove l’integrazione è sempre mancata. E ormai basta un nome per additare la persona come diversa».

Lei è giornalista, scrittrice e comunicatrice a tutto tondo, è colpa di un difetto di comunicazione se accadono episodi del genere?
«Credo sia anche colpa di un difetto di comunicazione. Credo che i media in questo giochino un ruolo fondamentale e purtroppo non sono in grado di appiattire le differenze, anzi spesso tendono ad accentuarle».

Durante il tour promozionale del libro “Ferite di parole. Le donne arabe in rivoluzione. Mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita”, ha mai temuto seriamente per la sua incolumità?
«Sì, ad Ancona al Festival Adriatico Mediterraneo nel 2013 abbiamo presentato il libro insieme alla blogger e attivista tunisina Lina Ben Mhenni e alcuni integralisti hanno cominciato ad attaccarci. La Digos li ha allontanati e non ne ho saputo più nulla. Ma ho temuto anche all’edizione dell’anno scorso del Festival quando ho invitato un imam gay a parlare. Ma per fortuna a livello di sicurezza l’organizzazione del festival ha garantito l’incolumità di tutti noi».

Essere donna e avere un cognome arabo. Quanto è difficile vivere in Italia?
«È difficile ovunque, dopo lo spartiacque dell’11 settembre portare un nome arabo non aiuta. Non aiuta nei controlli delle forze dell’ordine, all’aeroporto dove spesso gli altri si imbarcano velocemente e tu sei lì a rispondere a mille domande, non aiuta sul lavoro, dove di solito sono restii ad assumere donne, figuriamoci di origine araba. Mi è capitato anche di dover specificare sulle domande di assunzione che sono di una formazione laica e non indosso il velo. Ma non è servito a molto! Credo che in Italia la situazione sia molto particolare, diciamo un po’ sul punto di esplodere come dimostrano episodi di razzismo come il mio caso. In Francia per esempio mi sono sempre sentita un po’ più a casa, forse perché ci sono moltissimi tunisini o cittadini di origine maghrebina. E girare per le strade di Parigi tra suoni e odori familiari ti fa sentire meno diversa».