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Cultura

Alessandro Moscè domenica a Moie

Lo scrittore fabrianese parlerà, insieme a Marco Ottaviani Presidente della Fondazione Carifac e coadiuvati dal giornalista Rai, Paolo Notari, domenica 19 marzo, alle 17:30, nella Biblioteca La Fornace

Biblioteca la Fornace di Moie di Maiolati Spontini (foto di Edoardo Borgiani)

FABRIANO – Domenica 19 marzo, alle 17:30, nella Biblioteca La Fornace di Moie, si terrà un incontro dal titolo “Letteratura e medicina: un binomio possibile?”. La malattia in un bambino, anche se di grave entità, non si cura solo facendo ricorso alla medicina. Alessandro Moscè, scrittore, e Marco Ottaviani, medico ospedaliero e presidente della Fondazione Carifac, coadiuvati da Paolo Notari, giornalista Rai, discuteranno sul tema.
«È importante lo stato psicologico del malato, la sua fiducia, il suo stato d’animo mentre è ricoverato in un ospedale e affronta una dura prova», evidenzia Alessandro Moscè che è stato protagonista di una guarigione inaspettata, negli anni Ottanta, da un sarcoma di Ewing, una rara forma di neoplasia al bacino che colpisce gli infanti. Curato all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, è stato uno dei pochissimi a farcela. Oggi di sarcoma guarisce il 25% dei bambini. Ha trasformato la sua vicenda personale in racconto, in romanzo, da cui sono nati Il talento della malattia e L’età bianca editi da Avagliano nel 2012 e nel 2016. Due libri di grande successo per il narratore, poeta e critico nato ad Ancona e che vive a Fabriano.

Copertina del libro

«La malattia rende metafisici, affermava Emil Cioran. Specie quando si va incontro a ciò che sembra irrimediabile, vale a dire la dimensione di finitudine umana, si apre un vasto orizzonte di domande esistenziali sulla dualità vita/morte, che per me ha contato molto di più di quella pasoliniana natura/storia. Nel frattempo sono diventato un uomo, e ciò che all’inizio innescava il silenzio per un meccanismo difensivo, di disagio colpevole, si è tramutato pian piano nell’urgenza di dire, di raccontare. Non credo di aver scritto una storia personale, perché molti malati mi hanno cercato confidandomi di essersi ritrovati nelle mie parole. La psicologia moderna è convinta che il malato possa esorcizzare il suo stato psichico mediante la cosiddetta motivazione antagonista. Il sogno infantile equivale al diversivo, al divertimento: per questo i bambini avrebbero una più alta percentuale di guarigione dai tumori», spiega Moscè.

Giorgio Chinaglia

La sua motivazione era rappresentata dal suo idolo di allora, un calciatore, come per molti bambini: Giorgio Chinaglia, il centravanti della Lazio campione d’Italia nel 1974 e presidente nel 1983, l’anno in cui si è ammalato. «Un personaggio bizzoso, in controtendenza, amato quanto odiato dal pubblico sportivo. Volevo conoscerlo. Chinaglia: un idolo, un amuleto, un portafortuna, il mio Cristo laico. Posso dire che la malattia non si fronteggia con la sola speranza di guarire. Né con la commozione, che è un sentimento di tenerezza per se stessi. Meno che mai con la rabbia. La malattia va semplicemente ignorata. Lo so, è un compito improbo, tanto è vero che può riuscirci, e in parte, un bambino, nella sua semi-incoscienza. Nei momenti in cui la consapevolezza di poter morire prendeva il sopravvento, la mia reazione salvifica contro il vuoto pneumatico consisteva nel pensiero di un simbolo di forza. Un famoso giocatore di calcio è diventato il viatico per far fronte ai luoghi di reclusione e di separatezza dalla vita, gli ospedali. Il campione – conclude lo scrittore – come simbolo di vittoria, uno spazio di leggerezza come antitesi alla malattia».