Sold out per Avengers: Endgame. Il regista Di Silvestro: «Eroi vicini all’uomo comune»

I cinecomics sono ormai diventati un fenomeno di massa che sforna incassi record e riempe le sale. Ma perché funzionano? E quali bisogni dell'uomo esprimono? Lo abbiamo chiesto al videomaker di Dreamlike Cinema, e alla psicoterapeuta Francesca Mancia

Cinema

ANCONA – Con oltre 1 miliardo di dollari incassati nel mondo, Avengers: Endgame il film prodotto dalla Marvel Cinematic Universe, ha segnato un vero e proprio record nella storia del cinema. Tutto esaurito nei box office per la saga, iniziata oltre un decennio fa, che ha dato origine a 22 pellicole. L’epopea degli Avengers è stata diretta dai fratelli Russo, Anthony e Joe, già registi di Captain America: The Winter Soldier (2014), Ant-Man (2015), Captain America: Civil War (2016) e Avengers: Infinity War (2018).

Nelle sale, un’incontro generazionale tra ragazzini e adulti accorsi ad assistere all’epopea della Marvel. La storia è ambientata sul Pianeta Terra, dove i sopravvissuti al mortale schiocco di Thanos, il cattivo dell pellicola, cercano una soluzione per riportare in vita amici e familiari. Disperso nello spazio e sul punto di morire Tony Stark alias Iron Man (Robert Downey Jr.) registra un messaggio per la compagna Pepper Potts (Gwyneth Paltrow). Nell’astronave con lui una redenta Nebula (Karen Gillan). Ma per i due il destino non è ancora segnato e la storia ha inizio, una storia che però non vi sveliamo ulteriormente.

Nel cast, che include molti degli attori comparsi nelle precedenti pellicole della Marvel, anche Chris Evans nel ruolo di Steve Rogers – Capitan America, Mark Ruffalo in Bruce Banner – Hulk, Chris Hemsworth alias Thor, Scarlett Johansson è Natasha Romanoff – Vedova Nera, Jeremy Renner interpreta Clint Barton – Ronin, Don Cheadle è James “Rhodey” Rhodes – War Machine, Paul Rudd veste i panni di Scott Lang – Ant-Man, Brie Larson è Carol Danvers – Capitan Marvel, Karen Gillan è Nebula, Danai Gurira interpreta Okoye mentre Josh Brolin è il “super cattivo” Thanos.

Avengers: Endgame

Effetti speciali spettacolari e un cast di primo livello hanno sicuramente decretato il successo di questo film. Ma perché i cinecomics sono diventati un fenomeno di massa?

«Nei primi anni ’60 la casa editrice Marvel Comics, grazie principalmente al fumettista Stan Lee, è riuscita a contrastare lo strapotere editoriale della DC Comics, storica casa editrice americana, rinnovando il fumetto con il concetto del “supereroe con superproblemi” – spiega Gianfranco Di Silvestro regista e videomaker, creatore del Blog Dreamlike Cinema – . Stan Lee e i suoi collaboratori idearono supereroi più vicini al pubblico rispetto ad esempio al perfetto Superman o al miliardario Batman creati dalla DC Comics. I supereroi della Marvel (Spiderman, Capitan America, i Fantastici 4, Hulk, X Men) erano personaggi con il problema di trovare un lavoro per pagare l’affitto e addirittura si ammalavano proprio come capita ad una persona normale. Inoltre, ad ognuno di essi venne conferita un’umanizzazione molto più profonda rispetto agli altri supereroi dell’epoca. Avevano spesso dei brutti caratteri, erano malinconici e si deprimevano per amore».

Un modo innovativo di scrivere i supereroi che viene riconosciuto come nuovo standard dalle altre case editrici di fumetti che, sottolinea il regista, successivamente si allinearono al nuovo trend, DC Comics compresa. «Questa premessa ci aiuta a non stupirci del fatto che i supereroi dell’universo Marvel, così vicini a “l’uomo comune”, fossero ideali per essere trasposti dal fumetto al cinema e ci aiuta a capire perché siano diventati un fenomeno così popolare. Oggi – prosegue Di Silvestro – il filone cinematografico tratto dai fumetti è un fenomeno commerciale di scala mondiale. Ma fino a venti anni fa questi film, anche a causa di effetti speciali non ancora all’altezza, facevano fatica a ricreare le atmosfere disegnate sulle tavole. Erano per lo più dei tentativi spesso mal riusciti che riscuotevano interesse solo dagli appassionati del genere».

Celebri eccezioni, il “Superman” di Ricard Donner (1978), «che fu il primo girato con un budget stratosferico e il primo ad ottenere un enorme successo di pubblico. Oppure il “Batman” girato da Tim Burton (1989), che fu un grandissimo successo di pubblico e di incasso, seguito da “Batman – il ritorno”, sempre diretto da Tim Burton (1992). A causa delle forti critiche negative che ricevette, il filone, che avrebbe potuto proseguire a lungo, si interruppe con il terzo film della serie, “Batman & Robin” diretto da Joel Schumacher (1997)».

Gianfranco Di Silvestro (immagine tratta da Dreamlike Cinema)
Gianfranco Di Silvestro, regista e videomaker, creatore del Blog Dreamlike Cinema

Il videomaker pone l’accento sulla serialità «un altro elemento che ci aiuta a capire perché oggi il cinema tratto dai fumetti riscuote questo grande successo. Il pubblico è “fidelizzato”, conosce già i personaggi e fa meno fatica ad immedesimarsi nella storia. Se poi pensiamo che solo la Marvel conta circa ottomila titoli pubblicati con le storie di vari supereroi, possiamo subito capire che questo genere cinematografico sia potenzialmente infinito».

