Psicopatia: l’incapacità di provare empatia

La persona psicopatica manipola gli altri per i propri scopi, senza curarsi di provocare sofferenza e senza provare rimorso. Ecco le cause del disturbo e i possibili trattamenti

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Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

“Psicopatico” è un termine usato comunemente, ma pochi ne conoscono il reale significato. Di solito è utilizzato come sinonimo di folle criminale, altre volte per indicare in generale una persona con problemi mentali.

Ciò che contraddistingue la psicopatia, è in realtà l’incapacità di provare empatia, compassione e senso di colpa per le conseguenze delle proprie azioni.

Chiudiamo quindi, con l’articolo di oggi, il ciclo di tre appuntamenti dedicati all’empatia: dopo aver visto cos’è e cosa accade quando è eccessiva, approfondiamo la situazione opposta di chi invece non è capace di provarla.

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

La psicopatia non è attualmente classificata come un disturbo a sé stante: nel DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali utilizzato in tutto il mondo, non è presente come una categoria a sé. La psicopatia è piuttosto una caratteristica che può essere presente in alcuni disturbi della personalità, in particolare nel disturbo antisociale e nel disturbo narcisistico. Nell’immaginario comune lo psicopatico è rappresentato come l’assassino crudele, il serial killer di drammatici casi di cronaca, ma in realtà la psicopatia è una caratteristica che può essere presente in misura diversa in molte persone, senza raggiungere tali punte estreme.

La persona psicopatica è tipicamente abile nel manipolare gli altri, nel mentire per ottenere il proprio tornaconto, senza curarsi di poter arrecare danno o sofferenza agli altri e senza provare rimorso. Non provando empatia, raggira gli altri e li sfrutta efficacemente senza porsi limiti. L’empatia, infatti, agisce da fattore inibente dei comportamenti aggressivi e anzi, permettendo di assumere il punto di vista dell’altro, favorisce il comportamento prosociale.  La massima “il fine giustifica i mezzi” è fatta propria ed espressa  fino alle estreme conseguenze dalla persona psicopatica. È vero che alcuni psicopatici diventano criminali ed emarginati, ma altri sono invece brillanti professionisti, occupano posizioni di successo, sono carismatici e hanno seguaci che scambiano la loro psicopatia per determinazione, capacità di leadership, sangue freddo.

Di solito la persona psicopatica appare infatti brillante, loquace, energica; può manifestare in modo teatrale delle emozioni, ma in realtà non prova autenticamente emozioni e sentimenti. Non riconosce le emozioni altrui, ma neanche le proprie. Pur stabilendo relazioni di dominanza anche molto strette, non c’è una reale intimità affettiva con l’altro.

Esistono diverse teorie che cercano di spiegare il deficit empatico nella psicopatia. Un’ipotesi chiama in causa un’anomalia dell’amigdala (struttura dell’encefalo)  responsabile della difficoltà a riconoscere le emozioni degli altri. Un’altra ipotesi riguarda sempre un deficit dell’amigdala, che produrrebbe però una carente propensione alla paura, con conseguente scarsa reattività alle punizioni e agli stimoli nocivi.

Un’ulteriore ipotesi, sostiene che in realtà la persona psicopatica sia in grado di percepire le emozioni e la sofferenza altrui, ma intenzionalmente si imponga di ignorarle e mantenere un atteggiamento freddo per raggiungere i suoi scopi, che percepisce come prioritari e irrinunciabili.

L’osservazione dell’ambiente familiare ha permesso di riscontrare nella storia delle persone psicopatiche una disciplina inconsistente o al contrario troppo severa, punizioni incoerenti o esagerate, un’esperienza negativa dell’autorità, un accudimento inadeguato con un mancato sviluppo della fiducia negli altri. La persona psicopatica, infatti, percepisce gli altri come ostili e malevoli.

Altre teorie sottolineano invece la componente genetica e rigettano le ipotesi ambientali. Si è osservata in queste persone, già alla nascita, una innaturale mancanza di contatto visivo con la madre e la mancanza della preferenza per i volti umani, che è universalmente presente nei neonati.

La pluralità di ipotesi pone difficoltà anche nella scelta del trattamento. Nel caso ci sia un deficit cognitivo nel processamento delle informazioni che riguardano le emozioni e gli stati mentali altrui, può essere utile allenare la persona a riconoscere i contenuti mentali degli altri. Se si pensa che la psicopatia sia il risultato di certe esperienze della storia del soggetto, può essere più indicato rivedere la storia personale, favorire esperienze più positive dell’autorità, rivedere le convinzioni per cui gli altri sono ostili e malevoli, favorire esperienze di appartenenza e di prosocialità.

L’ostacolo principale al trattamento è che la persona con psicopatia non è consapevole del problema, non lo vive come tale e pertanto non chiede aiuto perché non è motivata a cambiare. Maggiore è il grado di psicopatia, più questa è avvertita come egosintonica e non messa in discussione. Quando il grado è più lieve, possono invece comparire ansia o depressione e la persona potrebbe chiedere aiuto per questi sintomi collaterali. Particolarmente difficile instaurare una alleanza terapeutica, data la tendenza del paziente a dominare e manipolare. Si teme anche che la psicoterapia possa persino peggiorare i sintomi, fornendo alla persona psicopatica degli strumenti ulteriori e più raffinati per meglio manipolare e ricattare psicologicamente l’altro.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta

Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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