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Paura del sangue e delle iniezioni? Ecco come superare questa fobia

Si tratta di una paura particolarmente invalidante perchè può portare allo svenimento. Ma uscirne si può, con delle tecniche apposite: il parere della psicoterapeuta Lucia Montesi

«Dottoressa, mi vergogno a dirlo, penserà che sono uno stupido: dovrei avere paura della mia malattia, della chemioterapia, e invece sa cosa mi terrorizza adesso? Dover fare il prelievo del sangue! Lo so, è assurdo, ma mi sento male e poi svengo. Che figura! Grande e grosso, e ho questa paura stupida». La fobia del sangue e degli aghi, più propriamente detta fobia per sangue-iniezioni-ferite, non è affatto stupida e riguarda molte persone, circa il 4% della popolazione. In Oncologia, dove lavoro, prelievi e flebo sono la quotidianità e non è raro che i pazienti che arrivano per la prima volta in day hospital mi confessino questa paura, che li fa tanto vergognare e che credono di essere i soli a provare.

Questo tipo di fobia può riguardare la vista del sangue o di una ferita, la vista di aghi, il sottoporsi a prelievi o a cure come quelle odontoiatriche, può estendersi anche ad altri oggetti appuntiti come i coltelli o a situazioni come la visione di film violenti. La paura può manifestarsi anche al solo pensiero di questi oggetti e situazioni, o nel sentire altri che ne parlano. Può comparire anche diversi giorni prima dell’evento, ad esempio nell’attesa di effettuare le analisi del sangue o di sottoporsi all’iniezione di un farmaco.

Oltre a causare notevole disagio alla persona che ne soffre, questo tipo di fobia ha diverse conseguenze negative, in quanto, per evitare di provare disagio, il soggetto evita di sottoporsi a procedure diagnostiche o a cure, rischiando di mettere in pericolo la propria salute.

La fobia per sangue-iniezione-ferite condivide con le altre fobie un’iniziale attivazione del sistema nervoso simpatico (quella parte del sistema nervoso che ci fa reagire a un allarme), ovvero un’attivazione del corpo attraverso aumento del battito cardiaco, della pressione, della respirazione, tutte reazioni che preparano all’attacco o alla fuga di fronte a qualcosa che è percepito come un pericolo. Ma questa fobia differisce dalle altre per una particolarità: dopo questa fase di attivazione del sistema simpatico, subentra un’improvvisa ed eccessiva attivazione del sistema nervoso parasimpatico (quello preposto al rilassamento), con una repentina diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna. Questo provoca la sincope vasovagale, responsabile di sensazioni di testa vuota, vertigini, annebbiamento della vista, sudorazione, fino allo svenimento. Più della metà delle persone che soffrono di questa fobia riporta almeno un episodio di svenimento.

Qual è la causa di questa fobia? Se per alcune teorie l’origine è da ricercare in traumi o comunque esperienze negative associate a situazioni inerenti il sangue o procedure come le iniezioni, per altre teorie sarebbe un residuo di un antico meccanismo che salvaguardava i nostri progenitori. In un’epoca storica in cui si era esposti agli attacchi di predatori, il fatto di svenire e sembrare morti poteva preservare dalle aggressioni da parte della maggior parte dei predatori, che preferiscono non cibarsi di prede morte. Inoltre il fatto di svenire alla vista del sangue poteva portare a temere il sangue e perciò ad evitare situazioni pericolose, favorendo la sopravvivenza. Svenire in caso di ferimento, previene anche l’eccessiva perdita di sangue tramite l’abbassamento della pressione sanguigna.

La terapia più efficace per questa, come per le altre fobie, è quella di tipo cognitivo comportamentale con esposizione graduale allo stimolo fobico. Quindi la persona è aiutata ad affrontare con gradualità le situazioni che teme, smettendo di evitarle. L’evitamento, infatti, dà un sollievo nell’immediato, ma a lungo termine peggiora sempre più la fobia convincendo la persona di non poter controllare la situazione. Il problema che riguarda questa fobia rispetto alle altre, è che in questo caso l’esposizione allo stimolo provoca non solo ansia, ma anche, appunto lo svenimento. Perciò è necessario, prima di iniziare l’esposizione, insegnare alla persona come contrastare lo svenimento, imparando a riconoscerne le avvisaglie e ad evitarlo producendo autonomamente un innalzamento della pressione, attraverso la contrazione ripetuta dei muscoli, tecnica che viene insegnata dal terapeuta.Successivamente, si compila una lista delle situazioni che scatenano la fobia, da quelle meno attivanti, a quelle più attivanti, iniziando l’esposizione da quelle meno attivanti. L’esposizione è graduale in quanto dapprima la persona è incoraggiata a guardare ad esempio il disegno di una siringa, poi una foto più realistica, poi un filmato e così via, fino ad affrontare l’iniezione vera e propria, oppure la vista del sangue, a seconda di quale sia lo stimolo fobico. Inizialmente l’esposizione provoca una certa ansia, che però diminuirà con il ripetersi dell’esercizio. Si possono praticare anche tecniche di rilassamento come il training autogeno da associare all’esposizione.

La parte cognitiva della terapia consiste, nel frattempo, nel verificare e discutere i pensieri e le convinzioni che accompagnano la fobia. Per alcuni il timore principale può essere quello di provare dolore, mentre altri temono soprattutto la propria reazione, ovvero svenire, o tremare e fare brutta figura. La terapia consiste nel discutere queste convinzioni catastrofiche, nello smentirle attraverso le esposizioni e nel sostituirle con altre più funzionali.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Per appuntamento tel. 339.5428950
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