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Cronaca

Rosina uccisa dal nipote Enea. La figlia avrebbe architettato l’omicidio

Gli errori e le contraddizioni dei familiari e i particolari dell'inchiesta sul delitto di Montecassiano che ha portato agli arresti di madre e figlio

MACERATA – A uccidere Rosina Carsetti il pomeriggio del 24 dicembre scorso sarebbe stato il nipote 20enne Enea Simonetti, ma la “mente” del delitto, chi avrebbe architettato ogni cosa, sarebbe stata la figlia della vittima, la 48enne Arianna Orazi, mentre il padre di Arianna, il 79enne Enrico Orazi, avrebbe partecipato all’omicidio sapendo tutto e non impedendo l’uccisione della moglie. Sono queste le responsabilità di ciascun indagato cristallizzate dalla procura – dal procuratore Giovanni Giorgio e dal sostituto Vincenzo Carusi – e condivise dal gip Giovanni Manzoni che ieri ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Arianna (finita al carcere di Villa Fastiggi a Pesaro) ed Enea (al carcere di Montacuto ad Ancona) eseguita questa mattina all’alba dai carabinieri del comando provinciale. Madre e figlio sono stati raggiunti nel negozio di autoricambi a Macerata dove dormivano da ieri su un grande divano che è nel locale. Per il marito della vittima invece il gip ha ritenuto di non dover applicare alcuna misura vista l’età e la sua posizione marginale nel delitto, resta quindi indagato a piede libero.  

Il colonnello Nicola Candido

Le indagini condotte in questo mese e mezzo dai carabinieri guidati dal comandante provinciale, il colonnello Nicola Candido, e coordinate dalla procura che si è avvalsa anche della preziosa consulenza informatica dell’analista forense Luca Russo, hanno permesso di smontare la versione fornita dai familiari, ovvero della rapina compiuta il pomeriggio della vigilia di Natale, e ricostruire quanto effettivamente avvenuto il 24 dicembre scorso. Che quanto raccontato dalle presunte vittime della rapina fosse risultato almeno “strano” lo avevano percepito gli stessi carabinieri una volta giunti sul posto.

«È stato effettuato un primo sopralluogo accurato e circostanziato – ha evidenziato il colonnello Candido –, ma i racconti sono apparsi lacunosi e contraddittori». Enea che nell’immediatezza aveva riferito di non essere in casa al momento del delitto, aveva aggiunto di essere andato al supermercato e poi di aver fatto una passeggiata a Macerata per visionare alcuni immobili, «in pieno lockdown e il pomeriggio della vigilia di Natale», ha puntualizzato il colonnello. Anche nella ricostruzione dei fatti ci sarebbero state altre stranezze, come il fatto che il rapinatore fosse entrato in casa indossando dei calzari, che aveva legato Enrico e Arianna con i cavi del Folletto che sono spessi e lisci e non fanno presa, non adatti insomma per tenere stretta una persona, così come i calzini sfilati dai piedi di Arianna e infilati in bocca uno a lei e uno al padre senza usare scotch o qualcosa che li tenessi fermi in bocca, i cani che non avevano abbaiato, le due Tv accese ad alto volume che nessuno aveva sentito dall’esterno, insomma, tanti elementi che sin da subito non avevano convinto gli inquirenti. «Chi subisce reati di questo tipo di solito è scosso – ha aggiunto il colonnello -, quello che ci ha colpito è stato che nessuno dei familiari abbia speso una parola per la vittima, c’era più una ricerca di giustificazioni in merito alla dinamica dei fatti senza alcun riferimento alla morte della loro congiunta».

Il procuratore Giovanni Giorgio

Poi alle 5 del mattino del giorno di Natale il colpo di scena. Enea ritrattò tutto. «Forse per rimorso o per debolezza – ha spiegato il procuratore Giovanni Giorgio in conferenza stampa – ha detto che non c’era stata alcuna rapina, che la madre lo aveva chiamato dicendogli che si era verificato un incidente mortale e che aveva aderito alla messinscena di madre e nonno perché erano le uniche persone a cui voleva bene».

