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Cultura

Tattoo, arte su pelle

Tredici italiani su cento hanno decorato la propria pelle. E il trend è in crescita. Un fenomeno che affonda le radici agli albori della civiltà. Ne parliamo con tre tatuatori jesini

Un tatuatore in azione (foto di Federico Zenobi)

JESI – Sono più di sette milioni gli italiani che hanno almeno un tatuaggio. Ad evidenziarlo è l’Istituto Superiore di Sanità. Il 12,8% della popolazione. Un fenomeno in costante crescita, impossibile da decifrare se ci si limita a liquidarlo quale “moda passeggera”. Fin dall’era preistorica, infatti, la decorazione pittorica corporale ha rappresentato un segno distintivo della persona, sia per “certificarne” l’esistenza che l’appartenenza a un determinato gruppo.

Il primo tatuaggio, si evince sempre dalla ricerca dell’Istituto Superiore della Sanità, viene effettuato a 25 anni, ma il numero maggiore di tatuati riguarda la fascia d’età tra i 35 e i 44 anni (29,9%). «L’esigenza dell’individuo di marchiare la propria pelle ha sempre accompagnato l’evoluzione dell’uomo – osserva il tatuatore Alessandro Turcio -. I trend del momento e i media hanno poi fatto il resto, sdoganando il tatuaggio anche qui in Italia, paese spesso in ritardo rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda sottoculture e nuove mode».

«I primi uomini tatuati risalgono a circa 3000 anni fa, il tatuaggio credo sia da sempre parte dell’uomo, per segnarsi addosso ricordi, magie, trofei, eccetera – è anche il parere di Federico Zenobi, un altro artista jesino -. Probabilmente siamo nel periodo più “alto” di questo fenomeno, sia tecnicamente che stilisticamente. Ormai chi tatua ha un solido background artistico, ed è per questo che il livello è davvero molto alto. Forse è anche un modo di celebrare la propria unicità, in questo momento storico di appiattimento sociale».

Considerazioni condivise da Diego Mandolini: «Sono diverse, a mio parere, le ragioni per cui il mondo del tatuaggio sta vivendo una crescita così esponenziale. Alla base di tutto c’è comunque una maggior conoscenza, e quindi confidenza, della nostra società verso questa forma d’arte – afferma Mandolini -. La televisione prima, internet e i social networks poi, hanno agevolato l’ “irruzione” di questo fenomeno nella nostra dimensione domestica, riducendone i pregiudizi». Impossibile definire il cliente-tipo: si va dai 15 ai 75 anni, dall’operaio al professionista laureato. Sono più le donne che gli uomini a decorare il proprio corpo, stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità. «Ci sono soggetti che lo fanno solo per una questione di moda o per attirare attenzione, e non credo vi sia nulla di male, ma la maggior parte si rivolge a noi per cercare di distinguersi – spiega ancora Mandolini -. In genere il tatuaggio è legato ad avvenimenti e passioni che si vogliono imprimere per sempre sulla pelle. Ci si preoccupa più dell’unicità del disegno, del significato che veicola, piuttosto che del suo impatto estetico».

Poco a che vedere con la moda, insomma. «Liquidare questo fenomeno artistico, profondamente soggettivo e dal carattere tutt’altro che “precario”, come una “ventata” passeggera non consente di coglierne i molteplici aspetti antropologici  – commenta Zenobi – Mi è capitato molte volte di fare il primo tatuaggio agli over 50, ennesima conferma del fatto che non può essere solo il “trend momentaneo” a fare la differenza».

Turcio sostiene, non a caso, che «l’identikit del tatuato lo si può delineare dallo stile di tatuaggio che indossa». È anche per questo che la scelta va attentamente ponderata: «Consiglio a tutti – è il suggerimento di Turcio – di non sottovalutare il concetto di tatuaggio. È permanente, non si cancella facilmente e anche quando le mode passano esso resta».

La cosa fondamentale, ribadiscono i tre tatuatori jesini, è rivolgersi sempre a studi autorizzati e in regola con la normativa igienico-sanitaria vigente.

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