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Cultura

I “Maledetti propositi” dei Confini di Tela: intervista alla band marchigiana

Sei domande alla band jesina che, in occasione dell'uscita del primo album, si racconta tra storia, sound e nuovi progetti. Ecco cosa hanno detto

Confini di tela
La band marchigiana "Confini di tela"

JESI – In un periodo storico dove la musica e le band sembrano essere forgiate solamente dai format Tv o da exploit attraverso i social, c’è chi ancora batte la strada antica, quella che passa attraverso amicizie e prove fatte nei garage e negli scantinati. Un rock fatto in maniera “tradizionale” ma che per sonorità e groove si dimostra estremamente innovativa. A voler essere riduttivi è questa la ricetta di “Maledetti propositi”, l’album di esordio della band jesina ‘Confini di tela’, progetto musicale nato nel 2018 dall’idea di Matteo Tarabelli (chitarrista e autore dei brani), e che si compone del bassista Sergio Fabrizi, amico di scuola (di musica), Alessandro Violini alla batteria e Marco Fersini alla voce (e chitarra). L’album, scaricabile da qualche giorno dalle principali piattaforme digitali, si compone di dieci canzoni che affrontano svariate tematiche d’attualità, fotografandole soggettivamente ed esplicitando stati d’animo e perplessità. Dieci piccoli gioielli in cui immergersi che rimandano il riflesso dei tempi odierni.

L’intervista alla band Confini di tela

Come nasce il vostro progetto musicale? Venite da percorsi artistici diversi?
«Siamo nati all’interno di una scuola di musica. Della band originaria, ora, restano solo il sottoscritto, Matteo, fondatore e autore di tante, troppe parole riposte in cassetti e hard disk, e Sergio, il bassista. Alessandro, il batterista, ci viene suggerito da un amico di infanzia, Marco, che poco dopo diventa il cantante nonché chitarrista. Sembrerebbe una telenovela, ma è molto più rumorosa. Ciascuno di noi ascolta generi differenti, che in fase di arrangiamento in sala prove cerchiamo di miscelare».

Raccontateci la genesi della vostro disco “Maledetti propositi”: dal sound alle tematiche
«Maledetti propositi è un album nato prima di questo bruttissimo periodo, ma ultimato durante il lockdown. Due canzoni, in particolare, “Io e Me” e “La pioggia è meglio di niente” sono state praticamente concepite a distanza, o quasi. Raccontano le sensazioni dell’isolamento sociale, la consapevolezza di non essere poi così al sicuro da soli nelle nostre case. Abbiamo proprio sentito l’esigenza di aggiornarlo, non potevamo ignorare ciò che si stava muovendo attorno a noi. Sul sound c’è ben poco da dire. In genere, arrivo con una bozza di arrangiamento, e chiedo ai miei tre amici di stravolgerla, integrarla, migliorarla. Un processo che può comunque partire da qualsiasi componente. E non rincorriamo alcun genere. Fissiamo quello che ci piace e lo registriamo. Se continua a convincerci per più di una settimana, e non è affatto scontato, per noi funziona».

La copertina di “Maledetti Propositi”

Quale è il filo conduttore che lega i pezzi?
«Ci facciamo tante domande senza avere mai le risposte. Non crediamo nemmeno sia nostro compito. Siamo sostanzialmente dei fotografi che immortalano il contesto, filtrato ovviamente dalla nostra percezione. Probabilmente, scavando a fondo nei testi, si trovano pure le soluzioni. Ma non è detto siano quelle giuste. Una lettera, una foto, un abbraccio, un urlo, tutto è ispirazione per noi. In ogni canzone c’è una porzione di ciascuno, in cui può specchiarsi e riconoscersi. Ecco, questo è ciò che desideriamo trasmettere».

Cosa pensate del panorama musicale odierno? Quali sono le realtà musicali per cui simpatizzate e magari sono state fonte di ispirazione?
«Apprezziamo tutti coloro che fanno musica propria, pensata, scritta e arrangiata: questa è la premessa. Anche fosse la trap, sebbene le opinioni in sala siano sovente discordanti. In “Carta e Vinili” parliamo delle canzoni con le zanzariere, quelle che volutamente non infastidiscono, non turbano. A noi, come intuibile, non piacciono. L’arte è movimento costante, è un pugno in pieno stomaco. Non può essere sempre e solo una carezza. A prescindere dagli strumenti utilizzati. Pertanto, preferiamo chi ci scuote. Ma soprattutto chi è onesto con sé stesso. Non faremo mai jazz, ad esempio, perché non siamo tecnicamente in grado di comporlo e suonarlo, né fa parte di noi. Per quanto riguarda i riferimenti musicali, tendiamo sostanzialmente all’infinito. Qualche nome a caso? De André, Ministri, Zen Circus, Afterhours, Csi, Audioslave, Alice in Chains, Radiohead, Pink Floyd, Tool, Clutch, Idles, Rancid, Korn. Posso continuare per altri dieci minuti, se serve». 

Con l’avvento dei social e della tecnologia fare musica è negli ultimi anni mutato terribilmente: possiamo parlare di evoluzione o involuzione secondo voi?
«Siamo cresciuti con le musicassette a fine corsa. Compravamo cd per ascoltarceli in camera interi pomeriggi. Oggi, con un clic, abbiamo a disposizione tutta la discografia di milioni di artisti. Pure in bagno. Questo, a nostro parere, è un bene. Di certo, è cambiata la fruizione delle canzoni. Non sappiamo se sia un’evoluzione o una involuzione. Dopo anni di autotune, per dire, arrivano i Maneskin con le chitarre e la batteria e i ragazzini tornano nei negozi perché vogliono la Stratocaster. Ero sinceramente convinto che la musica fosse come una di quelle strade americane senza curve che oltrepassano persino l’orizzonte. Inizio tuttavia a pensare che sia un tracciato a circuito chiuso. Il percorso ci cambia, è indubbio, ma si torna sempre da dove si è partiti».  

Quali sono i prossimi obiettivi dei “Confini di tela”?
«Divertirsi. Siamo quattro amici. Il nostro è un legame che va al di là della band, a cui comunque teniamo tantissimo. Vorremmo suonare, condividere il nuovo album, sempre che il presidente Draghi ce lo consenta. Siamo persino disposti ad esibirci in curva allo stadio, o in chiesa, se ciò può agevolare la decisione. Abbiamo, nel contempo, iniziato a buttar giù il secondo album, che nella nostra testa è già molto più bello di “Maledetti propositi”. L’auspicio è che nulla si inceppi nel tragitto dal cervello alla sala prove».

“Maledetti Propositi” è stato registrato e mixato da Maurizio Sellani, al Maui Garage Studio di Montemarciano. Il mastering è stato curato da Andrea De Bernardi, Eleven Mastering di Milano. Foto e grafica sono di Francesco Coppari, mentre il logo è di Ramona Vesprini. Determinante il supporto dell’associazione musicale Valvolare e di Valvolare Records. Per acquistare il Cd, contattare la band attraverso i canali ufficiali (Facebook, Instagram, Email).


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