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Cultura

Un “torbido sguardo contro il mondo vile”

Il Museo Nori De’ Nobili di Trecastelli è uno dei pochissimi spazi espositivi dedicati a un’artista donna, unico in Europa e secondo al mondo, dopo il National Museum of Women in the Arts di Washington

Autoritratto Nori de' Nobili

TRECASTELLI – «Il Museo Nori De’ Nobili di Trecastelli è uno dei pochissimi spazi espositivi dedicati a un’artista donna, unico in Europa e secondo al mondo, dopo il National Museum of Women in the Arts di Washington. Per questo motivo è anche Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee. Il Centro Studi ospita donazioni realizzate da rilevanti figure legate al mondo delle arti visive e ha la volontà di rivolgersi alla ricerca artistica contemporanea al femminile, con un’intensa attività culturale ed espositiva».

«Ospita l’intera collezione di opere dell’artista cui è dedicato, offrendo un percorso espositivo permanente in cui si possono ammirare i dipinti degli anni giovanili e della prima maturità artistica della pittrice», racconta Simona Zava che insieme al Laura Pettinelli e Michele Santini, sono dei giovani operatori culturali che si occupano del museo.

Michele Santini è il web master e web design del sito, oltre a coordinare la parte grafica di tutti gli eventi, Laura Pettinelli si occupa della didattica museale ed è quella che ha ideato i laboratori didattici del museo. L’assessore alla Cultura di Trecastelli, Valentina Marinelli e il direttore del Museo, Carlo Emanuele Bugatti, grande conoscitore dell’opera di Nori De’ Nobili, sono i loro punti di riferimento istitizionali.

Simona Zava che gestisce la parte della comunicazione degli eventi e ha curato diverse esposizioni del Centro Studi continua il racconto: «Il soggiorno nell’ambiente fiorentino ha caratterizzato in modo significativo la evoluzione pittorica di Nori, fino ad arrivare alla seconda fase della vita, in cui gli autoritratti e i diversi modi nei quali si rappresenta testimoniano il vissuto turbolento di questa artista, divenuta un’instancabile viaggiatrice onirica».

Simona si interrompe e annuncia orgogliosa: «la prossima mostra proposta dal Centro Studi sarà inaugurata nel mese dedicato alla donna, sabato 11 marzo 2017, e sarà l’esposizione del noto fotoreporter Giorgio Pegoli dal titolo “Donne e guerra”».

Zava riprende il filo: «dal 2014 a oggi il Centro Studi ha ospitato esposizioni d’importanti figure femminili nel mondo delle arti visive: da Maria Mulas, fotografa di fama internazionale, a Mirella Bentivoglio, artista tra le più rilevanti della poesia visiva a livello mondiale, Emanuela Sforza, importante fotografa di danza e teatro, e Chiara Diamantini, esponente della poesia verbo-visiva.

Nel 2015 il Museo ha avviato la collaborazione con La Casa delle Arti – Museo Alda Merini di Milano e nel 2016 una delle più importanti scrittrici italiane, Dacia Maraini, ha fatto vista al Museo, apprezzando le opere di Nori.

Con la mostra realizzata nell’estate 2016 “Le donne volanti” di Lorenzo Cicconi Massi, il Centro Studi ha raggiunto una grandissima affluenza di visitatori».

La giovane curatirice tiene a sottolineare che: «Il Museo e il Centro Studi propongono inoltre un’intensa attività legata a eventi e manifestazioni culturali con concerti, recital, reding e presentazioni di libri».

«Un’altra area cui il Museo ha sempre dedicato importanza è quella educativa, proponendo laboratori didattici rivolti ai bambini e alle famiglie».

Eleonora De’Nobili nacque a Pesaro il 17 dicembre 1902 da Carlo De’ Nobili, Ufficiale di Artiglieria e Luisa Augusti, imparentata con i Castracane, eredi del Cardinale Antonelli. Assieme alla famiglia aveva trascorso parte dell’ infanzia in un clima di tranquillità a Brugnetto di Ripe, nella bellissima “Villa Centofinestre”, costruita dallo stesso Cardinale Antonelli nel 1730. Nel 1917, con la madre, la sorella Bice e il fratello Alberto, si era trasferita a Fano per continuare gli studi ginnasiali, iniziati a Viareggio. A Fano prese anche lezioni del pittore Giusto Cespi dimostrando attitudini particolari per il disegno e per il pianoforte.

