La prima impressione è quella giusta?

Ci bastano pochi secondi per farci un'opinione di una persona che non conosciamo, con un procedimento mentale in gran parte inconscio. Ma quanto è accurato questo primo giudizio?

La psicoterapeuta Lucia Montesi

Pochi secondi, a volte persino un decimo di secondo: è il tempo che impieghiamo per dare un giudizio di una persona che non conosciamo, su aspetti anche molto importanti come l’onestà o l’affidabilità. Caratteristiche che richiederebbero un’analisi complessa e approfondita, vengono valutate con estrema rapidità: in meno di un secondo decidiamo se quella persona mai vista sia simpatica, responsabile, espansiva, competente, oppure timida, o disonesta. E non solo: da questa prima impressione dipenderanno il futuro della relazione e le decisioni che prenderemo.

Tanta è la velocità con cui ci formiamo la prima impressione, quanta è invece la difficoltà con cui poi siamo disposti a modificarla. Tendiamo a dare per vere le prime informazioni che riceviamo sull’altro: se inizialmente ci appare  simpatico e gioviale, tendiamo a ricercare la conferma di questa prima impressione anche nelle interazioni successive, e se compare un’informazione che va in direzione opposta (ad esempio uno sguardo scontroso, o una risposta brusca) la scartiamo e non le prestiamo attenzione, oppure troviamo il modo di giustificarla e restare della nostra opinione iniziale (“Magari ieri aveva una giornata storta”). Lo stesso accade nel caso che la prima impressione sia negativa: tenderemo a restarne convinti respingendo ulteriori dati contrastanti.

Ci convinciamo quindi che la prima impressione sia quella veritiera, o crediamo di avere un intuito infallibile per capire al primo colpo le persone (“Non mi sbaglio mai, le inquadro subito!”), quando in realtà l’impressione che ci formiamo diventa una profezia che si autoavvera, non solo perché scartiamo inconsapevolmente tutto ciò che la contraddice, ma anche perché ci comportiamo di conseguenza e spingiamo l’altro a reagire davvero nel modo in cui lo abbiamo già etichettato. Se giudico una persona antipatica, è probabile che mi rivolgerò a lei in modo, ad esempio, meno sorridente o meno affabile di quanto farei con una che mi ispira simpatia; a sua volta, l’altro può reagire irrigidendosi di fronte al mio modo poco disponibile e allora sarei portato erroneamente a confermare “Vedi, ho ragione che è proprio antipatico!”. A sua volta, l’altro potrebbe seguire lo stesso ragionamento, in una catena di attribuzioni reciproche.

In realtà, è molto probabile che la prima impressione che ci facciamo degli altri sia sbagliata, o quantomeno inaccurata. A produrla, infatti, sono numerosi fattori, alcuni dei quali estremamente mutevoli e dipendenti dalla situazione specifica e dal contesto: le nostre esperienze precedenti, i ricordi, i pregiudizi, le nostre aspettative,  il nostro d’animo del momento, e per quanto riguarda l’altro, il suo aspetto fisico, l’età, l’etnia, l’espressione del viso, i gesti, il tono della voce, il suo stato d’animo del momento, il suo abbigliamento. Il tutto avviene in gran parte in modo inconscio e poco controllabile. Il nostro cervello tende a dare etichette in modo non molto raffinato, con lo scopo di farci risparmiare energie e di non perdersi ad analizzare migliaia di microinformazioni, ingolfando il sistema; tende quindi a semplificare il mondo per permetterci di evitare il più possibile i pericoli. Così accade che possa bastare che l’altro sia ben vestito, per essere già giudicato più credibile, affidabile e onesto, nella semplicistica equazione per cui una persona con un abbigliamento curato sia quasi sicuramente una brava persona. Anche caratteristiche del viso che richiamano quelle infantili, come la fronte alta, gli occhi grandi, suscitano un’impressione migliore, di persona affidabile e simpatica. Un tono di voce alto fa ritenere la persona simpatica, un tono di voce basso induce a pensare che abbia doti di leader; una stretta di mano vigorosa ma non troppo ci appare subito assertiva e fiduciosa. Se l’altro assomiglia a qualcuno che ci è caro o che ci piace, tendiamo automaticamente ad attribuirgli anche altre qualità positive.

Diamo un giudizio migliore se l’altro ci assomiglia, o appartiene ai nostri stessi gruppi, che si tratti di un’appartenenza politica, o della condivisione di un hobby, o dei gusti musicali. Il nostro cervello ci spinge a preferire chi ci è simile, rispondendo ad antiche necessità di sopravvivenza: ciò che appariva diverso poteva rappresentare una minaccia ed era indispensabile decidere subito se fidarsi o meno.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950