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Benessere

La solitudine degli anziani in casa di riposo e RSA: il punto dopo due anni di pandemia

La possibilità di incontrare i propri familiari, ancora molto ristretta in molte strutture, ha importanti conseguenze psicologiche sugli ospiti delle residenze per anziani

Due anni di pandemia, terza Pasqua senza poter stare liberamente con i familiari, per i moltissimi anziani residenti in case di riposo e strutture assistenziali. Ricorrenze e festività ci fanno percepire in modo più acuto, consapevole e, a volte, anche amaro, il trascorrere del tempo. I giorni di festa sono anche quelli in cui si sente maggiormente la solitudine e la lontananza dalle persone care e che stimolano in modo particolare bilanci e riflessioni.

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

Era il 4 marzo 2020 quando, per fronteggiare l’emergenza sanitaria, le direttive ministeriali introdussero il divieto di accesso alle famiglie nelle strutture assistenziali per anziani. Da quella data, gli ospiti non hanno più potuto ricevere visite nel modo consueto, per molto tempo non le hanno potute ricevere affatto, né hanno potuto uscire per ricongiungersi alle famiglie, neanche nei giorni di festa. La prima Pasqua in lockdown fu per tutti noi una situazione nuova, strana, destabilizzante. Nel tempo e nel succedersi delle ondate dei contagi, si sono modificate restrizioni, regole, procedure, nel tentativo di approssimarsi sempre più a un ritorno alla normalità. Cosa è cambiato nel frattempo per gli anziani residenti nelle strutture? Qual è la situazione attuale e come stanno psicologicamente gli anziani istituzionalizzati?

Attualmente, per loro non è cambiata di molto la possibilità di tornare alla normalità, sul fronte delle visite dei familiari. Dal maggio dello scorso anno le visite nelle strutture residenziali per anziani sono consentite, ma vi è di fatto un’ampia discrezionalità lasciata alle singole strutture; la situazione è molto disomogenea da una regione all’altra, da un comune all’altro, da una struttura all’altra, tanto che i familiari parlano di  “situazione a macchia di coccinella”. Molte strutture per anziani restano parzialmente chiuse, i rapporti con l’esterno sono ancora sottoposti alle regole stabilite per garantire la sicurezza degli ospiti. Nella maggior parte delle residenze per anziani, al momento le relazioni con i familiari sono limitate alle “stanze degli abbracci” o a spazi attrezzati con divisori in vetro o plexiglass, e su appuntamento programmato. I direttori delle strutture preferiscono adottare misure di massima cautela, lamentando che è la normativa nazionale a dover trovare una giusta misura e che le norme igienico-sanitarie richieste sono così pregnanti, da essere di fatto incompatibili con una riapertura che si avvicini alla normalità pre-pandemia.

Ultimamente i familiari hanno lanciano ripetuti allarmi, chiedendo nuove disposizioni in merito alla regolamentazione degli accessi. Tuttavia, al di là delle specifiche direttive, l’aumento dei contagi registrato in queste settimane nelle strutture residenziali, le rende di fatto nuovamente off limits. Malgrado le conseguenze cliniche del contagio non siano preoccupanti per la maggior parte degli anziani, scatta infatti, comunque, il blocco delle visite e delle relazioni con l’esterno, dando luogo a riaperture a intermittenza, particolarmente destabilizzanti.

L’evoluzione degli aspetti psicologici degli anziani in seguito all’isolamento

I bisogni di protezione e appartenenza si intensificano in età avanzata e l’esclusione dalle relazioni familiari può minare il senso di sicurezza e la salute. Anche prima della pandemia, sapevamo dalla letteratura scientifica che la separazione dalle relazioni può aumentare negli anziani il rischio di morte, di problemi cardiovascolari, autoimmuni, neurocognitivi (come decadimento cognitivo disorientamento e demenza), di salute mentale (ansia e depressione).

Le osservazioni effettuate sugli anziani residenti nelle strutture in Italia hanno rilevato una sintomatologia significativa a partire dalle prime settimane successive alle restrizioni: tensione, irritazione, bassa tolleranza alla frustrazione, tristezza, perdita di interesse nelle attività, mancanza di concentrazione,  sentimenti di inutilità, percezione di mancanza di senso nel proseguire una vita d’isolamento e di lontananza dagli affetti; disturbi ansiosi, disturbi dell’umore e comportamentali, rifiuto del cibo e dell’assunzione di liquidi, rifiuto di assumere la terapia.

Occorre fare una distinzione tra persone cognitivamente integre e persone con deterioramento cognitivo. I primi, in grado di comprendere la gravità della situazione e di informarsi tramite giornali e televisione, da un lato hanno potuto dare un senso alle limitazioni, dall’altro hanno sviluppato in parte sintomi ansiosi per il timore del contagio e delle conseguenze, manifestando una difficoltà ad elaborare le notizie date in modo martellante sulla situazione e sul numero dei decessi nelle strutture per anziani, arrivando a sviluppare nella propria mente l’ equivalenza contagio = morte certa. Nel contempo, venivano a mancare le risorse relazionali, il senso di sicurezza e conforto fornito dalla famiglia.

Molti anziani cognitivamente più deteriorati non sono stati in grado di comprendere l’allontanamento dei familiari (“Perché i miei figli non vengono a trovarmi? Non mi vogliono più?”), altri non se ne sono resi conto ma manifestavano un disagio senza nome.  La necessità di utilizzare la mascherina ha inoltre limitato la comunicazione non verbale, canale comunicativo usato in prevalenza dalle persone con demenza, stante il deficit linguistico spesso presente nel quadro clinico. Minore collaborazione e maggiore oppositività con aggressività verbale e fisica verso il personale sono dovuti anche al fatto che l’anziano spesso considera il personale colpevole per la situazione vissuta.

Le conseguenze del divieto di visita sulle famiglie

Il divieto di visita ha significato per i familiari impossibilità di vedere i propri cari e  necessità di affidarsi completamente al personale per il loro accudimento. Per chi era abituato a fare visite quotidiane l’impatto è stato drammatico: senso di colpa, sofferenza, paura del contagio dei propri cari,  senso di impotenza.  Malgrado la struttura si renda disponibile ad agevolare le videochiamate tra ospiti e familiari, queste possono essere di fatto poco utilizzabili  a causa del rifiuto dell’anziano, non abituato all’utilizzo del mezzo tecnologico, o per la sua difficoltà a  riconoscere il familiare in video.  

Soprattutto nel caso degli anziani inseriti in struttura dopo l’inizio della pandemia, i familiari vivono un  disagio maggiore non conoscendo bene il luogo, non avendolo potuto visitare in modo approfondito, non potendo valutare con i propri occhi la qualità dell’assistenza e il benessere dell’anziano. I familiari che reclamano regole meno rigide, rimarcano che sono loro a intervenire spesso a supporto dei propri cari in attività di assistenza e cura come  i pasti, o favorendo il mantenimento di abilità come la deambulazione. D’altro canto non mancano familiari di parere opposto, che preferiscono la massima prudenza a tutela dei propri cari a temono che un allentamento dei rigidi protocolli per le visite possa tradursi in maggiori rischi per gli ospiti.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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