A dare ufficialmente il via al filone dei cinecomics «è stato “X Men” diretto da Bryan Singer (2000). Gli effetti speciali ormai permettevano di rendere visibile qualsiasi cosa disegnata e questo film inaugurò il nuovo millennio, facendo da apripista all’epoca attuale in cui l’universo dei fumetti al cinema non è più relegato ad una nicchia di mercato, ma è un’industria capace di sfornare anche otto film all’anno. La Marvel Entertainment è la leader di questa industria e dal 2009, anno in cui è stata acquistata dalla Walt Disney Company, ha incassato dai film sui supereroi oltre undici miliardi di dollari. A noi che da piccoli avremmo voluto vedere questi film al cinema – conclude – non resta altro che andarli a vedere da adulti, magari con la scusa di portarci i nostri figli, e tornare anche noi bambini almeno per un paio d’ore».

ABBIAMO BISOGNO DI EROI?
Lo scrittore statunitense di origini ebree, Bernard Malamud autore di capolavori come “Il Migliore”, scriveva: «Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare». Forse è questo il genere di film di cui abbiamo bisogno? Pellicole dove l’immaginario vince sulla peggiore realtà e dove i protagonisti, gli eroi appunto, incarnano il meglio delle virtù umane. Una sorta di antidoto contro ansie e paure collettive dove questi super uomini e queste super donne difendono a spada tratta i progetti in cui credono, nei quali mettono il cuore.

«I supereroi sono umani. Una affermazione di certo paradossale che può far luce sul fenomeno del grande successo dei film Marvel oggi come un tempo – spiega la dottoressa Francesca Mancia, psicoanalista Spi (Società Psicoanalitica Italiana) e psicoterapeuta infantile Tavistock Centro Ricerche di Psicoanalisi di Gruppo di Ancona -. Si tratta infatti di uomini che riescono a trasformare le debolezze ed i traumi infantili in forza eroica per il riscatto. Il loro insperato super potere nasce dall’impegno e dalla ricerca ma anche da un evento straordinario che è, di fatto, un momento traumatico di passaggio. Spesso le trasformazioni in eroi di normali uomini o donne si ritualizzano e sanciscono il perpetuarsi dello sforzo impiegato da ogni essere vivente e della potenza sperimentata in natura rispetto alla competizione, al conflitto ed alla crisi».

Pellicole che suscitano una grande attrattiva nel pubblico, specie tra i ragazzi perché «ambivalenti rispetto al bene e male – spiega la psicoterapeuta -. Film che vengono apprezzati dai giovani proprio quelle caratterizzazioni nei personaggi che sfumano le implicazioni morali e fanno sognare di accedere in uno spazio senza percezione del danno verso l’altro».

Francesca Mancia
Francesca Mancia, psicoanalista Spi (Società Psicoanalitica Italiana) e psicoterapeuta infantile Tavistock al Centro Ricerche di Psicoanalisi di Gruppo di Ancona

Un fenomeno trasversale, quello degli eroi, che attraversa varie epoche. «Superman non fu il primo ad affascinare l’uomo normal del suo tempo – sottolinea la dottoressa Mancia -, ogni epoca ha i suoi Advengers: Achille era un semidio le cui gesta erano cantate da giovani ed anziani in acropoli ad Atene. Prima ancora l’Epopea di Gilgameš fu un ciclo epico di ambientazione sumerica, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, che risale a circa 4500 anni fa tra il 2600 a.C. e il 2500 a.C. I nostri serial cinematografici – prosegue – sono forse equiparabili all’epopea omerica cantata che affascinava e veniva tramandata nella cultura greca? Gli schermi cinematografici hanno l’enorme potere di far sentire il pubblico dentro la storia, di rendere realistici gli effetti e le sensazioni che invece in un tempo molto lontano richiedevano che il giovane sognatore sumero chiudesse gli occhi ed ascoltasse immaginando scene con il potere della fantasia. Forse è anche per questo che i racconti degli eroi super avevano una emivita maggiore del sequel attuale non molto tempo fa quando la tv stava entrando nelle nostre case ed i giornalini erano collezionati e riletti per anni».

Avenger oggi affascina e delude il giovane, spiega, come può deludere un evento molto atteso e sognato. «Il potere della mente di ciascuno di noi infatti è quasi sempre maggiore della scena che vedremo anche in un tempo in cui gli effetti speciali hanno di fatto saturato i contenuti delle storie narrate.
Sono sempre meno i giovani che escono dai cinema sognando come dopo avere letto un libro di avventura. L’eccesso di colpi di scena e la velocità delle trasformazioni viste inibisce la fantasia del bambino sino a trasformarlo in un adolescente eccitato e mai appagato. Un ragazzo – conclude la psicoterapeuta – uscendo dal cinema ha affermato che inserire la morte di un super eroe in  Advengers è stato sancire il miglior finale possibile, la censura rispetto all’ovvio e l’inatteso, il limite che lascia la mente dello spettatore alle prese con il senso della vita. Ecco il superpotere che ciascun “umano normale” potrebbe ritrovare: la fantasia di sognare ed il potere del proprio pensiero creativo. Stan Lee lo sapeva bene».