Centro Pagina - cronaca e attualità

Benessere

Stress da rientro: ascoltarlo per comprenderci meglio

Lo stress da rientro è una sindrome che colpisce alla fine delle vacanze comportando malinconia, spossatezza, irritabilità, sintomi fisici. Più che tentare di eliminarlo, proviamo ad accoglierlo e ascoltare cosa ci dice di noi, delle nostre insoddisfazioni e di quanto sappiamo prenderci cura di noi

“Dietro le spalle un morso di felicità/Davanti il tuo ritorno alla normalità/Lavoro e feste comandate/’Lasciate ogni speranza o voi che entrate’” , cantava Gabbani all’inizio dell’estate, già preannunciando quel malessere del rientro dalle vacanze, un misto di sintomi fisici e psicologici che colpisce una buona parte di vacanzieri e che è stato battezzato post-vacation blues.

Digitando “stress da rientro” su Google, ti assalgono decine di articoli, tutti simili, che si prodigano in consigli volti a eliminare, arginare, attenuare questa sindrome caratterizzata da malinconia, spossatezza, irritabilità, deconcentrazione, proponendo fitti programmi di buona alimentazione, sport, sonno, obiettivi da porsi e raggiungere con efficacia. A me invece viene da dire il contrario: che, piuttosto che agitarci per eliminare questo disagio, riproducendo per l’ennesima volta anche qui l’affannoso tentativo di eliminare le emozioni sgradevoli e di essere sempre comunque efficienti, può essere più utile fermarci ad ascoltare e accogliere questo malessere per comprendere cosa ci dice: come stiamo? Dove risiede la nostra soddisfazione? Cosa desideravamo tanto da queste vacanze? Cosa ci impedisce di averlo nella vita quotidiana? Quali desideri procrastiniamo e proiettiamo sull’esiguo spazio della vacanza? Cosa sentiamo incompiuto o non realizzato? Come ci stiamo prendendo cura di noi?

“Diamo alla vita un’ora/ perché al ritorno sembri nuova” (Gabbani): mitizziamo la vacanza proiettandovi l’illusione di una felicità perfetta e di un recupero rigenerante, alquanto improbabile nei pochi giorni a disposizione e considerando il ritmo da tour de force a cui ci costringiamo tentando di sfruttare al massimo il breve spazio.

Siamo atterriti da dover affrontare una mole di lavoro arretrato e rischiamo di buttarci a capofitto, perdendo più che mai la già rara capacità di gestire gli impegni conciliandoli con le personali necessità di spazi per sé, momenti di stacco, piccoli piaceri gratificanti.

“Invece di sognare la prossima vacanza, forse dovresti scegliere una vita dalla quale non senti l’esigenza di scappare” (S.Godin). Già immagino le obiezioni: “Eh, magari fosse possibile! Non esiste una vita così, puoi scegliere ben poco, il lavoro-se sei fortunato ad averlo- è quello, te lo tieni e devi produrre, stare al passo; e poi c’è la famiglia, i figli, servono i soldi per le spese, non ti puoi permettere il lusso di riposarti troppo!”. In realtà, se impariamo ad allentare, a volte anche a delegare, scopriamo che non è necessaria una lunga vacanza o un fine settimana fuori per ricaricare le pile, ma che possiamo farlo sempre, che anzi dovremmo imparare a farlo tutti i giorni con stacchi minimi, momenti durante la giornata in cui possiamo goderci piccoli piaceri, brevi ma già benefici.

Spesso confondiamo ciò che è urgente con ciò che è importante, ci lasciamo invadere dalle telefonate e dalle mail in sospeso che premono ma che, a soffermarsi a pensarci, non sono in realtà così impellenti e improrogabili, e invece procrastiniamo all’infinito i momenti di cui abbiamo davvero bisogno e che ci ricaricano di benessere e entusiasmo. Ce ne lamentiamo, ma intanto rimandiamo.

Dovremmo imparare a non concentrare nello spazio di una vacanza ogni gratificazione e trasgressione e concederci ritmi più umani sempre, prestando attenzione ai segnali di stanchezza del nostro corpo e provare piuttosto ad estendere ad ogni giorno quell’atteggiamento mentale che riusciamo a imporci in vacanza, il goderci le cose, non rimuginare sui problemi, sentirci legittimati a rilassarci e prenderci cura di noi.

In questo sono veri maestri di vita i miei pazienti malati oncologici; in un primo momento costretti dalla malattia a cambiare abitudini, poi invece scoprono il piacere di un ritmo di vita diverso e, proprio loro che portano costantemente con sé la paura, il dolore, la rabbia, la frustrazione, tuttavia diventano capaci di rendere ogni momento una possibile, miscroscopica vacanza; imparano a non rimandare, non dicono più “Be’, dai, posso farlo anche dopo”, ma “Ne ho bisogno ora, quindi lo faccio ora”. Devono adattarsi alle fluttuazioni dei sintomi, del dolore e dell’umore che la malattia comporta e diventano straordinariamente capaci di sfruttare i piccoli scampoli concessi e a volte difenderli coi denti per regalarsi attimi di sollievo, di piacere, di gioia, nonostante tutto il resto. Proviamo a fare lo stesso, a stare nel momento, avendo la fortuna di non dover affrontare una grave malattia e potendo contare su molte più energie e maggiore serenità. Così non dovremo investire tutto su pochi affannosi giorni, spesso vissuti già col pensiero di tutti i carichi che ci attendono al rientro.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Tel. 339.5428950

© riproduzione riservata