Venezia, Vite in fiamme, uomini del west e storie (stra)ordinarie di sorellanza

Ieri, quinto giorno della manifestazione, in concorso il documentario del regista marchigiano Roberto Minervini e il western europeo di Audiard

La presentazione della quinta giornata della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Quinto giorno di Mostra: Roberto Minervini presenta un documentario in bianco e nero su una comunità di colore e sulle Black Panthers. Minervini viene da Monte Urano, nelle Marche, ma è un vero cosmopolita. Ha insegnato a Manila, ha seguito la moglie filippina negli Stati Uniti e oggi vive a Houston, in Texas. «Sono prima di tutto un regista marchigiano, non puoi togliere le Marche a un marchigiano» – dice parlando delle sue origini. Il film ha un titolo lunghissimo “What you gonna do when the world’s on fire?” ed è stato girato tra Baton Rouge e Jackson, dove sono avvenute le stragi di Alton Sterling e Philando Castile per mano della polizia.

Minervini entra nella vita di alcuni abitanti della comunità nera del luogo. Sono vite difficili, fatte di droga, galera e pericoli. E poi ci sono le Black Panthers, movimento rivoluzionario afroamericano, che ogni giorno assediano il palazzo di giustizia per trovare risposte che forse non ci sono. Un lavoro impegnativo che ha visto il regista impegnato in mesi e mesi di interrogatori, in zone remote e fortemente a rischio. Le Black Panthers sono state inserite da Trump nella domestic terroristic watchlist. Minervini ha cercato di conquistarsi la fiducia delle persone che ha incontrato, cercando di cogliere al volo le loro testimonianze, nella loro verità. «Oggi in America è persino difficile condividere spazi con etnie diverse» – dichiara il regista marchigiano. Lui ha scelto di raccontare gli ultimi da vicino perché si sente come loro. Forse perché i suoi stessi figli sono di due etnie diverse, bianca e asiatica, e sono vittime della discriminazione razziale.
Come dice il titolo del suo film, il mondo è in fiamme e molte vite bruciano rapidamente: basti pensare che due personaggi del documentario sono morti da quando il documentario è stato girato.

Altro film in concorso, mood completamente diverso: Jacques Audiard presenta il suo western The Sisters Brothers, ambientato nell’Oregon del 1850 e girato tra la Spagna e la Romania. Un western europeo che, a detta del regista, non si ispira né ai film americani del genere né a Sergio Leone ma ha uno stile tutto suo che trae spunto dalle suggestioni del romanzo canadese di Patrick DeWitt. John C. Reilly è un killer che lavora in coppia col fratello Joaquin Phoenix e, a sorpresa, c’è anche un cercatore d’oro col volto di Jake Gyllenhaal.

Da segnalare, fuori concorso, L’amica geniale di Saverio Costanzo, dal best seller di Elena Ferrante. Presentati alla mostra i primi due episodi della serie prodotta da HBO-RAI Fiction e TIMVISION con grande accoglienza da parte della stampa. Ambientato in un quartiere rurale nella Napoli degli anni ’50, L’amica geniale è la storia di un’amicizia tra due ragazze, nata sui banchi di scuola ma è anche una storia sull’emancipazione femminile, sull’importanza della formazione didattica e sul valore della creatività. La Ferrante ha seguito passo passo la lavorazione del progetto; a Saverio Costanzo va il merito di aver saputo saputo tradurre in termini cinematografici la potenza narrativa del libro. Degne di nota le bambine “prodigio” Elisa Del Genio e Ludovica Nasti che abbiamo visto nel ruolo delle protagoniste nelle prime puntate della serie proiettate alla Mostra.

Un plauso meritatissimo va anche al film fuori concorso La quietud, pellicola dell’argentino Pablo Trapero (Leone d’Argento nel 2015 per El Clan) in cui Berenice Bejo e Martina Gusman interpretano due sorelle dal rapporto complicato e morboso. Relazione che si inserisce in un quadro di famiglia non proprio edificante, in un periodo storico a cavallo tra la fine della dittatura e l’inizio della democrazia in Argentina. Un film intenso sull’universo femminile, sulla sorellanza ma anche sugli inganni e il dolore nascosti nei bauli dei ricordi di una famiglia, negli sterminati campi di fiori della loro tenuta dove batte sempre il sole. La madre delle due sorelle protagoniste, Graciela Borges, attrice molto amata in Argentina, riesce con grande maestria, a delineare il personaggio di una madre/matrona, custode di tutti gli oscuri segreti di una famiglia argentina solo in apparenza tranquilla.