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Letizia Battaglia, la “fotografa della mafia” si racconta: «Amo la gentilezza»

Prima donna fotoreporter di un quotidiano italiano, ha immortalato tanti morti ammazzati nella sua Palermo delle stragi mafiose. Eppure, a 85 anni, sprizza di vita. E predica rispetto e ideali. L'abbiamo intervistata

Letizia Battaglia
Letizia Battaglia (Foto: I Wonder Pictures)

Ha visto tanta morte e tanti morti ammazzati, ma ama la vita con energia dirompente, anche oggi che ha 85 anni, appena compiuti, il 5 marzo scorso. Letizia Battaglia è un diffusore di grinta, così utile di questi tempi.
Palermitana, prima donna fotoreporter di un quotidiano italiano, con la macchina fotografica tra gli anni ’70 e ’90 correva sui luoghi degli omicidi mafiosi a testimoniare quella ferocia per il giornale di Palermo L’ora. È stata la prima fotoreporter ad arrivare in via della Libertà, dove il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella fu ucciso sulla sua Fiat 132. Straziante e memorabile il suo scatto, con Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica, che abbraccia il cadavere del fratello.

Letizia Battaglia è soprannominata “la fotografa della mafia”, anche se lei non ama per niente questa etichetta, perché la sua fotografia ha raccontato tanto altro, oltre alle stragi della mafia, guardando alla sua Palermo con ampio respiro. Ha immortalato angoli disparati della sua amata città, volti di donne e di bambini, affreschi di quotidianità.
Sposatasi giovanissima in un’Italia molto diversa da quella di oggi, dopo il divorzio, a 39 anni, nella fotografia – come ha detto più volte – ha finalmente trovato se stessa e la vita vera, la libertà.
Passionale e impegnata, è stata consigliera comunale con i Verdi e assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando. È stata anche la prima donna europea a ricevere nel 1985 il Premio Eugene Smith, a New York, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life.

Letizia Battaglia

In occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti delle mafie, che ricade ogni 21 marzo, sarebbe dovuto uscire al cinema il documentario Letizia Battaglia – Shooting the Mafia della regista britannica Kim Longinotto (distribuito da I Wonder Pictures ), un ritratto personale e intimo di Letizia, artista coraggiosa e anticonformista. Ma il Coronavirus ha stravolto ogni programma.
Recentemente Letizia Battaglia è stata anche tra i protagonisti del documentario La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco, Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia 2019.

L’abbiamo intervistata, telefonicamente, dopo averla vista a Milano dal vivo a novembre 2019, ospite del WeWorld Festival, e quindi protagonista a Palazzo Reale, dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020, della grande mostra monografica Storie di strada, con 300 sue fotografie. Anche solo sentire la sua voce vulcanica al telefono, agli inizi di marzo, poco prima che l’emergenza sanitaria in corso prendesse pieghe così travolgenti, è un’iniezione di forza.

Guardando indietro la sua vita, c’è qualcosa che avrebbe cambiato, che non avrebbe fatto o avrebbe fatto diversamente?
«Tante cose… È stato un errore sposarmi presto, perché essere mamma a 16 anni non avvantaggia i figli. Comunque sia, oggi come oggi, che devo dire? Accetto la mia vita così come è stata. Non ho rimorsi o rimpianti, le cose sono andate come sono andate. Non posso vivere del passato. Lo rispetto, rispetto la storia delle vite umane, però io, a 85 anni, guardo all’oggi e al futuro. Non ho tempo. Non posso perdere tempo con il passato».

Qual è la prima cosa che vorrebbe trasmettere a una giovane fotografa e donna oggi?
«Credo che la cosa più importante sia il rispetto. La cosa che più bramo è la gentilezza. Vivere in un mondo generoso. E una fotografa deve essere rispettosa, gentile, generosa, anche se fotografa la guerra o un serial killer. Deve rispettare la vita. Avvengono cose belle, cose brutte, ma noi non possiamo essere lì a peggiorare le situazioni. Dobbiamo rispettare le cose così come sono. Dobbiamo onorare la vita, quel poco di vita che ha anche la persona più perversa. Io ci ho provato, magari non ci sono riuscita».

