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Cronaca

Morrovalle. Violentò e uccise la figlia, al via il processo d’Appello per Riaz

Il delitto avvenne il 24 febbraio 2018. Per la procura il padre aggredì la figlia 19enne e la mise sull'asfalto poco prima che un'auto la investisse. L'imputato è stato condannato in primo grado all'ergastolo

La sede della Corte D'Appello di Ancona
La sede della Corte D'Appello di Ancona

MACERATA – Si aprirà domani mattina davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Ancona il processo a carico di Muhammad Riaz, il muratore pakistano di 46 anni accusato di aver picchiato e ucciso la figlia 19enne Azka quattro giorni prima che la ragazzina confermasse le accuse contro di lui in tribunale. In primo grado, lo scorso 4 dicembre, l’extracomunitario che aveva vissuto per anni insieme a quattro dei suoi sei figli (gli altri due all’epoca vivevano in Pakistan con la mamma) prima a Montelupone e dopo il terremoto a Recanati, era stato condannato alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi, oltre ad altre pene accessorie, al risarcimento del danno e al pagamento di una provvisionale nei confronti della moglie (30.000 euro) e dei tre figli (200.000 euro complessivi). Le accuse erano omicidio volontario, violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della figlia più grande, Azka, e maltrattamenti anche nei confronti degli altri tre figli all’epoca minorenni.

L’avvocato Francesco Laganà

Il delitto avvenne il 24 febbraio del 2018, poche settimane dopo l’efferato delitto di Pamela Mastropietro, a Trodica di Morrovalle. Quella tragica sera pioveva copiosamente, Riaz e la figlia Azka stavano tornando da un centro commerciale di Civitanova dove avevano comprato una valigia, stavano percorrendo la strada provinciale 485 quando arrivati a Trodica di Morrovalle si erano fermati. In auto sarebbe scoppiata una discussione, secondo la ricostruzione della procura, il padre con un colpo avrebbe fratturato la mandibola della figlia per poi adagiarne il corpo sull’asfalto. Azka era ancora viva quando una Ford C Max la investì. Alla guida c’era un 52enne croato che, a causa della pioggia e del buio, non la vide in tempo per cercare di evitarla (versione confermata anche dalla moglie che era in auto con lui, ndr). Il pakistano, difeso dall’avvocato Francesco Laganà, negò sempre di aver ucciso la figlia, disse che avevano litigato, l’auto era andata in panne e lui aveva provato ad aggiustarla mentre la figlia era scesa dall’auto. Una volta riparato il guasto era ripartito, aveva percorso pochi metri e aveva effettuato un’inversione a U, una volta raggiunta la figlia le avrebbe detto di attraversare la strada e di risalire in macchina, ma in quel momento arrivò la C Max.

Prima di quella tragica sera Azka aveva accusato il padre di averla picchiata e violentata e di aver picchiato anche i fratelli e la sorella all’epoca minorenni da circa tre anni, lo aveva raccontato più volte ai carabinieri di Recanati il 17 aprile, il 12 maggio, il 20 giugno e il 31 ottobre 2017. I figli minorenni, dopo quelle rivelazioni, erano stati tolti dall’abitazione di Recanati e posti in una comunità protetta mentre la figlia maggiore, Azka, quando si trovò a dover lasciare l’abitazione, negò di aver subito violenze e rimase a vivere in casa con il padre. Il 28 febbraio 2018 avrebbe dovuto ripetere le stesse accuse davanti al gip del Tribunale di Macerata.

L’avvocato Maurizio Nardozza

Per i giudici della Corte d’Assise di Macerata era stato questo il movente dell’omicidio: «Azka – scrissero nelle motivazioni della sentenza di primo grado –, aveva sostanzialmente assecondato il padre sino a pochi giorni prima di venire uccisa», ma poi non ce l’aveva fatta più. «L’imputato venne colto di sorpresa dal mutato atteggiamento della figlia, dal manifestato proposito di denuncia. Fece dei tentativi per riportarla dalla sua parte ma quando si rese conto di non avere più alcun controllo sulla figlia, al termine dell’ultimo litigio la uccise». Per i giudici, «L’imputato era l’unico ad avere motivo di uccidere Azka, e aveva più volte minacciato questa sua intenzione qualora la figlia avesse deciso, come poi avvenuto, di rendere una testimonianza a lui sfavorevole. Muhammad Riaz ha agito avendo come fine della propria condotta delittuosa null’altro che la morte della figlia, considerata ormai una temibile testimone».

La tutrice Francesca Forani e l’avvocato Paolo Carnevali

Il legale della difesa, Laganà, aveva sostenuto tra le altre cose l’incompatibilità della ricostruzione accusatoria (secondo la quale Azka era a terra al momento dell’investimento) con le lesioni riportate dalla vittima (per la difesa era in posizione eretta). Nel ricorso il legale ha richiesto una rinnovazione dibattimentale sulla base di alcune eccezioni sollevate in merito alla inutilizzabilità di alcuni verbali e atti. «La Corte d’Assise di Macerata – ha commentato l’avvocato Maurizio Nardozza che tutela la moglie e due figli dell’imputato – ha ricostruito minuziosamente tutte le vicende del caso corroborate dalle perizie della procura che sono assolutamente inattaccabili, non credo si debba né ci sia la necessità di disporre una nuova istruttoria in quella sede. Sono fiducioso in una conferma della condanna di primo grado». «Secondo noi la sentenza di primo grado è corretta e puntuale, con il giusto accertamento dei fatti e quindi ne chiederemo la conferma», è stato il commento dell’avvocato Paolo Carnevali che assiste la tutrice del figlio ad oggi ancora minorenne, Francesca Forani. Ora saranno i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Ancona a decidere se confermare la condanna di primo grado oppure riformare la sentenza in tutto o in parte.