«Sai, anche io sono un po’ psicologo!»: perchè tutti ci crediamo esperti di psicologia

Tutti pensano di intendersi almeno un po’ di psicologia, perché si tratta di relazioni umane e di sentimenti, con cui ognuno ha dimestichezza. Alla base di questo diffuso pensiero stanno però alcuni pregiudizi e distorsioni riguardo al lavoro dello psicologo e alla sua disciplina.

“Ogni volta che qualcuno dice «Sai, anche io sono un po’ psicologo», da qualche parte, nel mondo, uno psicologo vero muore!”: è una vignetta ironica che circola su Facebook e che rende bene l’idea dello sconforto e del disappunto che la famigerata frase ci procura. Si è mai sentito qualcuno dire «Sai, sono anche io un po’ cardiologo?», o «Sono anche io un po’ gastroenterologo»? No, nessuno si sognerebbe di farlo, perché tutti convengono che si tratti di mestieri con competenze specialistiche, frutto di anni di studio e dell’acquisizione di tecniche e strumenti sofisticati e complessi. Lo psicologo, soprattutto se anche psicoterapeuta, ha una formazione spesso di durata pure maggiore, eppure di psicologia tutti pensano di intendersi un po’, perché si occupa di relazioni umane, di sentimenti, con cui ognuno ha dimestichezza.

In genere, quelli che si definiscono “un po’ psicologi”  intendono con questo l’essere capaci di comprendere gli altri, il fatto che molti gli si rivolgano per sfogarsi e per avere consigli. Alla base c’è la convinzione distorta che il compito dello psicologo sia semplicemente ascoltare gli sfoghi e al massimo fornire suggerimenti e soluzioni, cosa che induce anche a confonderlo con la figura dell’amico e a svalorizzarne il contributo: «Che bisogno ho di uno psicologo? Ho degli ottimi amici con cui parlare!».

Da una parte, i mezzi di comunicazione tendono a diffondere un’immagine riduttiva della psicologia, a semplificarla eccessivamente riducendola a pratici decaloghi e ricettine accattivanti, alimentando l’impressione che si tratti di materia alla portata di tutti. La cultura in cui viviamo ci spinge inoltre ad ottenere tutto con il minimo sforzo e nel minimo tempo, pertanto molti restano delusi nello scoprire che lo psicologo non dà velocemente soluzioni preconfezionate, ma, attraverso la costruzione di una relazione con il paziente, gli fornisce gli strumenti per ragionare da sé: un percorso più proficuo ma certamente più faticoso in cui molti non sono disposti ad impegnarsi.

È interessante che la figura dello psicologo sia oggetto allo stesso tempo di idealizzazione e di svalutazione: è quello che «Ti legge nella mente!», che «Da una mossa capisce tutto di te!», ma anche uno che fa, tutto sommato, ciò che fa anche il barista, o la parrucchiera, o l’estetista, per citare solo alcune delle professioni che più spesso vengono avvicinate a quella dello psicologo per l’abitudine ad essere destinatari degli sfoghi dei clienti e magari per una effettiva,  maturata esperienza nel prestare ascolto agli stessi.

Molte persone vedono lo psicologo come una sorta di santone e immaginano che utilizzi metodi misteriosi, sottovalutando, o negando proprio, la scientificità della disciplina. Soprattutto su temi caldi, molti rifiutano ostinatamente di prendere atto di una mole di letteratura scientifica psicologica sull’argomento e liquidano le discussioni con «Mah, sarà come dice lei dottore/dottoressa…ma io penso invece che…», contrapponendo il buon senso, il pensare comune o le proprie personali opinioni come se avessero lo stesso fondamento e lo stesso valore di dati che provengono da decenni di studi sperimentali o di osservazioni cliniche.

Resto sempre colpita dalla veemenza delle reazioni delle persone in alcune circostanze del mio lavoro. Mi capita di dover accompagnare i bambini dai loro genitori malati in ospedale, o a volte, purtroppo, di doverli preparare alla perdita di un genitore, o andare con loro a salutare per l’ultima volta la mamma o il papà che sta morendo. In questi casi sono molti a non capire e c’è sempre, sistematicamente, qualcuno- un parente, un’infermiera, una volontaria, un conoscente, uno che passava di lì ma deve comunque dire la sua- che mi guarda male, si scandalizza, bisbiglia o mi viene proprio a dire indignato «Ma come si fa!? Dire certe cose a un bambino!», «Ma è pazza? Come le viene in mente di portare una creatura in un posto simile?». A nulla servirebbe citare chilometri di letteratura sul lutto infantile, perché il senso comune dice che è meglio non far sapere, ma soprattutto perché le emozioni in gioco sono potenti, dolorose, spaventose, e la rabbia per ciò che un bimbo è costretto a vivere diventa un attacco allo psicologo “insensibile” reo di materializzare quella realtà penosa. «Quando ho saputo che dici quelle cose ai bambini…confesso che ti ho odiato», mi disse una volta una mia affezionata paziente – come se fossi io a produrre un dolore che altrimenti non sarebbe esistito – nel tentativo di negare ciecamente che quel dolore purtroppo è inevitabile.  Ma è invece proprio parlandone, dandogli un nome, esprimendolo, condividendolo, che si può provare a renderlo più tollerabile e affrontabile.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta

Piane di Camerata Picena (AN)
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