Come anima del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, prima che il Coronavirus fermasse la normale quotidianità, ha invitato le donne del posto ad andare a imparare a fotografare, gratuitamente. Si sono presentate in 100, 57 sono andate in giro per Palermo a immortalare la città, dietro i suoi consigli. E ora c’è il progetto di fare dei loro scatti una mostra e un libro dal titolo Palermo bellissima. «Ci sono foto molto buone, altre un po’ bruttine: tutto ciò mi emoziona molto, più delle mie foto – dice Letizia con voce vibrante -. Perché ci sono donne mai uscite di casa che si sono messe in gioco».

Lei ha molto fiducia nelle donne
«Più che altro ho solidarietà verso le donne. E fiducia, sì. C’è un mondo che sta andando sottosopra, gestito in mondo un po’ violento e molto maschile. Noi abbiamo il dovere, non il diritto, il dovere di metterci in gioco, di andare ad amministrare le cose, di non fare sciogliere i ghiacciai, di esserci. Perché credo che gli uomini da soli non ce la facciano. Ed è giusto che non ce la facciano, perché noi siamo l’altra parte del mondo. Ci siamo noi donne e gli uomini. Dovremmo assolutamente capire che dobbiamo alzare la voce, entrare dentro le cose. Dobbiamo metterci la nostra faccia e volontà, la nostra rabbia gentile e fragile. Dobbiamo studiare, disciplinare la nostra vita. La nostra vita deve avere un senso più grande di quello di essere madre. Siamo anche madri noi della nostra Terra».

Nel suo ultimo progetto artistico ha fotografato donne nude.
«È anche questo un discorso politico che non ha a che fare con la seduzione o con la vanità. È un invito a spogliarci, così come siamo, senza soccombere ai trucchetti del mercato, al corpicino che deve essere levigato con Photoshop. Per questo ho fotografato anche donne di 70 anni, con molto rispetto e molta empatia. La vita la dobbiamo amare tutta, fino alla fine, fino a quando siamo coperti di piaghe».

A febbraio a Palermo la mafia aveva ripreso a sparare…
«La mafia di prima, la corleonese, pazza, violenta, feroce, non ha più potere a Palermo. Alcuni sono morti, alcuni sono in carcere. Ora c’è una mafia diversa da quella di una volta, che non vuole più essere catturata e quindi non uccide più giornalisti, magistrati, poliziotti. Ha capito che lo Stato non può permetterglielo, gli permette altre cose ma non questo. È una mafia nella politica, laddove ci sono i soldi, i lavori pubblici… Ora si parla di grandi mafie, che sono ovunque. Non è come in quei 19 anni terribili che ho vissuto, in cui sparavano e ammazzavano le persone migliori».

E poi il pensiero senza briglie di Letizia va ai giovani. «I nostri giovani non hanno più ideali nel futuro. Per questo io amo tanto incontrare i ragazzi nelle scuole, nelle accademie. Arrivo io, con i miei 85 anni, non li posso affascinare… Li vedo seduti là, annoiati. Ma poi comincio e dopo 10 minuti qualcuno comincia ad avere gli occhi che brillano, e poi siamo tutti un insieme, io capisco loro e loro capiscono me. Perché c’è bisogno di credere. Bisogna proporgli entusiasmo, piacere per la vita, libertà, che si godano la vita, non rimangano prigionieri delle idee restrittive. Della famiglia e dei genitori. Io propongo loro di ribellarsi e di progettare un futuro bello, non un futuro legato a quello che credono gli altri. È complicato, perché non credono più a niente. Non hanno fiducia, non sanno più che fare, non sanno progettare la bellezza. Non sanno sognare più».