Nel 1920 aveva seguito a Roma il padre, per affinare gli studi delle lingue e del disegno nel collegio inglese “Stella Viae”. Nel 1924 era approdata a Firenze con tutta la famiglia, trovando un clima adeguato alle sue aspirazioni artistiche. Aveva frequentato lo studio del macchiaiolo Ludovico Tommasi, seguace di Silvestro Lega. Si era avvicinata ai fondatori del movimento del Novecento e al gruppo di Strapaese, rappresentato da Ottone Rosai e Mino Maccari. Un critico d’arte fiorentino, Aniceto Del Massa, l’aiutò a partecipare nel 1930 alla IV Mostra Regionale Toscana. Con lui ebbe un rapporto contrastato, che fece emergere le sue fragilità, dopo aver frequentato il mondo intellettuale dell’epoca, subendone anche i pregiudizi sessisti del momento.

Un improvviso e forzato distacco da questo ambiente l’aveva così provata da farle accusare i primi sintomi di una malattia nervosa, conducendola per la prima volta nella clinica Villa Rosa a Bologna. Per capire come fosse difficile per una donna muoversi nella società di allora è forse bene ricordare quanti giudizi e pregiudizi circolassero liberamente nei confronti delle figure femminili, tanto che Alfredo Panzini, da grande studioso del lessico del suo tempo, quasi da cronista, nel notissimo Dizionario Moderno, edito da Hoepli, nel 1905, raccolse una vastissima e significativa messe di neologismi scientifici, giornalistici e di costume e spiega la voce Isterismo come la intendevano i suoi contemporanei:

“L’isterismo è più frequente nella donna che nell’uomo, come dice la stessa etimologia. Col nome di isterismo si vogliono chiamare volgarmente quelle disuguaglianze di umore, quelle anomalie, quei pervertimenti, che talvolta sono frequenti nelle donne e sembrano inerenti la conformazione fisiologica. Nell’intuito del popolo l’isterismo è infatti Mal di donna”. Poco più sopra nel Dizionario Moderno alla voce Isterico si legge: “vale popolarmente riferito a donna come ninfomane”. Oggi queste definizioni nella loro grossolanità suscitano scandalo e incredulità, ma all’inizio del ‘900, erano abituali.

Nel 1933 dopo la morte del fratello Alberto e il peggiorare delle condizioni di salute della madre, a cui era particolarmente legata, Nori De’ Nobili aumentò il suo distacco dalla vita e dalla società. Completamente chiusa e rifugiata nella sua arte, aveva continuato a dipingere con assidua quotidianità, passando da una clinica all’ altra.

In questa seconda e ultima parte della sua vita, vissuta in solitudine, si dedicò completamente all’arte poetica e pittorica, scrivendo l’autobiografia in versi e realizzando oltre mille opere pittoriche in stile espressionista, in particolare autoritratti, denunciando l’ipocrisia del periodo storico da lei vissuto, sino al ricovero a Villa Igea di Modena, dove, a causa di un tumore morì il 2 giugno del 1968, all’età di 66 anni.

Le sue opere di forte impatto visivo, rappresentano il suo straordinario, tormentato percorso di donna e pittrice, di un’esistenza testimoniata con femminile fierezza, che ha conosciuto profondamente le correnti artistiche del ‘900, elaborando uno stile personale unico, intenso e fortemente espressivo. Nori De’ Nobili scompagina la pittura del suo tempo celebrando il panico per esorcizzare le nostre paure e tutta la sua opera è un tentativo di esistere, trasformandola, spostandola alla sua arte. Raccontandosi come prigioniera della follia e di un male inarrestabile, Nori De’ Nobili, si definiva, nei quaderni delle sue poesie, “pallida fronte sotto scura chioma,/ occhi incavati in espression febbrile,/ torbido sguardo contro il mondo vile,/ tragica donna, che non fu mai doma”.