Da quel momento ci sarebbe stato un crescendo di errori, in parte accertati tramite intercettazioni, in parte commessi dagli stessi indagati e recuperati dagli inquirenti attraverso le analisi di telefonini, modem, computer e tablet. Nell’immediatezza della ritrattazione di Enea la madre lo avrebbe subito redarguito: «Un incidente mortale? Uno strozzamento non può essere un incidente», avrebbe poi aggiunto che l’uccisione della mamma non sarebbe mai stata attribuita a una persona di 70 kg (peso del nonno Enrico), né tantomeno a lei, perciò al figlio avrebbe consigliato di non dire a nessuno quello che aveva fatto. «Fino alla morte» avrebbe dovuto confermare la versione della rapina che avevano concordato: «Alla fine gli inquirenti daranno la responsabilità a nonno Enrichetto», aveva poi (erroneamente) pronosticato. Invece agli inquirenti non era sfuggito che quando Arianna aveva ripreso il figlio poche ore dopo il delitto, nessuno sapeva che Rosina era morta per “strozzamento”. «All’epoca – ha precisato il procuratore – nemmeno il personale medico del 118 aveva parlato di strozzamento», solo l’assassino poteva conoscere la causa della morte.

Arianna ed Enea avrebbero inanellato una serie di errori ammessi da loro stessi nelle conversazioni. Enea si sarebbe vantato con la mamma del «macello fatto in mansarda» per simulare la rapina sottolineando di aver «rifilato due sganassoni in faccia al nonno di cui uno particolarmente violento riscontrato poi dal 118». Il 20enne avrebbe anche detto che la portafinestra era danneggiata da tempo, mentre Arianna, a sua volta, parlando col figlio gli avrebbe detto di aver commesso tre errori: di non aver addormentato i cani (che abbaiavano spesso ma che il 24 dicembre erano rimasti in silenzio), di non essersi messa addosso i 2.000 euro che erano stati poi ritrovati dai carabinieri nella sua borsa e il terzo, del figlio, di non aver detto di essersi trattenuto all’interno del garage della villetta per un lasso di tempo apprezzabile. «Nella messinscena i tempi evidentemente non erano stati calcolati», ha commentato il procuratore evidenziando come dai riscontri effettuati dal consulente Russo tra il rientro a casa di Enea e la chiamata al 112 erano passati solo sei minuti: troppo pochi per poter entrare nel garage di casa, scoprire cosa era accaduto, salire nel piano superiore dalla mamma, slegarla, scoprire la nonna a terra, scendere giù dal nonno, slegarlo, risalire su a controllare la nonna e chiamare i soccorsi.

Per la procura il delitto sarebbe avvenuto tra le 17 e le 17.20 quando si sarebbe verificato una sorta di black out comunicativo con l’esterno: nessuno in casa avrebbe risposto né alle telefonate ricevute né ai vicini che avevano chiamato a gran voce dall’esterno dell’abitazione Rosina. Un delitto premeditato, sicuramente dal 16 dicembre quando Arianna inviò su Instagram un messaggio al figlio per dirgli di tornare a casa perché aveva iniziato a studiare un piano. Un piano di morte che ha subito un’accelerazione il 23 dicembre quando i familiari (che registravano tutto in casa, sia i litigi sia le conversazioni telefoniche di Rosina) avevano sentito l’anziana parlare con la sua amica storica dicendole che il 29 dicembre avrebbe dovuto incontrare un avvocato. A quel punto, per la procura, avrebbero accelerato i tempi per eseguire il delitto. Si sarebbero così “liberati” di quella donna che a tanti amici aveva riferito dei maltrattamenti, soprattutto psicologici, che era costretta a subire in casa da parte dei familiari, quella donna che alla famiglia Orazi costava 5.000 euro all’anno. Glielo aveva urlato contro il marito Enrico un giorno, in una discussione, anche questa registrata dai familiari.

Alla fine il giudice per mamma e figlio ha disposto la custodia cautelare in carcere. Ci sarebbero il pericolo di reiterazione del reato, il pericolo di fuga (madre e figlio avrebbero parlato di recente dell’ipotesi di allontanarsi da Montecassiano) e il pericolo di inquinamento probatorio (avrebbero tentato di contattare persone che avevano testimoniato agli inquirenti i maltrattamenti subiti da Rosina).