Centro Pagina - cronaca e attualità

Benessere

Tumore all’utero: si può sconfiggere

Attraverso la prevenzione, la diagnosi precoce e le cure, la scienza medica è in grado di prevedere una drastica riduzione dell’incidenza dei tumori dell’apparato genitale femminile

L’utero: quando e dove viene colpito da un tumore? L’apparato genitale femminile è una delle parti più delicate di una donna e sin da piccole è bene prendersene cura.

Dottor Angelo Curatola

Nonostante il numero di donne colpite dai carcinomi, il dottor Angelo Curatola, Direttore dell’U.O di ostetricia e ginecologia Asur Marche Area Vasta Jesi, manda un messaggio di speranza «perché la ginecologia oncologica ha fatto enormi progressi sia in termini diagnostici che terapeutici dando in gran parte dei casi la possibilità di guarire». Abbiamo incontrato il dottor Curatola per saperne di più.

Quali sono i tumori che interessano l’apparato genitale femminile?
«Potremmo suddividerli in tre grandi gruppi: il tumore dell’endometrio, il tumore dell’ovaio e il tumore del collo dell’utero. Ognuno di essi racchiude ulteriori sottogruppi di tumori che hanno una diversa origine, evoluzione, modalità diagnostica e di trattamento, prognosi e prevenzione».

Cosa è il tumore, o carcinoma, dell’endometrio?
«Questo carcinoma è attualmente al quarto posto tra i tumori del sesso femminile dopo il carcinoma della mammella, del colon e del polmone. E’ tipico della donna in post-menopausa con l’incidenza che aumenta tra i 50 ed i 70 anni per poi diminuire. Nel 10% dei casi si riscontra prima della menopausa. Menarca precoce, menopausa tardiva, policistosi ovarica e nulliparità sembrano essere le condizioni cliniche predisponenti l’insorgenza del tumore».

Quali sono i fattori di rischio?
«Sono di tre tipi: fattori ambientali, ormonali ed eredo familiari. Obesità, ipertensione arteriosa, un regime alimentare ricco di grassi animali, epatopatie croniche sono i responsabili di una aumentata produzione di estrogeni. Mentre attività fisica, diete ricche di fibre sembrano essere fattori protettivi. Oltre ad una maggiore predisposizione genetica al solo carcinoma endometriale, è possibile una predisposizione familiare a sviluppare tumori maligni in diversi organi (sindrome di Lynch di tipo II: endometrio, mammella, colon ed ovaio). Dal punto di vista preventivo l’uso dei contraccettivi orali sembra collegato ad una riduzione del rischio».

Quali sono invece le caratteristiche epidemiologiche del tumore ovarico?
«L’80-90% dei tumori ovarici si presenta in donne in età compresa fra 20 e 65 anni, e meno del 5% in età pediatrica. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di tumori benigni: il 60% di questi è diagnosticato in donne in età inferiore a 40 anni.
Il 15-20% dei tumori ovarici è maligno, e di questi il 90% è diagnosticato in donne in età superiore ai 40 anni. Infine, il 5-10% dei tumori ovarici è definito a malignità intermedia (borderline). A differenza dei tumori maligni, che si osservano prevalentemente in età avanzata, i tumori borderline sono più comuni in donne giovani».

Esistono dei fattori di rischio?
«Circa il 5-10% delle neoplasie ovariche riconosce, quale fattore di rischio principale, la familiarità. Significativa è anche l’associazione fra carcinoma ovarico e tumore mammario per la presenza di geni denominati BRCA1 e BRCA2. Mutazioni a carico di questi geni soppressori sono responsabili della maggior parte delle forme ereditarie di carcinoma ovarico epiteliale.
 Più parti, l’allattamento al seno e un prolungato impiego di contraccettivi orali riducono il rischio di tumore ovarico. In particolare, donne con più gravidanze alle spalle presentano una riduzione del rischio del 30% circa, rispetto a donne che non hanno partorito.

È vero che è definito il “killer silenzioso”?
«Uno dei motivi del fallimento della terapia del carcinoma ovarico è purtroppo la diagnosi in fase avanzata di malattia. Ancor oggi, infatti, non disponiamo di procedure diagnostiche con adeguata sensibilità e specificità tali da permettere una diagnosi in stadio precoce. In assenza di una efficace strategia di screening, le procedure diagnostiche generalmente adottate per la diagnosi dei tumori epiteliali ovarici prevedono l’esame clinico, l’esecuzione di ecografia pelvica per via transvaginale e, nei casi con lesioni annessiali sospette, la determinazione del valore della proteina Ca125. È noto però quanto sia limitato il valore predittivo di queste indagini: il valore predittivo positivo del CA125 è di circa il 10% e diventa del 20% quando si associa allavalutazione ecografica della pelvi».

Per il tumore del collo dell’utero esistono dei fattori di rischio?
«Sì, e sono: l’inizio precoce dell’attività sessuale, il numero elevato di partner, gravidanze multiple, giovane età alla prima gravidanza, basso status socio-economico, fumo di sigaretta, infezioni genitali e la scarsa igiene sessuale. Tutte le condizioni che determinano una situazione di immunodepressione sembrano contribuire allo sviluppo della malattia invasiva: infezione da papillomavirus umano (HPV), uso continuativo dei corticosteroidi, infezioni da herpes virus. Il cancro cervicale è quindi essenzialmente una malattia trasmessa sessualmente».

Il Pap Test (striscio colpo – citologico) a cosa serve?
«È il principale test di screening per diagnosticare e trattare il tumore della cervice uterina. Questo tipo di tumore, detto anche tumore del collo dell’utero, rappresenta nel mondo la seconda neoplasia per incidenza nel sesso femminile. In Italia si registrano circa 10 casi ogni 100.000 donne e il tumore colpisce mediamente 1 /47 donne».

Quando si può fare?
«Lo striscio deve essere eseguito in donne che non abbiano effettuato lavande vaginali o che non abbiano utilizzato lubrificanti da almeno 24 ore, che non abbiano sanguinamenti in atto o processi infiammatori intensi e che non abbiano svolto pratiche sessuali nelle 24 ore precedenti. Le infezioni da Human Papilloma Virus (HPV) colpiscono le cellule basali dell’epitelio cervicale e quindi tutte le malattie HPV correlate hanno origine epiteliale e si estendono per contatto, senza fasi di viremia sistemica. Fin dal 2006, il Ministero della Salute ha introdotto il test HPV nei protocolli da adottare per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo del test HR-HPV nelle diagnosi citologiche di alcune lesioni citologiche e nel monitoraggio delle pazienti dopo trattamento di lesioni CIN2. Si sta inoltre diffondendo la pratica di utilizzo del test HR-HPV come test di screening primario».

Esistono dei vaccini preventivi?
«Attualmente l’industria farmaceutica ha reso disponibili due tipi di vaccini e in Italia la vaccinazione HPV viene offerta gratuitamente alle bambine nel dodicesimo anno di vita in tutte le Regioni italiane. Dieci anni di vaccinazione contro il papillomavirus umano (HPV) hanno diminuito del 64% i casi di infezione da virus tra le ragazze adolescenti».